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Dylan Dog 417: L’ora del giudizio, recensione

Dylan Dog è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso Ilary, una donna che frequentava da poco, ma nella precedente storia narrata da Mauro Uzzeo e resa nelle tavole oscure di Arturo Lauria, il nostro indagatore ha dovuto fare i conti con la prigionia della sua stessa mente. La storia prosegue questo mese con L’ora del giudizio, con le eccellenze dylandoghiane di Barbara Baraldi e il maestro Angelo Stano alle matite, riprendendo ancora il subconscio di Dylan e quello della povera Ilary che saranno i veri protagonisti del processo nell’aula di tribunale che sta avvenendo nella realtà… o forse nell’incubo di uno dei due. Chi è il vero colpevole? Ma soprattutto, cos’è accaduto veramente a Ilary?

L’ora del giudizio

La storia che abbiamo appena finito di leggere è un viaggio della mente e nella mente. Quindi se avete qualche dubbio, lo fughiamo subito: L’ora del giudizio è una storia complessa, un dramma molto psicologico, che già nella sua prima parte della storia racchiusa nel numero precedente “Il Detenuto“, recensita su queste pagine, sembrava aver dato il meglio di sé proprio da questo punto di vista.

Dylan Dog L'ora del giudizio

Invece, nonostante prediliga uno stile differente, meno claustrofobico e oscuro, Barbara Baraldi continua sullo stesso binario, anzi, un doppio binario che vede la lotta tra Dylan e i suoi mostri e quella tra gli oscuri ricordi della povera Ilary e la stessa sopravvivenza. Ma facciamo un passo indietro per capire cosa sta succedendo esattamente all’inquilino di Craven Road.

Nella prima parte di questa storia presente nel precedente albo “Il Detenuto”, scritta da Mauro Uzzeo con le tavole di Arturo Lauria, Dylan Dog sembra che venga ingiustamente detenuto con l’accusa di omicidio nei confronti di Ilary, una ragazza con la quale si stava frequentando.

Dylan Dog L'ora del giudizio

Dopo aver assistito a un vero e proprio viaggio onirico nella sua mente popolata da tutte le sue paure, Dylan prova a restare lucido ancorandosi alle sue uniche certezze e al vero senso della libertà. Una libertà che, però, rischia di perdere se non proverà la sua innocenza al processo che lo vede come sospettato numero uno della morte della ragazza.

La lotta col proprio subconscio

La storia narrata dalla bravissima Barbara Baraldi prende una piega piuttosto introspettiva, maggiormente rispetto quanto avvenuto col numero precedente, affrontando paure molto forti che nella vita di tutti giorni sono in grado di distruggere la nostra intera esistenza. Come ad esempio la morte di un familiare.

Infatti, Ia vera “reclusa” di questa storia è Ilary che essendo stata coinvolta nella morte di suo fratello in tenera età, non ha mai superato il trauma restando chiusa tra le altissime mura del suo subconscio. La donna, disperata, fa ricorso a un docente della sua università molto vicino alla teoria della “mindsight” elaborata Daniel J. Siegel, noto psichiatra statunitense.

Dylan Dog L'ora del giudizio

Per darvi un’idea di cosa preveda lo studio di Siegel, sappiate che la mindsight è un processo che aiuta a potenziare i circuiti della corteccia prefrontale mediale – come se fossero dei veri e propri muscoli da allenare – direttamente a contatto con le regioni sottocorticali, ovvero quelle aree responsabili nel produrre e custodire le emozioni. Tali concetti sono strettamente legati alla neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di creare nuove connessioni neurali e nuovi neuroni attraverso le esperienze vissute Al netto dei dati empirici ottenibili, si tratta di un concetto scientifico molto affascinante che stabilisce una connessione tra le relazioni sociali, eventi vissuti e circuiti cerebrali. Da qui l’elemento cardine narrativo utilizzato dalla Baraldi – e nella storia dal professor Chilton, il docente universitario di Ilary – per far sì che la ragazza riesca a plasmare oltre le sue paure e il suo trauma e, infine, espellerlo per tornare a vivere.

La cena al lume di candela di Dylan, il suo arresto, la sua prigionia e il processo…sono tutti accadimenti che servono al nostro protagonista a ritrovare sé stesso per poter guidare Ilary nel suo percorso riabilitativo, un percorso che senza la presenza di una persona forte, che può credere e vedere veramente dentro Ilary, non può avere fine. Il nostro Dylan, appunto.

L’ora del giudizio è una storia complessa, che varca diverse dimensioni e anche con una certa ironia che ricorda molto lo stile di Sclavi, e come di consueto, potrebbe non piacere a tutti nonostante vi confermiamo la fortissima aderenza con le tematiche tipiche di Dylan. Resta sorprendente vedere come, in realtà, questo numero regga benissimo anche senza il suo predecessore, offrendo ai lettori piccoli flashback che colmano l’arco narrativo intercorso tra i due albi.

Sono passati ben 17 mesi dall’ultima apparizione del maestro Angelo Stano nelle pagine di Dylan Dog (recuperate qui la nostra intervista!), per la precisione da quella celebrativa del #400. Ebbene, l’autore che per tanti anni ha accompagnato i fan dell’indagatore dell’incubo con le sue 320 copertine della serie regolare, dimostra ancora una volta di essere uno dei migliori illustratori della testata (nonostante abbia effettivamente disegnato “solo” 16 storie nella serie regolare), regalandoci i suoi modelli senza tempo, un Dylan iconico e delle sequenze di fortissimo impatto. La cover resa sempre dal grande Gigi Cavenago rende benissimo l’inferno da cui Dylan dovrà cavarsela, ricordando anche una storica vignetta di Ascensore per l’inferno. Forse una mera coincidenza, ma ci piace pensare che Gigi abbia voluto omaggiare la storia disegnata da Bruno Brindisi.

Dylan Dog L'ora del giudizio

L’ora del giudizio è una storia che vi farà riflettere sulle vostre paure e su come poterle superare, un principio caro al personaggio di Tiziano Sclavi, anche stavolta nei panni di colui che può guidarci nell’assurdo, nel tragico e nell’incubo. L’autrice, sotto questo punto di vista, ha fatto un ottimo lavoro. Inscenare la detenzione e il processo per tutta la durata della storia, però, rivela anche la chiave complessa di lettura degli eventi, soprattutto quando questi sono incasellati tra le varie dimensioni che interessano più o meno la realtà che stanno vivendo i protagonisti, rendendo, in definitiva, la storia forse non proprio accessibile a tutti. Ma forse non è così che vogliamo il nostro Dylan?

Per la lettura di questo albo vi consigliamo The Unforgiven e Nothing else matters entrambe contenute nel Black Album dei Metallica.

Cari ritornanti e affezionati dei dintorni di Craven Road,

Lunedì 7 giugno alle ore 21:00 sul canale Twitch di Cultura Pop di Tom’s Hardware Italia, parleremo di Dylan Dog, dell’albo L’ora del giudizio appena giunto in edicola, e avremo l’onore di ospitare Antonio Tentori autore del romanzo Il bambino che voleva giocare con le bambole.

https://www.twitch.tv/culturapopita

Non mancate!

Dylan Dog #417 – L’ora del giudizio

L’ora del giudizio è un albo complesso, ma fedele alla narrazione tipica dylandoghiana, che stavolta si distacca nettamente dall’indagine tipo e varca la soglia della mente per affrontare il subconscio. Dylan si ritrova a dover credere per primo (come accade spesso) ai fantasmi che albergano nella mente della povera Ilary per farla guarire da un trauma che ha vissuto nella sua infanzia, e per farlo dovrà affrontare per primo le sue paure. La storia percorre diversi binari narrativi e riesce a delineare gli eventi molto lentamente, fino all’epilogo che riesce a chiarire cosa effettivamente è successo nella prima parte della storia raccontata nel precedente albo e questa appena giunta in edicola. Un albo che nel complesso ci è piaciuto per l’approccio psicologico e ricercato della Baraldi (sempre una garanzia, sotto questo punto di vista) e per il ritorno di uno dei più grandi illustratori della testata e non solo, il maestro Angelo Stano, che ci consegna il “Dylan storico” che abbiamo conosciuto in oltre trent’anni di copertine da lui firmate.

Pro

  • Storia angosciante e molto psicologica;
  • Apre un’interessante dibattito sulla neuroplasticità;
  • Angelo Stano è più in forma che mai!

Contro

  • Si poteva anche fare a meno di collegarla all’albo precedente;
  • La dimensione onirica e fortemente psicologica forse è troppo ricercata per essere pienamente apprezzata dal pubblico.