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Disney live action: cosa sta succedendo?

C’era una volta un uomo che aveva deciso di prendere sotto la sua ala tante, tantissime fiabe classiche appartenenti a culture e tradizioni spesso così diverse tra loro, per ritrattarle in chiave edulcorata, apprezzabile agli occhi del pubblico a lui contemporaneo, non prive in ogni caso di connotazioni socio-culturali che con il tempo hanno tradito i costumi del suo tempo. Parliamo di Walt Disney e di come abbia ripreso gran parte delle storie dal finale tragico e le abbia riproposte con un bel finale alla “e vissero tutti felici e contenti”. Ma sono davvero tutti così contenti? No, ora come allora, adesso un po’ di più. Se infatti nella criticata versione originale, ma ormai rara, vi era Sunflower in Fantasia, la piccola centaura nel ruolo di serva delle sue padrone, chiaramente parecchio white e caucasiche, ora le contestazioni si levano nei confronti di Halle Bailey, l’attrice che non porta sugli schermi del live action de La Sirenetta con lunghi capelli rossi e occhi verdi, ma con occhi e chioma scuri. Come la sua pelle.

Disney Live Action: Peter Pan

Non contenta di questa “variazione sul tema” che ha causato parecchia bagarre, la notizia di questi giorni è che Disney ha scelto Yara Shahidi nel ruolo di Tinkerbell, o Campanellino, o Trilli. Insomma, chiamatela come volete, il ruolo del personaggio comprimario in Peter Pan rimane quello, il suo physique du role un po’ meno. In America direbbero: yay or nay? Giusto così o meglio evitare? Capiamo più da vicino come si sta muovendo ultimamente Disney, con scelte che hanno scaldato gli animi, in tempo di #blacklivesmatter, e non solo dei fan, ma anche di qualche attore nei suoi film.

Foto generiche

Da whitewashing a blackwashing

Blackwashing non è un termine che abbiamo coniato noi, ma sembra anzi essere la filosofia abbracciata dalla Academy degli Oscar, le statuette dorate più ambite nel mondo del cinema, che dall’edizione del 2022 premieranno i film “inclusivi”, ossia le pellicole che riusciranno a presentare nelle trame e nei cast persone di razze diverse, non solo caucasiche, ma anche aprendo le porte (e le scene) a persone appartenenti alla vasta comunità LGBTQ+, ai diversamente abili e via discorrendo le varie categorie che ancora oggi vengono sotto rappresentate.

Il problema in questione nei live action Disney, ultimamente, è un altro: in breve, stanno compiendo un passo falso dopo l’altro. Sì, perché onestamente, va bene produrre una pellicola “inclusiva” come La principessa e il Ranocchio, dove Tiana è di fatto il primo personaggio protagonista di colore di un cartone animato targato The Walt Disney Company. Va bene spingere e promuovere la comunità nera con Black is King, il docu-musical di Beyoncé dedicato potentemente a una versione rivisitata de Il Re Leone. Va altrettanto bene inserire nel cast di Star Wars attori di colore. Ma è meno corretto quando Tiana viene “corretta” nella sua estetica perchè avevano rimosso le sue labbra carnose, il naso largo, la pelle scura e i capelli crespi, a favore invece di quelle che sono state definite “caratteristiche eurocentriche”. Motivo per cui, se badate bene, ritroviamo proprio questi tratti somatici in Moana, protagonista del (sottotono) film Oceania.

Il movimento Color of Change si era fatto portavoce del malcontento dei fan Disney a seguito del trailer di Ralph Spaccatutto 2, dove la principessa appariva diversa dalla versione originale di qualche anno prima. E’ effettivamente lo stesso caso dell’assenza di principesse con “difetti” fisici, se così possiamo chiamarli, come il solo portare un paio di occhiali da vista può essere considerato. Ma non è l’unico problema: notizia di qualche settimana fa, John Boyega, l’attore anglo-nigeriano meglio conosciuto per aver interpretato il ruolo dello stormtrooper Finn nei film del sequel di Star Wars, ha accusato la casa di produzione di emarginare diversi membri del cast e di promuovere il suo ruolo come più significativo di quanto non lo fosse per la trilogia.

In un’intervista a GQ, l’attore ha detto che Disney, proprietaria del franchise di Guerre Stellari attraverso la sua affiliata Lucasfilm:

““gave all the nuance to Adam Driver, all the nuance to Daisy Ridley,” – “ha dato tutte le sfumature ad Adam Driver, tutte le sfumature a Daisy Ridley”

riferendosi ai colleghi bianchi a cui è stato concesso più tempo sullo schermo, oltre che essere protagonisti di trame di maggiore complessità. Boyega ha anche espresso la sua frustrazione per il fatto che lo studio non sapeva come sviluppare il suo personaggio o quello della sua co-protagonista Kelly Marie Tran, un’attrice di origine vietnamita. “Quello che direi a Disney è di non far emergere un personaggio nero, di commercializzarlo per essere molto più importante nel franchise di quanto non lo sia e poi di metterlo da parte“, ha detto Boyega. “Non va bene“.

Black Panther

Le critiche di Boyega hanno causato qualche problema al colosso dell’entertainment, che si è d’altro canto guadagnato gli elogi per aver prodotto il film blockbuster Black Panther, con protagonista il compianto attore di colore Chadwick Boseman, in contrasto con una voce emergente che si esprime contro l’ingiustizia. A giugno, Boyega ha partecipato a Londra a una protesta di Black Lives Matter e ha tenuto un discorso appassionato che è diventato presto virale.

I commenti rivolti alla Disney seguono le accuse di woke-washing, ossia l’appropriazione di valori etici come forma di marketing, una strategia di mercato che spesso nasconde il “lato oscuro” della gestione aziendale. Per farla breve, si tratta di quello che verrebbe chiamato “falso buonismo”, una forma di responsabilità sociale delle imprese che, in realtà, è solo l’applicazione di un trend. Come nel caso appunto della delicata questione razziale (e razzista) oltre che sociale.

Era necessario cambiare la storia?

Oltre a questi evidenti problemi sorti, a prescindere dalle tematiche contemporanee di inclusivismo e whitewashing, c’era davvero bisogno di cambiare aspetto ad Ariel e Trilli? La nostra critica non è certo infiammata da razzismo o critiche di questo tipo, semplicemente ci chiediamo perché modificare tutt’a un tratto le caratteristiche di personaggi che sono passati alla storia per quello che sono: una sirena dai lunghi capelli folti e rossi e una fatina bionda e chiara di carnagione.

Chiaramente i fan Disney (saranno ancora fan dopo questi cambiamenti?) si erano ribellati dopo l’annuncio di Halle Bailey come Ariel, e Disney non aveva tardato a rispondere, in questo modo:

Possiamo essere onesti? Non siamo d’accordo con questa dichiarazione, un po’ troppo arzigogolata e che risulta quasi troppo difficile da sbrogliare anche per loro. Non siamo d’accordo nemmeno con l’appropriazione della proprietà intellettuale originale, e non parliamo solo del film in versione animata. Non solo nei confronti di una storia scritta originariamente da  Hans Christian Andersen e descritta come

” la più giovane era di uno splendore particolare che la distingueva dalle sorelle. I suoi lunghi capelli biondi e soffici, la sua bocca rossa, il suo colore delicato e i suoi occhi chiarissimi le conferivano un fascino incomparabile.”

Direte voi, nella versione originale i capelli erano biondi e non rossi. Certo, ma il cambiamento è notevole rispetto a una protagonista di colore. E ribadiamo, non è una questione di razzismo o di dispregio nei confronti di una attrice, a maggior ragione per il fatto di non averla ancora vista alle prese con questo ruolo, ma per la scelta di Disney. Proprio come quella che vedrà Campanellino impersonata non da una Julia Roberts dai capelli cortissimi à la Emma Watson post Harry Potter, o da una bionda fatina animata, ma da una ragazza di colore.

Passi falsi o repulisti rivoluzionario?

Passi falsi, quelli appena descritti, o una svolta decisa (e decisiva) e portare una ventata di innovazione repentina alla produzione dei live action? Non c’era certamente bisogno di girare il coltello nella piaga, considerando le ultime performance in questa tipologia di film. L’ultima uscita su Disney PlusMulan ha sollevato parecchie critiche, e non solo per le modifiche alla storia in sé, ma anche e soprattutto per le location in cui sono state ambientate le scene del film, parecchio vicine alle aree cinesi dove si trovano i campi di lavoro forzato.

Oltre al fatto, da non sottovalutare, che Disney, nei credits finali del film,”ringrazia in particolare il dipartimento della pubblicità del Comitato della Regione Autonoma del CPC Xinjiang Uyghur nei crediti”. Il luogo dove sta avvenendo il genocidio culturale, e i ringraziamenti si estendono alle organizzazioni governative, tra cui l’ufficio di polizia di Turpan, una città dello Xinjiang dove i crimini proseguono senza tregua:

Dal 2010 la Disney sta rifacendo i propri titoli più importanti, i cartoni animati che costituiscono l’ossatura prima del merchandising e poi dell’home video o noleggio on demand. Il successo è stato molto buono sin dagli esordi, e la produzione di questi riadattamenti o “versioni moderne” è aumentata, per diverse motivazioni: la prima è chiaramente di questione economica, tenendo conto del fatto che questi film generano ottimi incassi e assicurano sfruttamenti prolungati, la seconda è la generazione di versioni nuove, piene di star Hollywoodiane, colonne sonore scritte e interpretate da nomi famosi della musica pop a livello mondiale e, beh, proporre adattamenti non sempre fedeli. Il motivo? Risolvere una serie di problemi che si stanno facendo sempre più pressanti nei confronti di minoranze e degli atteggiamenti nei film.

Foto generiche

Si torna quindi al via, con questo dubbio che ci assale e che non ci dà pace: che piega sta prendendo, questa serie di (apparenti) “repulisti” cominciata anni fa con le nuove versioni delle pellicole? Fanno riflettere le scelte fatte, soprattutto compiute ultimamente da parte di Disney. Bei tempi, quelli in cui le critiche erano “il film è privo di mordente” e “in questa nuova versione, i testi delle canzoni non sono identici a quelli precedenti”. Ora le problematiche sono legate a lavori forzati, intrecci politici non troppo chiari e rappresentazioni sociali ed etniche forzatamente variate. Sono inaccettabili solo da un punto di vista purista ed eticamente corretto, o effettivamente qualcosa non sta quadrando?

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