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Cinema e Serie TV

Harry Potter come non l’avevate mai letto

La saga di Harry Potter letta attraverso gli occhi di una storica mostra come questa popolare saga parli soprattutto dei rapporti tra popoli, società e memoria individuale e collettiva.
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Nota del curatore. La prima volta che ho sentito il podcast di Enrica Salvatori ero solo, in auto, e cercavo qualcosa che accompagnasse il mio lungo viaggio. Ne restai deliziato, e l’anno dopo lo condivisi con la mia compagna, che da filologa e insegnante ne seppe vedere le grandi qualità. Così, nell’estate nel 2018, lo proponemmo ai nostri figli di 10 e 5 anni, che se ne sono innamorati.

Mi sono così convinto a contattare la professoressa Salvatori per chiederle il permesso di adattare il suo lavoro, trovando in lei una persona gentile e disponibile – non davo certo per scontato che una professoressa dell’Università di Pisa fosse interessata a vedere pubblicato il proprio lavoro su una testata come la nostra.

E invece eccomi qui, a scrivere la nota introduttiva a un testo che ho amato moltissimo. Non sono riuscito – come avrei potuto? – a restituire la bella sensazione che avrete ascoltandolo direttamente dalla voce di Enrica. Il mio consiglio per oggi è quelli di visitare HystoryCast, non solo per ascoltare l’articolo di oggi direttamente dall’autrice, ma anche per esplorare gli altri contenuti di un sito eccezionale. Mi posso auguro che leggere Retrocult, oggi, vi piaccia almeno la metà di quanto sia piaciuto a me ascoltare Enrica. Sarebbe già un bel successo.

Valerio Porcu

Enrica Salvatori  

È ricercatrice in Storia Medievale presso il Dipartimento di Medievistica dell’Università di Pisa, e collabora come giornalista free lance con diverse testate scientifiche. Ha firmato circa trenta pubblicazioni scientifiche e un libro di fiabe per bambini ambientate nel medioevo e due fumetti dedicati ai più piccoli. È l’ideatrice, autrice e voce di HystoryCast.

 

Una materia sterile e noiosa?

Harry Potter Retrocult

Storia della Magia era la materia più noiosa del programma. La teneva il professor Rüf, l’unico insegnante fantasma, e la cosa più eccitante mai accaduta durante le sue lezioni era il suo ingresso in aula attraverso la lavagna. Decrepito e avvizzito, molti dicevano che non si era accorto di essere morto. Era accaduto semplicemente che un giorno, alzatosi per andare a lezione, aveva lasciato il proprio corpo su una poltrona davanti al camino, nella stanza dei professori; ma anche così, le sue abitudini non erano minimamente cambiate.
Q
uel giorno, come al solito, la lezione era noiosa. Rüf aprì i suoi appunti e cominciò a leggere: la sua voce era un ronzio monotono, come un vecchio aspirapolvere, tanto che tutta la classe cadde in un torpore profondo, risvegliandosi di tanto in tanto per prendere nota di un nome o di una data, e poi tornando a dormire

Ci sono due buone ragioni per soffermarsi sui romanzi di Harry Potter e leggerli dal punto di vista dello storico La prima è che anche agli storici piace divertirsi e rilassarsi con buone letture, e i romanzi della Rowling lo sono. Il secondo motivo, se volete più serioso, riguarda la semplice constatazione che il ciclo di Harry Potter è diventato il più letto e venduto al mondo e che quindi ha ormai di gran lunga superato il Pinocchio di Collodi (edizione illustrata) nella capacità di parlare inviare messaggi alle nuove generazioni.

Tra i numerosi messaggi di quest’opera uno dei più rilevanti riguarda proprio il ruolo della Storia come disciplina e come fattore essenziale della cultura individuale della comunità umana. La Storia è inizialmente presentata dalla Rowling come una materia estremamente noiosa e sostanzialmente inutile. Proseguendo nella lettura però il passato (non solo quello di Harry ma anche quello dell’intero mondo dei maghi e dei babbani) acquisisce progressivamente un’importanza centrale fino a diventare il fulcro attorno al quale si dipana il momento finale e culminante del ciclo. E quindi abbiamo, attraverso migliaia di pagine, allo stesso tempo un’epifania è un’apologia della Storia.

Come si può capire dalla citazione iniziale, Storia della Magia è una disciplina obbligatoria ad Hogwarts ed è insegnata da un professore fantasma talmente disinteressato al mondo reale da non accorgersi di essere morto. Abbiamo nel professor Binns la caratterizzazione dell’erudito, un personaggio concentrato solo sul suo lavoro di narrazione minuziosa, piatta è sterile. La storia che insegna è un’elencazione puntigliosa di vicende prevalentemente politiche, come la rivolta dei folletti del 1612, o il Codice di Comportamento dei Lupi Mannari del 1637, o lo Statuto Internazionale di Segretezza del 1689.

Il lettore scopre poi con il tempo che si tratta in realtà di eventi importanti nella Storia della Magia, perché costituiscono le radici di una gerarchia sociale rigida e ingiusta interna al mondo dei maghi; è anche la base del rancore di alcuni maghi verso i babbani.

Ma nulla di tutto questo è percepibile nelle lezioni del professor Binns, che quindi passano senza lasciare traccia alcuna nelle menti dei poveri studenti. Siamo di fronte a una Storia per fatti e avvenimenti, che ritroviamo nei manuali scolastici fino alla metà del XX Secolo. Una disciplina basata sull’assunto che il passato sia ricostruibile partendo dall’analisi scientifica delle fonti per arrivare all’elencazione precisa dei fatti. Questa visione della Storia non ha più molto credito nella comunità scientifica ed è disastrosa punto di vista didattico. Il professor Binns è giustamente destinato a rappresentare il fantasma di una disciplina, che in realtà è tutt’altro: è carne, sangue, cicatrici. Proprio come la cicatrice a forma di lampo sulla fronte di Harry Potter.

Solo una storia appare realmente importante nel primo volume (ed. Illustrata, 25€). La storia di Harry, la sua biografia, legata tentativo di assassinio da parte di Voldemort e alla scomparsa del mago malvagio. L’identità di Harry, come quella di tutti noi, si costruisce attorno a un evento passato all’interno della sfera individuale, che solo per caso riguarda anche l’intero mondo dei maghi.

Fonti primarie: il diario di Tom Riddle

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Binns parlava da circa mezz’ora quando, accade qualcosa di assolutamente inedito: Hermione aveva alzato la mano. Il professore sollevando lo sguardo […] parve stupito. “Signorina… Ehm…”.
“Granger, professore. Mi chiedevo se lei poteva dirci qualcosa sulla Camera dei Segreti” chiese la ragazza con voce limpida.
[…] I
l professor Binns sbattè le palpebre. “La mia materia è storia della Magia” disse con quella sua vocetta secca. “Io mi occupo di fatti, signorina Granger, non di miti e leggende”.
[…] “Mi scusi, ma le leggende non si basano sempre su un fatto reale?”.

Il giudizio negativo sulla storia dei fatti si mantiene anche nel secondo volume della saga, dove però compaiono nuovi elementi significativi. Il primo riguarda proprio il fatto che l’intero episodio della Camera dei Segreti (Edizione illustrata,25€) si basa sul recupero del passato: l’indagine porta alla scoperta di una verità millenaria dietro la leggenda, acquisita per esperienza diretta, tramite uno scavo di tipo archeologico, con la lettura di una fonte primaria e con il confronto di più testimonianze.

Harry, Ron ed Hermione scoprono in effetti l’entrata della Camera dei Segreti, costruita intorno al Mille, individuano il vero colpevole di un assassinio perpetrato 50 anni prima e mettono in luce un frammento importante del passato di Lord Voldemort, conservato dalle pagine del suo diario. Ciò porta al secondo elemento nuovo: il diario di Tom Riddle, Voldemort, che magicamente trasporta Harry Potter nel passato. Si tratta di una fonte primaria di incredibile importanza, di cui anche i nostri archivi sono pieni: la registrazione dello sbarco di Normandia ad esempio, o l’entrata a Srebrenica di Ratko Mladić, o il reportage sugli scontri del G8 a Genova.

Spesso a lezione chiedo agli studenti di dirmi quali fonti a loro avviso siano più affidabili e qualcuno immancabilmente mi risponde quella dei testimoni oculari. Il viaggio di Harry Potter nel diario del giovane Voldemort dimostra magnificamente come questa fiducia sia mal riposta; la fonte diario è decisamente autentica e il suo contenuto veritiero, ma si tratta della memoria di una sola persona, scritta appositamente per raggiungere uno scopo recondito e malvagio.

La vicenda del diario di Tom Riddle chiarisce molto bene come le fonti primarie siano inevitabilmente parziali, raccontino un solo punto di vista e abbiano sempre almeno uno scopo. Se lo studioso non lo conosce e non confronta quell’unica, preziosa testimonianza con le altre, il rischio di far fallire l’indagine è altissimo.

Verità giudiziaria e verità storica

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Nel terzo volume, dedicato alla triste vicenda di Sirius Black, si affaccia un altro elemento critico per lo studio della storia: la differenza tra la verità giudiziaria e la verità storica.

Non c’è uno straccio di prova a sostegno della storia di Black, eccetto la vostra parola … e la parola di due maghi di tredici anni non convincerà nessuno. Tantissimi testimoni […] hanno giurato di aver visto Sirius uccidere Pettigrew. Io stesso ho fornito al ministero la prova che Sirius era il Custode Segreto dei Potter”
[…] “Ma lei crede a noi”.
“Sì”, disse Silente piano. “Ma non ho il potere di costringere gli altri a vedere la verità …”

La verità giudiziaria su Sirius Black è sbagliata, ma non è questo il punto chiave. Ci interessa qui sottolineare che un tribunale ha il compito di accertare un fatto puntuale, al fine di comminare una punizione e di salvaguardare la società nel farlo. Deve stabilire chi ha fatto cosa, quando, come e possibilmente, ma non necessariamente, anche perché. Lo sguardo del giudice in sostanza non può né deve alzarsi troppo dal singolo accadimento, non si cura eccessivamente delle dinamiche sociali e politiche, o psicologiche, che hanno portato al delitto. Gli importa soprattutto se tutte le prove disegnano un quadro che non lascia margine ha dubbi.

Lo storico deve agire diversamente. È innanzitutto il contesto a dovergli essere chiaro e l’evento singolo, per essere riconosciuto come tale, si deve poter inserire in questo contesto generale. Lo storico deve chiarire le ragioni dietro alle scelte, allargare lo sguardo al prima e al dopo, dare una possibile lettura del fatto che dia ragione della sua ricostruzione. È una procedura che produce più letture possibili contemporaneamente, nessuna necessariamente giusta: tra di esse lo storico, che non ha il compito né la responsabilità di difendere la società dai criminali, sceglierà quella più convincente, emersa dall’incastro di quanti più elementi raccolti risulti possibile.

La Storia Sociale

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Nel terzo volume (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban ed. Illustrata, 25€) si affaccia poi timidamente, e finalmente, anche un’altra Storia. Quella sociale, che rivela le ferite ancora aperte nel mondo dei maghi: la schiavitù degli elfi, il ruolo ambiguo dei folletti, la distinzione razziale tra maghi, mezzosangue e babbani, e l’emarginazione dei lupi mannari. Una sperequazione che è appena accennata nei manuali di Storia, dato che questi sono sempre comunque scritti dai vincitori, ossia da chi sta il potere.

È tutto scritto in “Storia di Hogwarts. Anche se, naturalmente, quel libro non è del tutto affidabile. STORIA RIVEDUTA È CORRETTA DI HOGWARTS sarebbe un titolo più calzante. O anche storia DECISAMENTE PREVENUTA E SELETTIVA di Hogwarts CHE GLISSA SUGLI ASPETTI PIÙ SPREGEVOLI DELLA SCUOLA.
“Di cosa stai parlando?”, chiese Ron […].
“Degli Elfi domestici!” esclamò Hermione ad alta voce. “In oltre mille pagine di Storia di Hogwarts non si dice nemmeno una volta che siamo tutti complici dello sfruttamento di un centinaio di schiavi!”.

Le differenze tra le creature magiche emergono nella saga a brandelli in maniera appena accennata, e in certi casi anche comica. Se però si guarda all’ultimo volume, all’ascesa al potere di Voldemort e al coagularsi intorno a lui di una serie di fasce sociali molto precise, si converrà che sono questi i veri ingredienti della storia dei maghi – mescolati con il caso, la fortuna, le scelte e le azioni dei singoli.

Le dinamiche sociali hanno un esito nelle gerarchie di potere. I detentori della porzione maggiore di potere procedono sempre a rappresentare se stessi e la società nel modo che più è loro utile, ad esempio tramite monumenti come la prima e la seconda fontana dell’atrio del Ministero della Magia. La prima la s’incontra nell’episodio dell’Ordine della Fenice, quando Harry è chiamato in tribunale a rispondere dei propri atti.

Un gruppo di statue dorate, più grandi del naturale, si ergeva al centro di una vasca circolare. La più alta di tutte rappresentava un mago dall’aspetto nobile, con la bacchetta puntata diritta in aria. Radunati attorno a lui c’erano una bella strega, un centauro, un folletto, un goblin e un elfo domestico. Gli ultime tre guardavano con aria adorante la strega e il mago.

La seconda viene fatta costruire da Voldemort nell’episodio I Doni Della Morte, quando riesce finalmente a mettere sotto controllo il Ministero

Ora una gigantesca statua di pietra di pietra dominava la scena. Era spaventosa, raffigurava una strega e un mago seduti su troni riccamente intagliati, che osservavano dall’alto e dipendenti del ministero rotolare fuori dai cammini sotto di loro. Alla base della statua, in lettere alte trenta centimetri, era inciso il motto “LA MAGIA È POTERE”. […] Harry guardò meglio e si rese conto che quelli che aveva scambiato per troni intarsiati erano grovigli di esseri umani: centinaia e centinaia di corpi nudi, uomini, donne e bambini, tutti con brutte facce ottuse, contorti schiacciati sotto il peso dei maghi con le loro belle vesti. “Babbani” sussurrò Hermione. “Al posto che spetta loro”.

Le due fontane chiariscono in maniera mirabile lo scopo che hanno tutti i monumenti di qualsiasi periodo e di qualsiasi origine: la celebrazione del potere o del proprio modello di potere o dei propri eroi. Comunque della propria visione di ciò che è giusto per l’ordine sociale. La seconda fontana è cruda, ma indubbiamente più sincera e trasparente della prima, che invece indora una realtà di subordinazione con l’ostentazione di una falsa armonia.

I giornali

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A partire dal Calice di Fuoco incontriamo una critica feroce ma interessante a una tipologia di fonte essenziale per lo storico contemporaneista: i giornali. La terribile Rita Skeeter adatta le notizie ai gusti del pubblico della Gazzetta del Profeta, organo di stampa filo ministeriale, e quindi falsifica scientemente quel poco che gli serve per raccontare la sua verità. Per far emergere una versione alternativa e autentica dei fatti, Harry è costretto a rilasciare un’intervista un giornale di terza categoria, Il Cavillo, che da propagatore di favole diventa l’araldo della stampa indipendente.

Questa ambiguità delle fonti secondarie, gli articoli di giornale appunto, si mantiene costante fino alla fine della saga, e raggiunge l’apice con la biografia di Silente – scritta da Rita Skeeter ma basata sulle memorie di una testimone affidabile: Bathilda Bagshot, la più grande storica del mondo dei maghi. Harry si trova, con la biografia di Silente, di fronte a un dilemma: cosa credere, cosa tenere e cosa scartare di quanto legge? Come può essere falso il contenuto di quella biografia, se la fonte è attendibile?

Mi piacerebbe assai che anche i miei studenti arrivassero a farsi queste domande, quando leggono i libri e i saggi di Storia in programma d’esame. Troppo spesso lì accettano come veritieri, come se solo per il fatto di essere stampati dicessero la verità. Troppo spesso prendono per significativa una foto o una ripresa televisiva che invece non è che un frammento, una minuscola traccia di un passato a più facce.

La biografia di Silente è una classica fonte secondaria; non totalmente falsa né pienamente vera, nella misura in cui racconta fatti realmente accaduti ma da un solo punto di vista, oltretutto non onesto intellettualmente. Il racconto dei fatti è sapientemente legato a teorie, ipotesi, illazioni. Altre teorie e altre ipotesi possono disegnare un quadro totalmente diverso, come poi in effetti accade.

Ne Il Calice di Fuoco e l’Ordine della Fenice la geografia presente e passata dei maghi si allarga. Anzi si può dire che i romanzi procedono per allargamento progressivo degli orizzonti temporali, spaziali e geografici: dall’individuo al gruppo e da questo alla comunità; dall’Inghilterra all’Europa; dall’oggi agli eventi chiave dell’ultimo secolo; dalla storia individuale a quella globale. Si percepisce in maniera efficace quanto la visione del passato, letta solo attraverso una lente nazionale, possa causare gravi distorsioni. Esiste un passato comune che è assolutamente sovranazionale, e in particolar modo europeo.

In effetti già col Principe Mezzosangue è la storia d’Europa con i suoi strumenti e metodi, in particolare la storia del Novecento, a diventare la vera protagonista della saga. Perché Harry possa combattere il male, deve conoscere non solo il suo passato ma anche quello di Voldemort, quello di Silente e di Grindelwald. E poi ancora più giù fino alle radici del potere dei maghi sulle altre creature del loro mondo. Ma il passato si può raccontare solo per brani, flashback già selezionati da altri. Tramite registrazioni di eventi, fenomeni e congiunture che sono considerate più rilevanti in una gerarchia di valori scelta da chi indaga la storia: sono le memorie che si materializzano nel pensatoio di Silente.

Poi Silente tornò con in mano una familiare ciotola bassa di pietra, istoriata lungo il bordo. Posò il Pensatoio sulla scrivania davanti a Harry.”Sembri preoccupato”.
Harry in effetti scrutava il pensatoio con una certa ansia. Le sue esperienze precedenti con lo strano strumento che immagazzinava e rivelava pensieri e ricordi, pur altamente istruttive, erano state anche sgradevoli.
[…] “Dove andremo, Signore?”.
“Partiamo per una gita lungo il sentiero della memoria di Bob Hogden” spiegò silente, e si sfilò di tasca una bottiglia di cristallo che conteneva una sostanza vorticante di un bianco argenteo.

Le memorie che Harry vive nel passato sono preziose fonti primarie quasi tutte autentiche, una falsificata e poi restaurata. Ma sono anche scelte secondo una gerarchia voluta da Silente; è quindi lo studioso che, dal mare magnum delle testimonianze dirette e indirette, seleziona la memoria da raccontare e decide cosa è importante sapere del passato. In sostanza opera inizialmente una raccolta il più possibile completa delle fonti, senza tralasciare le tradizioni popolari, Le Fiabe di Beda il Bardo, o i documenti, i materiali (la Bacchetta del Destino, la pietra tombale di Ignotus Peverell). Poi fa una vera e propria selezione delle fonti, e in seguito una gerarchia dei documenti selezionati, mettendo in primo piano quelli indispensabili e lasciando altri in secondo piano, e altri ancora nel cassetto.

La gerarchia dipende essenzialmente dalla domanda, la raccolta e la scelta dall’onestà intellettuale del selezionatore; la bontà della ricostruzione storica dipende tutta dal buon andamento di questa delicatissima operazione. L’armadietto di Silente contiene quasi certamente altri ricordi relativi a Lord Voldemort, ossia tutte le fonti che il mago è riuscito a recuperare; ma il preside di Hogwarts decide di rivisitare solo alcune.

I buchi tra un ricordo e l’altro sono coperti o dalla narrazione stessa di Silente o da ipotesi. In sostanza egli fa la medesima operazione di Rita Skeeter, ma ottenendo un risultato di gran lunga migliore. Entrambi fanno storia: Silente con una precisa domanda in testa e procedendo con metodo, Rita con un preciso scopo in testa e storcendo le regole ai suoi interessi. Lui è uno storico, lei è una revisionista.

La memoria e la consapevolezza

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Nell’ultimo volume tutti gli elementi che l’autrice ha disseminato nei precedenti romanzi convergono in una visione unitaria è plausibile. E sono legati fra loro proprio dal tessuto connettivo della Storia; oltre ai fattori già considerati ne troviamo altri, legati a una specifica visione della Storia, in particolare dell’ultimo secolo.

Prima di tutto la lotta contro Voldemort prende spunto diretto dalle dinamiche di espansione del nazifascismo e della Resistenza. I Mangiamorte sono le squadre d’assalto, o se volete le Brigate Nere italiane: gruppi paramilitari cresciuti nel culto del capo e uniti da ideologia nazista. Il simbolo dei Doni della Morte è stato usato da Grindelwald come la svastica da Hitler: entrambi simboli originariamente positivi, o comunque legati e miti profondi dell’umanità, ma strumentalizzati per precise strategie di dominio.

Elfi, folletti, giganti e babbani sono l’equivalente, nel programma politico di Voldemort, di ebrei, omosessuali, Rom, Sinti, testimoni di Geova, pentecostali, malati di mente, portatori di handicap. La missione di Harry, Ron ed Hermione al ministero è un classico esempio di blitz di una brigata partigiana in territorio nemico, e il campo di concentramento di Nurmengard copia Auschwitz, con la scritta per il bene superiore a campeggiare sul cancello d’ingresso. I boschi sono i luoghi di rifugio per i ricercati, di riorganizzazione per i resistenti e di caccia per le brigate paramilitari. E infine Radio Potter e la copia magica di Radio Londra.

La resistenza a Grindelwald e Hitler ha avuto successo nel 1945, con la morte reale del dittatore babbano e la contemporanea incarcerazione del mago malvagio. Sia questa prima vittoria dei diritti umani contro il razzismo, sia l’evento tragico che porta alla misteriosa scomparsa di Voldemort hanno dato origine a luoghi della memoria: la prigione di Nurmengard è il monumento ai Potter a Godric’s Hollow

Gran parte della casa era ancora in piedi, interamente coperta di edera scura e neve, ma il lato destro del piano superiore era esploso; quello era senz’altro il punto in cui la maledizione era rimbalzata indietro. […] Davanti a loro, dal groviglio di rovi ed erbacce era emerso un cartello, come un bizzarro fiore dalla crescita accelerata. A lettere d’oro imprese sul legno c’era scritto:

Qui la notte del 31 ottobre 1981 persero la vita
Lily e James Potter.
Il figlio Harry è l’unico Mago mai sopravvissuto
alla Maledizione Mortale.
La casa, invisibile ai babbani, è stata lasciata
intatta nel suo stato di rovina come monumento ai
Potter e in ricordo della violenza che distrusse
la loro famiglia.

Con il monumento ai Potter, ricco di graffiti popolari, abbiamo la spinta della società, o almeno di una sua parte, al dovere della memoria e al riconoscimento di modelli positivi. È l’equivalente del nostro Giorno della Memoria, delle nostre lapidi e dei nostri monumenti alla Resistenza o alle vittime della mafia. Sempre e comunque segni volontari del nostro modo di interpretare il passato e di disegnare una possibile strada futura.

Alla fine della saga, con la morte di Voldemort, arriva la consapevolezza acuta che solo conoscendo e ricostruendo la Storia si può sapere chi si è, e magari anche agire un po’ per il bene superiore. Specialmente se a farlo non è solo un eroe senza macchia, ma un popolo, una classe, una comunità. Tale consapevolezza viene acquisita da Harry attraverso diversi canali: l’esperienza, la lettura delle fonti, la comprensione delle tradizioni popolari, la storiografia, gli oggetti, i monumenti .. in sostanza attraverso la ricerca.

L’opera diventa una saga della riscoperta, personale e collettiva, dell’importanza della Storia per l’interpretazione del passato e l’azione del presente. È anche un invito a non vedere questa disciplina come una tediosa elencazione di nomi e date, ma come un’indagine che funziona nella misura in cui è buona la domanda iniziale e in cui siamo onesti nel cercare la risposta. A meno che ovviamente non ci si voglia dare alla Magia Nera.

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Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C’è un’opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

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