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Fear Street Parte 3: 1666, la recensione della conclusione della trilogia horror

Dopo due spaventosi capitoli slasher davvero intriganti e inaspettati, la trilogia di Fear Street di Netflix si conclude, questa settimana, con il capitolo finale intitolato Fear Street Parte 3: 1666. Il primo film ci ha fatto rivivere le paure e le atmosfere di Scream con una grande nostalgia dei film horror anni ’90 e il secondo invece è tornato alle selvagge uccisione da campo degli slasher anni ’80 come Venerdì 13. Nel terzo la regista e sceneggiatrice Leigh Janiak ci riporta al punto in cui è iniziata questa saga horror: una storia di streghe, demoni e misteri che si presenta come una produzione tanto divertente quanto spaventosa. La trilogia è, quindi, giunta al termine ma in che modo? Scopritelo insieme a noi in questa recensione che, come sempre, sarà priva di spoiler.

Fear Street Parte 3: 1666

Fear Street Parte 3: 1666: un ritorno al passato tra misteri e pregiudizi

La storia riprendere esattamente da dove si è interrotta la seconda parte. Deena (Kiana Madeira) stava riunendo le ossa della strega morta da tempo, Sarah Fier, con il ritrovamento della sua mano mozzata. Tramite questo macabro rituale, la ragazza viene riportata indietro nel tempo. Questa volta non attraverso la triste storia di un sopravvissuto, come accaduto in Fear Street Parte 2: 1978, ma tramite un corposo flashback che mette Deena proprio nei panni della misteriosa strega.

È il 1666 e lo spettatore si ritrova immerso in una colonia, chiamata Union, che poi sarebbe stata divisa in Shadyside e in Sunnyvale. Come gli adolescenti che abbiamo incontrato sia in Fear Street Parte 1: 1994 che nel suo sequel diretto, Sarah e le sue amiche lavorano duro e non disdegnano anche qualche giocata come è usuale tra i giovani. Tra le loro pesanti faccende agricole, sussurrano con entusiasmo dei piani di mezzanotte per divertirsi attorno a un falò con sidro di mele e alcune bacche speciali, le quali non sono altro che droghe da festa del diciassettesimo secolo. Oltre alla frivolezza, Sarah ritrova la felicità anche nei boschi, frequentando la figlia del pastore, Hannah (interpretata da Olivia Scott Welch che nel ’94 interpretava Sam). La mattina dopo, Sarah non deve affrontare solo una brutta sbornia, ma anche un villaggio pieno di pestilenza e paranoie. Il diavolo sembra essere sceso sulla loro città e forse la causa potrebbe essere proprio il suo peccato.

Trilogia horror slasher con una forte componente politica

La regista rielabora abilmente le storie narrate nei due film precedenti per farle culminare alla perfezione in questo capitolo finale. Fear Street Parte 3: 1666, quindi, definisce perfettamente le cause della maledizione di Shadyside e perché questa sembra aver colpito in particolare Kate, Simon, Ziggy e Cindy (Julia Rehwald, Fred Hechinger, Sadie Sink ed Emily Rudd). Oltre a ciò, Janiak si immerge anche nelle vite private dei personaggi riuscendo a scaldare i cuori degli spettatori consapevoli del loro terribile destino. La scelta più intelligente, inoltre, è stata quella di Madeira nei panni di Fier poiché permette di mantenere alta la tensione e la preoccupazione riguardo al personaggio di Deena. Allo stesso modo, la storia d’amore saffica tra Sarah e Hannah è immediatamente illuminata dai ricordi della passione condivisa tra Deena e Sam e questa si rivela una chicca curiosa sul perché la strega abbia scelto proprio loro due per raccontare tutta la sua storia.

Fear Street Parte 3: 1666

In Fear Street Parte 1: 1994, l’omofobia era una sorta di fantasma che compariva sporadicamente ai margini della narrativa di Deena e Sam. Mostrava la madre di Sam arrabbiata e le conversazioni riguardanti il coming out erano codificate così come gli insulti ridotti al minimo. Nel 1666, di contro, Sarah viene definita un “abominio” per la sua lussuria lesbica, e le ragazze vengono pubblicamente accusate di una maledizione che sta mandando il cibo in putrefazione e trasformando gli uomini giusti in assassini. L’unico adulto che ascolterà Sarah/Deena è Solomon Goode, un contadino vedovo che è l’antenato dello sceriffo del ’94 Nick Goode (entrambi interpretati da Ashley Zukerman).

Fear Street Parte 3: 1666

Fear Street Parte 3: 1666, quindi, non si limita a rivelare la storia completa di Sarah Fier, ma rafforza anche la componente politica dell’intera trilogia. Di fatto questa non è mai stata solo una trilogia slasher su una strega: Janiak e il suo team di scrittori (Phil Graziadei, Zak Olkewicz, Kyle Killen e Kate Trefry) ci stavano conducendo in un labirinto tortuoso con al centro un’allegoria cruenta sull’oppressione sistemica. Gli abitanti di Shadyside non soffrono a causa della sfortuna né tantomeno sono condannati alla povertà e alla violenza a causa di un ipotetico peccato.

Fear Street Parte 3: 1666

C’è qualcosa di più oscuro in gioco, e questo aspetto rende il casting inclusivo, ma non ruffiano, perché riesce abilmente a esteriorizzare il nocciolo della questione. Janiak ha concentrato intenzionalmente la sua trilogia su una protagonista nera e queer che si è rifiutata di fare la gentile con un mondo che sembra andare contro di lei. La regista ha quindi circondato la sua eroina di persone nere e personaggi complicati che non esistono spesso nel genere horror slasher o vengono uccisi così rapidamente che a malapena vengono approfonditi. In quanto tale, Janiak è riuscita a realizzare una trilogia slasher impegnativa per la nostra epoca moderna, guardando con fermezza al passato.

L’abbandono della nostalgia

I primi due film sono stati a metà tra la nostalgia e l’innovazione, con il primo film tendente a quest’ultima e il secondo film alla prima. In 1666, la nostalgia viene quasi spezzata a causa del salto temporale molto ampio nel passato. Il design produttivo dipinge un mondo che sembra antico, ma vivo. Le luci al neon del ’94 sono state prima sostituite con le luci flash del ’78 e adesso con la luce del fuoco del 1666. L’era del colonialismo e i suoi mali vengono demistificati, con il cast che, mentalmente, è già proiettato ai tempi più moderni. Dopotutto la storia di Sarah non finisce nel 1666, poiché una volta uccisa, Deena è tornata nel presente (’94) nel suo stesso corpo, alle prese con alcuni spaventosi eventi. Insomma, tutto si collega.

Fear Street Parte 3: 1666

Dato che il 1666 è chiuso dalla trama del 1994, il ritmo stride un po’ con il periodo storico, ma è appropriato. Pertanto lo spettatore stesso, così come Deena, ha molto da elaborare e poco tempo per farlo. La narrazione si fa un po’ più confusa perché tutto tende ad accadere fin troppo velocemente. Inoltre l’ottimo cast dei precedenti capitoli ritorna, integralmente, in altri ruoli quindi inizialmente si fa un po’ difficoltà a comprendere chi è chi e per quale motivo. Tra spruzzi di sangue e antichi rituali, non mancano le uccisioni sgargianti e dei meravigliosi assassini che rappresentano la vena terrificante di una storia che culmina con un finale così spettacolare e fantasioso da essere memorabile nel genere.

Conclusioni

In conclusione, più ci si addentra in questo franchise, più diventa impossibile vedere i film come dei prodotti standalone. È una trilogia dalla struttura molto rigida e pertanto il capitolo finale non può assolutamente essere visto senza aver guardato gli altri due capitoli precedenti. Raccontano una storia che attraversa secoli, legando le narrazioni delle donne Shadyside che hanno osato essere diverse, che hanno osato sognare, che hanno osato sfidare le regole stabilite da coloro che non avrebbero mai potuto capire. Alla fine, si tratta di molto più di un semplice horror slasher con il mistero di una strega peccaminosa. Fear Street diventa un percorso per esplorare gli orrori che ancora perseguitano gli emarginati, vittime inermi che continuano a essere accusate delle tragedie che accadono in un sistema marcio e ingiusto. In ogni caso il divertimento noir non manca, ma si rafforza con alcune rivelazioni contorte e dei colpi di scena audaci.