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Gli alieni conquistano il cinema: viaggio nella fantascienza americana degli anni 50

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Nota del curatore. Di fantascienza classica abbiamo parlato spesso in Retrocult, in genere con gli articoli di Omar Serafini (qui, qui e qui i più recenti). E i nostri lettori abituali, dunque, si troveranno a casa nel discorso che affronta oggi Lorena Rao. Ma ci sono sempre i giovani, e quelli che nonostante l’età credono ancora che esista il “semplice intrattenimento”.

Non è così, fortunatamente. I film di ci occupiamo oggi in Retrocult si possono guardare “a cervello spento”, come molti amano dire. Ma guardare a cervello spento è, diciamo la verità, guardare a metà.

Si può guardare la cosa e vedere solo quattro imbecilli morti di freddo fatti a pezzi da un aggressore che più improbabile non si può. Fine della storia, arrivederci, grazie e avanti il prossimo. Lo so, è una cosa che fanno in tanti, ma ciò non toglie che sia più o meno un crimine tra i peggiori nel mio personale criterio giuridico.

La scienza di fantascienza è motore di idee, ispirazione di storie e personaggi, ricettacolo di utopie e covo di mostruosità. Lo scienziato è tanto Messia salvatore quanto Demonio. Il Diverso non è più alieno del protagonista perché né è lo specchio, per quanto lontano si possa collocare il suo pianeta di origine. La Maschera, ovviamente, deve sempre essere rivelatrice. Un sacco di roba che ci si perde se il cervello è spento, ed ecco perché in genere è meglio tenerlo sempre acceso – persino per il semplice intrattenimento.

Buona lettura e alla settimana prossima

Valerio Porcu

Hiroshima

Che il cinema sia una potente arma culturale non è certo una novità. Sin da quando è nata, la settima arte si è fatta carico degli immaginari culturali, dandogli forme concrete, quasi tangibili.
Prendiamo ad esempio la fantascienza americana ed europea: negli anni 20 vi è il fascino per la tecnologia, la crescita industriale e l’automazione dell’umanità, come in Metropolis; negli anni 50 la tecnologia è appannaggio di forme di vita extraterrestri, pronte a ridurre all’estinzione la popolazione della Terra; a partire dagli anni 70, invece, troviamo uomini e alieni collaborare per un bene superiore, come nella prima trilogia di Star Wars.

Dietro a ogni rappresentazione vi è una particolare critica alle tematiche del tempo in cui le pellicole menzionate sono state partorite.

Nel caso dei film degli anni 50 non abbiamo nominato casi specifici, perché è l’epoca su cui vogliamo soffermarci, per rendere chiaro – ancora una volta – come la cultura pop non è solo intrattenimento, ma un’importante espressione di ciò che siamo stati, di ciò che abbiamo temuto, di ciò che abbiamo sognato. Basta riuscire ad andare oltre il primo sguardo.

Per tale ragione occorre delineare meglio il contesto che ha permesso la fioritura della fantascienza americana nel cinema. Dopotutto, serve un’unica parola chiave: la bomba atomica.

Quanto era accaduto ad Hiroshima e Nagasaki sul finire della Seconda guerra mondiale aveva messo in rilievo agli occhi del mondo la potenza militare e tecnologica raggiunta dagli Stati Uniti, ma anche la capacità distruttiva a cui era giunta l’uomo.

Certo, all’inizio della Guerra fredda, l’avere un’arma del genere da usare contro il comunismo sovietico rendeva gli americani sereni. Un ottimismo che però durò poco, dati gli eventi del 1949: in quell’anno l’Unione Sovietica di Stalin testò il suo primo ordigno nucleare, mentre la Cina era passata sotto l’ala comunista, con la vittoria di Mao Tse-Tung. Inoltre, con l’inizio della nuova decade del XX secolo, cominciò la Guerra di Corea, combattuta sul 38° parallelo tra il Nord filocomunista appoggiato da URSS e Cina e il Sud filoccidentale supportato dagli Stati Uniti. Insomma, la Guerra fredda si stava riscaldando, portando coloro che erano stati i difensori del mondo contro i totalitarismi della Seconda guerra mondiale – ovvero gli USA – a temere per il loro futuro.

I fumetti, la letteratura e soprattutto il cinema si fecero carico di questi timori. E non mostrando un mondo verosimile, ma usando simboli e metafore tratte dallo Spazio per rappresentare gli incubi che destavano i sogni dei cittadini americani.

Quando è la scienza a fermare il male: Invaders From Mars

Iniziamo il nostro viaggio nella fantascienza americana con Invaders From Mars (Gli Invasori Spaziali), una pellicola del 1953 diretta da William Cameron Menzies. L’incipit è molto semplice: una notte David, un bambino della provincia americana appassionato di astronomia, vede atterrare dietro la collina di casa sua uno strano oggetto volante di colore verde fosforescente. Spaventato, sveglia il padre, un prestigioso ingegnere impegnato in alcuni progetti segreti per conto del governo americano. Quando l’uomo va a controllare, viene assorbito dal terreno.

Ritorna l’indomani mattina in casa, ma subito la moglie e David notano qualcosa che non va: l’uomo è apatico, con lo sguardo fisso nel vuoto, e parla a monosillabi. Successivamente anche il resto della popolazione della cittadina, compresa la madre di David, viene tramutata in esseri imperturbabili, pronti a correre qualsiasi rischio per ottenere i segreti celati dietro a una potente arma nucleare progettata dagli Stati Uniti. Questo atteggiamento aggressivo-passivo deriva dagli ordini impartiti da creature aliene dotate di un’intelligenza sopraffina, giunte sulla Terra per ottenere l’arma che gli consentirà la conquista dell’intero universo.

A un primo sguardo, la pellicola si presenta come un classico b-movie, soprattutto per la retorica seriosa dei personaggi rispetto agli effetti speciali. Rivisto nel 2019, infatti, fa spesso sorridere per i fondali palesemente dipinti o per le cerniere in bella in vista nei costumi degli alieni. D’altronde, Invaders From Mars appartiene al filone di film a basto cosso, davvero prolifici agli inizi degli anni 50, dato che le produzioni indipendenti avevano più libertà nel trattare tematiche legate alla Guerra fredda.

L’istituzione dell’HUAC (House of Un-American Activities Committee) del 1938 aveva portato le major a rappresentazioni attente a non toccare temi caldi che avrebbero potuto celare filosofie comuniste o comunque di critica nei confronti dell’American Way of Life e dell’operato statunitense. Al contrario Invaders From Mars – e il successivo film che andremo ad analizzare -, racconta simbolicamente, attraverso la fantascienza, le paure e i pericoli che occupavano i cuori statunitensi in quel momento.

Gli alieni, provenienti da Marte (una scelta non casuale, dato il suo particolare colore rosso), non sono altro che una rappresentazione dei comunisti, gelidi e freddi, smaniosi di mettere le mani sull’avanguardia tecnologica statunitense.

Basta addentrarsi nel simbolismo per comprendere come l’intelligenza sopraffina che comanda gli alieni sia in realtà la tirannide dello stato-partito comunista, capace di sottomettere i suoi abitanti, che operano passivamente per un volere superiore. Un’immagine ben salda nell’immaginario americano, in quanto le popolazioni comuniste erano viste completamente sottomesse dallo Stato.

Si oppone a un male del genere l’americanismo più puro, rappresentato da quattro personaggi: il piccolo David, uno scienziato dell’osservatorio spaziale, una dottoressa e un colonnello dell’esercito. Ognuno di loro rappresenta il fiore all’occhiello della società americana, vale a dire la benevolenza e il coraggio del cittadino, l’avanguardia della scienza e la potenza militare. Uniti, queste tre fattori possono sconfiggere gli alieni, alias il comunismo.

Il sottile velo che collega la fantascienza rappresentata nel film e la realtà è comunque evidente, soprattutto nel trailer, dove enormi scritte si intervallano a scene concitate, creando negli spettatori un forte timore su un evento, fantastico possibile, che potrebbe accadere nel domani.

Se dunque a noi spettatori del 2019 Invaders From Mars strappa più volte un sorriso per il forte gusto retro, agli americani degli anni 50 instilla paura, fomento e, alla fine, speranza.

Quando la scienza è pericolosa: The Thing From Another World

Un altro esempio interessante della fantascienza americana, persino precedente a Invaders From Mars, è The Thing From Another World (La cosa da un altro mondo), film del 1951 diretto da Christian Nyby (con Howard Hawks, il film fu ripreso da John Carpenter negli anni ’80).

Siamo in una base statunitense nell’Artide, in cui si sperimenta l’energia nucleare. A sconvolgere la situazione c’è il risveglio di una creatura proveniente – rullo di tamburi – da Marte. La sua forma antropomorfa non deve tranquillizzare, perché non è dotata di raziocinio, ma di una forte aggressività e resistenza che può mettere a repentaglio la vita degli americani della base.

A differenza però della pellicola analizzata precedentemente, in The Thing From Another World la scienza non è un valido alleato per sopprimere il problema, in quanto tra i vari personaggi vi è uno scienziato che prova a convincere i suoi compagni a risparmiare la creatura per poterla studiare e giungere a nuovi risultati. Una filosofia che si rivela essere oltremodo pericolosa, in quanto La cosa non è in grado di collaborare, e la sua incredibile forza e aggressività non fanno altro che aumentare la scia di sangue di coloro che hanno provato a intralciare il suo cammino.

La bramosia dello scienziato è un chiaro riflesso dei timori legati alla scienza: all’inizio di questo articolo parlavamo di come la bomba atomica fosse da un lato ritenuta un successo, in quanto un’arma capace di eguagliare la potenza del sole (lo disse Truman dopo il lancio su Hiroshima), ma che dall’altro metteva i brividi per la sua portata distruttiva, in grado di portare l’umanità all’estinzione.

Potremmo quindi affermare di vedere una rappresentazione più attuale della hýbris greca, ovvero della tracotanza dell’uomo che lo ha condotto a vedere se stesso come un dio. Ma la superbia merita una punizione, e così, come Icaro perde le ali avvicinandosi troppo al sole, lo scienziato di The Thing From Another World perisce sotto i colpi della bestia.

Non meno affascinante è poi l’anticomunismo che impregna l’intera trama: mantenendo come esempio lo scienziato, il professore Maurizio Zinni individua (in Schermi radioattivi. L’America, Hollywood e l’incubo nucleare da Hiroshima alla crisi di Cuba) un’interessante analogia estetica tra Lenin e il personaggio del film, volta a evidenziare un certo cinismo ed egoismo, caratteristici di una tirannide di stampo comunista, ma anche di una bramosia tipica degli uomini di scienza, pronti ad allearsi col nemico per raggiungere nuovi traguardi professionali.

Essendo un film del 1951, The Thing From Another World è in bianco e nero, ma le sensazioni ai nostri occhi non cambiano certo davanti agli effetti speciali, anche qui naif, ma all’epoca in grado di suscitare preoccupazione nello spettatore, che vedeva le sue paure prendere forma su schermo, per poi essere debellate, in questo caso, dall’altruismo e dalla forza militare.

Sulla fantascienza americana a tema alieni gli esempi da fare sono parecchi, ma quanto detto sinora mostra come pellicole a basso costo, con effetti speciali irrisori e una retorica paradossalmente profonda, riescono a intercettare gli immaginari comuni e a interpretarla in una loro ottica. Un’ottica che non è evidente, ma bisogna scavare a fondo per scovarla, così da capire il perché gli extraterrestri vengono da Marte, il perché i problemi vengono risolti dalla scienza, sempre supportata (o ostacolata a fin di bene) dall’esercito.

Questo è evidente nei due film qui analizzati, ma il discorso potrebbe estendersi a dismisura perché il cinema degli anni 50 permette di avere indizi sulla società che li ha realizzati. Tutte queste produzioni mettono in evidenza le interpretazioni o le simbologie connesse a una delle più terrificanti incognite del XX secolo: la bomba atomica.

Fonte principale: M. Zinni, Schermi radioattivi. L’America, Hollywood e l’incubo nucleare da Hiroshima alla crisi di Cuba, saggi Marsilio, 2013.

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