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Dragon Ball Super: Broly – Una voce fuori dal coro

La nostra recensione approfondita di Dragon Ball Super: Broly, che inserisce finalmente Broly e Gogeta nella serie canonica. Sarà davvero, come definito in questi giorni, il miglior film di Dragon Ball mai creato?

Ha ormai debuttato nelle sale italiane Dragon Ball Super: Broly, il lungometraggio che inserisce (finalmente) il temibile Broly nella continuity di Dragon Ball, fresca di ampliamento con la serie animata Super.

Non può mancare, quindi, la nostra recensione approfondita, impreziosita di qualche debita riflessione proprio sulla questione canonica della creatura di Toriyama, su cos’era al suo debutto (nel 1986 quello sulle TV italiane) e cos’è oggi, per i fan di vecchia e nuova data. La pellicola in esame, infatti, è stata generalmente ben recepita da critica e pubblico, ma è davvero il tanto atteso e chiacchierato miglior film di Dragon Ball mai creato?

Il Super Sayan della leggenda

Dragon Ball Super: Broly, considerandone per un momento soltanto la struttura, è diviso in due macro-parti. Nella prima, a un’analisi superficiale, il racconto delle origini di Broly la fa da padrone. Ciò, in realtà, diventa occasione per Toei Animation di ri-narrare approfonditamente alcuni passaggi della tragedia che ha portato alla distruzione del pianeta Vegeta e di gran parte dei Sayan. Vediamo Re Cold, un giovanissimo Freezer, Bardak, sua moglie Gine, il piccolo Kakaroth, Vegeta senior, Vegeta junior, naturalmente Broly, suo padre Paragas e altri ancora. Il film si prende qualche licenza in fatto di montaggio temporale, saltando in avanti a intervalli arbitrari per raccontare le varie fasi dell’infanzia dell’antiprotagonista, giungendo al presente solo per la (piuttosto frettolosa) deflagrazione della seconda macro-parte. La parte in cui si combatte.

Si assiste quindi nuovamente alla distruzione del pianeta dei Sayan, rituale così fisso nella memoria collettiva della pop-culture da potersi paragonare, come equivalente orientale, alla rottura della collana di perle di Martha Wayne, madre di Batman. La cosa produce due effetti, opposti: da una parte la nostalgia è inevitabile, tanto più che ci vengono raccontati particolari in più (ma niente di essenziale) e finisce tutto dritto nel canon; dall’altra, la sensazione di déjà-vu è parimenti forte, finendo per sacrificare all’altare del fan service una fetta importante di ritmo. Ritmo che, di conseguenza, fatica a riprendersi anche quando la trama torna al tempo presente.

Nel frattempo, sulla Terra

La situazione in cui ritroviamo Goku e Vegeta, fisiologicamente, è quella tranquilla e serena tipica dei film animati. Questa morbidezza è un altro elemento chiave della pellicola che però, al “relax” post-chiusura delle saghe precedenti, dovrebbe contrapporre la tensione derivante da una nuova minaccia. Questa consiste nell’avvento del neo-rinato Freezer, determinato a collezionare le sette sfere del drago per i suoi propositi. La missione, condivisa anche da Bulma, non tarda però a rivelare la sua natura prettamente circostanziale: sia l’alieno che l’umana, infatti, desiderano evocare Shenron per esaudire desideri alquanto bislacchi. Il tutto, ovviamente, serve allo scopo di raccogliere sulla Terra le due fazioni, non prima di aver fatto ritrovare all’esercito di Freezer due sayan a lungo rimasti intrappolati sull’ostile e selvaggio pianeta di Vampa. Si tratta di Broly, ormai cresciuto sano e (molto) forte ma ancora privo di una coscienza civilizzata, e di suo padre Paragas, che cova da decenni un desiderio di vendetta nei confronti di Re Vegeta.

Queste dinamiche, con qualche piccolo cambio di coordinate, non sono mutate rispetto alla versione di Broly precedentemente vista in Dragon Ball Z: Il Super Sayan della leggenda (1993) e Dragon Ball Z: Sfida alla leggenda (1994). È ancora manipolato da un padre severo che vuole usarlo per vendicarsi sugli altri sayan sopravvissuti, e ne viene controllato tramite un collare meccanico. Ciò che cambia è l’origine della sua rabbia, sempre pericolosa e incontenibile, non più dovuta ai pianti del piccolo Kakaroth che, in questa versione, non è neanche lontanamente suo vicino di culla.

Bello senz’anima

Il combattimento, esteticamente, rappresenta uno dei punti forti del film, impreziosito da effetti visivi e da sensazioni di velocità e potenza degne della nuova generazione di fan. Tuttavia, quello che merita a livello grafico, lo scontro paga in termini di profondità. Goku, Vegeta e il loro temibile avversario non fanno altro che alternare trasformazioni e offensive, senza mai andare oltre, senza riflettere su possibili espedienti strategici o vie d’uscita. Il combattimento sembra, per vuota bellezza, un lungo video di introduzione di un videogame su licenza. Oltretutto, l’ingrandirsi della minaccia e della potenza messa in campo per fermarla è graduale, schematico e prevedibile. Certo, la climax è una gioia per i fan, che vedono canonizzata (finalmente) anche la figura di Gogeta, estremo rimedio al male estremo. Ma qui sorge un’altra criticità: qual è questo male estremo che costringe Goku e Vegeta prima alla fuga e poi alla tecnica della fusion e che costringe noi ad assistere allo stesso identico siparietto intercorso a suo tempo tra Goten e Trunks?

Broly è una potenza che, senza freni, rischia di distruggere il pianeta e i suoi abitanti. Lo scontro, però, non trasmette mai questa sensazione di urgenza, e pare più un allenamento agonistico tra i sayan terrestri e il nuovo arrivato. La nuova e più complessa personalità del figlio di Paragas, d’altronde, è una novità molto apprezzata, esclusiva di questo film. Cozza, tuttavia, con la sua missione che, evidentemente, non è mai la volontaria distruzione di ogni cosa. Ora, Broly è, tutto sommato, una versione sayan di Hulk: va fermato, ma non necessariamente sconfitto.

Note stonate

Dispiace constatare che il suo carattere, con un paio di brevi eccezioni, sia l’unico approfondito in tutto il film. Freezer stesso, nonostante la sua ultima trasformazione, si riconferma personaggio macchiettistico che ricorda (se non altro, nel desiderio da esprimere al drago Shenron) il Comandante dell’armata Red Ribbon, di ormai ancestrale memoria. Forse è questo l’ennesimo indizio, e quindi la prova, che Dragon Ball Super: Broly sia pensato per raccontare per la prima volta tanti elementi fondamentali della serie a una generazione di nuovi fan che, quegli elementi, ancora li ignora. Non è quindi l’effetto malinconia ad essere ricercato con insistenza, nei confronti di chi alla ricerca delle sette sfere ci è cresciuto, ma invece la formula d’oro che per tanti anni si è dimostrata efficace. Nel farlo, la creatura di Toriyama si è estremamente attualizzata nella veste grafica, e questo è bene, quanto alleggerita in profondità ed epicità, e questo è male.

Per questo, come la potenza straripante di Broly, bisogna tenere sotto controllo la tentazione, più che umana, di essere indulgenti con un film di Dragon Ball. I fan di vecchia data di lungometraggi dedicati a Goku & co. ne hanno visti parecchi, con risultati quantomeno altalenanti, e Dragon Ball Super: Broly non è certamente tra i peggiori (basti pensare a Dragonball Evolution).

È necessario ricordare, tuttavia, che non solo da Dragon Ball Z: La battaglia degli dei (2013), i film fanno in tutto e per tutto parte del canon, ma anche che sono rivolti a nuove generazioni, che con essi vengono iniziate alla grande epopea dei Sayan. È quindi nostro compito, come critici e “degni avversari”, constatare che la missione di questo ultimo capitolo cinematografico, comunque abbastanza godibile, è lungi dall’essere compiuta.

In conclusione

Il ritmo, zoppicante all’inizio, accelera molto nella seconda parte ma fallisce nell’accompagnarsi a un degno conflitto. Il combattimento, per quanto esteticamente spettacolare, non fornisce alcuno spunto tattico o di qualsivoglia spessore. L’effetto nostalgia finisce per riproporre situazioni conosciute a menadito e l’approfondimento di Broly, graditissimo, lo destituisce dal ruolo di minaccia alla sopravvivenza del pianeta Terra e dei suoi abitanti. Sappiamo con certezza che le avventure di Goku, Vegeta e dello stesso Freezer possono essere molto più epiche e coinvolgenti di così. È quindi giusto non pretendere di meno.

Nonostante anche l’aspetto di Broly, oltre alla sua personalità, abbia ricevuto un profondo restyling nell’ultimo film, il suo look originale è ancora a nostro parere il più carismatico in circolazione. Perché non rispolverare, quindi, una vecchia gloria quale questa action figure, per dare un ultimo saluto alla versione originale del Super Sayan della leggenda? Se l’avete già o preferite guardare sempre avanti, c’è sempre la nuova versione.