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Eden, la recensione del nuovo anime Netflix di Yasuhiro Irie

Gli anime targati Netflix sono ormai parte della grande offerta del colosso dello streaming, il quale ha arricchito i suoi progetti con firme e autori dal calibro storico. Tra le nuove proposte appena arrivate, c’è Eden: una miniserie di quattro episodi, più vicina a un film che ad altro, realizzata da Yasuhiro Irie (Full Metal Alchemist) alla regia e Toshihiro Kawamoto (Cowboy Bepop) al character design. I due nomi, per gli appassionati, bastano ad assicurarne la garanzia della buona fattura e tutto sommato Eden rispetta le aspettative anche del pubblico più esigente, perfino di coloro che ancora faticano a digerire l’animazione tridimensionale.

Ambientato in un futuro distopico dove l’umanità è scomparsa e i robot sono gli unici sopravvissuti sulla Terra, una bambina trovata da una coppia di automi agricoli diventa il simbolo di speranza per un possibile ritorno della specie svanita secoli prima. Un po’ distopia retro-futuristica, un po’ immaginario favolistico alla Studio Ghibli, Eden ha un animo diviso in molte ispirazioni e che si ricongiunge in una storia non sempre capace di sostenere il difficile incarico di innovare gli archetipi su cui si fossilizza.

Eden

A te, fra 500 anni

La scelta di partire da un futuro lontano in cui l’umanità è introvabile non è certo una novità, anche guardando all’interno del settore degli anime. Netflix ha calcato una trama simile, neanche a farlo di proposito, con Love Death & Robots nel suo terzo episodio dal nome “I Tre Robot“. Nell’anime di Yasuhiro Irie però il mondo perduto della nostra civiltà non è un parco giochi da visitare, anzi è quasi introvabile dopo il passaggio di 500 anni dalla nostra ultima apparizione. Piuttosto l‘attenzione è subito rivolta verso una natura rigogliosa costruita dai Robot che il genio umano aveva costruito, dando fin da subito allo spettatore il messaggio che vede la specie umana come l’unico vero ostacolo verso un paradiso reale, il cosiddetto Eden che ispira il titolo.

In quell’angolo di purezza, precisamente Eden 3, viene ritrovata una bambina da due robot (le cui voci inglesi sono di Rosario Dawson e David Tennant) addetti alla raccolta delle mele mature. Scioccati da quell’avvenimento e intenti a utilizzare la loro programmazione per capire cosa farne della loro Sara, finiscono per farne da genitori e crescerla, nonostante il pericolo di venire scoperti dai robot di sorveglianza, i quali vedono gli umani come una minaccia da debellare. La causa di questo comportamento ostile è dovuta alla programmazione della macchina a capo di Eden 3: il tirannico e spaventoso Zero (Neil Patrick Harris), signore dei robot e unica autorità attualmente in vita sulla Terra.

Per fortuna Sara cresce bene rifugiandosi in un nascondiglio segreto di robot pro-umani fuori da Eden 3, seppur la sua trasformazione in adolescente diventa ben presto il catalizzatore per le tante domande che affollano i suoi pensieri. Da dove viene? Esistono altri umani? Perché la sua capsula criogenica era l’unica attiva in Eden 3? Tutte le risposte che cerca si aggirano proprio nei pericolosi confini di Eden 3 e le avventure che dovrà vivere per ottenerle saranno al centro dei quattro episodi della serie.

Critica alla distruzione umana

A livello meramente narrativo, Eden non brilla di particolari escamotage capaci di allontanarlo da una certa prevedibilità nell’esecuzione. Qualche colpo di scena è presente negli episodi finali, ma lo vedrete arrivare fin da subito con un po’ di attenzione verso alcuni specifici dettagli. Il tono dell’anime, infatti, è più quello di un racconto per giovani di qualsiasi fascia che vogliono godersi uno show dai valori tradizionali come famiglia, amicizia e il trovare il proprio posto nel mondo.

A margine del suo approccio intimo c’è poi la critica agli umani come unica razza distruttiva, tanto da essere la rovina di se stessa e del pianeta in cui è ospitata. Con l’avanzare dell’informazioni fornite dallo show arriverete a chiedervi se sia poi così giusto andare alla ricerca di ciò che è ormai perduto, ma a differenza di altri lavori di Kawamoto come Ghost in the Shell la risposta finale di Eden non è affatto negativa, anzi, fino al suo inevitabile finale dal candido calore.

Eden

Eden quindi è una storia che scorre via facilmente nei quattro pezzi da venti minuti in cui è divisa, senza essere chissà quale ricordo memorabile che custodirete calorosamente. Non per questo però è una visione che non merita di essere vissuta, anzi è proprio nella sua semplicità tematiche che potrete ritrovare quella sensazione di familiarità con cui ricordare alcuni dei valori più puri delle nostre vite, magari anche riflettendo un po’ su quello che il continuo conflitto o odio verso il prossimo possono provocare perfino quando non ce ne accorgiamo.

Robot d’epoca

Oltre a quanto già detto, Eden ha indubbiamente alcune qualità che lo distaccano di netto da altre produzioni simili. Prima tra tutte è la creatività dell’animazione e le sue molte ispirazioni che fondono tecniche di diverso tipo. 3D e 2D si uniscono in una commistione visivamente eccellente, seppur in qualche momento ci sia un po’ di incertezza da un punto di vista tecnico, come quando Sara intrattiene delle conversazioni di contorno e le sue espressioni rimangono pressoché statiche.

Per fortuna si tratta di momenti marginali, facilmente nascosti da tante, tantissime scene in cui c’è un’evidente cura nel riuscire a dare spessore a ogni singolo frame. Non a caso, alcuni aspetti di Eden ricordano per diversi motivi (tra cui il design della protagonista) Nausicaä della Valle del Vento ma con uno spirito leggermente più tecnologico e attento alla modernità preservata nella rovina. Come il film di Studio Ghibli, Eden sfrutta in maniera eccellente l’ambientazione e la sua conseguente caratterizzazione per risaltare il design dei personaggi principali e donargli delle scene capaci di farli risaltare in momenti memorabili.

Eden

A questo deve essere inevitabilmente accostata una colonna sonora di qualità, elemento su cui Eden calca molto insieme alla qualità del doppiaggio. Le composizioni e le voci dell’anime sono di alto livello e, sebbene ci siano pochi brani cantati o particolarmente memorabili, la capacità di riuscire ad amplificare le emozioni di alcuni momenti chiave è una qualità difficile da mostrare, specie quando gran parte del tuo cast non ha espressioni facciali a cui appoggiarsi.

Struggersi per le reazioni di due robot, specie quando il design di base ne impedisce una particolare emotività, è un qualcosa che Eden provoca nello spettatore con una facilità disarmante, facendo sempre leva sul legame familiare e su una performance straordinaria da parte dei doppiatori. In più, Eden è un raro caso in cui la versione originale, quella italiana e quella inglese sono tutte di pari livello e forniscono lo stesso impatto a prescindere dalla vostra preferenza in merito.

In conclusione

Purtroppo, per quanto Eden possa essere ben curato, è facile vederne i buchi che ne costellano la superficie sotto la patina dorata. La trama lascia molte domande aperte, il che è strano in virtù della semplicità descritta prima. La storia di Sara rimane un mistero, alcune questioni del passato non vengono ben esposte e perfino la conclusione, seppur positiva, rimane dolcemente vaga quando non c’è ragione per farlo. Eden avrebbe potuto chiudersi con una posizione più decisa e una visione speranzosa chiara come il sole, invece di tenersi in una sorta di mistero sibillino con la risposta lasciata all’immaginazione dello spettatore.

Da un lato è probabile che la volontà degli autori fosse quella di far decidere a noi osservatori che tipo di futuro attenderà la nostra Sara, ma dall’altro tutti gli scambi verbali avvenuti nelle quattro puntate sono sufficienti a indirizzare l’opera verso un’unica strada su cui non possono esistere deviazioni consistenti. Tutto sommato, lo dobbiamo ammettere, sono comunque questioni marginali per chiunque sia puntiglioso nei riguardi della sceneggiatura; crepe inavvertibili per chi, invece, cerca solo uno show calorosamente malinconico da potersi gustare in un’unica sessione.