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Cinema e Serie TV

Hellboy, recensione del reboot di Neil Marshall

Hellboy con il suo reboot di Neil Marshall arriva nei cinema di tutto il mondo. Rinascita o morte cinematografica del personaggio di Mike Mignola?

Arriva nelle sale l’Hellboy di Neil Marshall, e inevitabilmente il paragone con il dittico di film ad opera di Guillermo Del Toro arriva veloce ad intasare le sinapsi dello spettatore. Sarà degno? Sarà bello? Ci farà rimpiangere Ron Perlman? Le domande sono tante, e benché potreste già aver letto ovunque che questo è un film, senza mezze misure, deprecabile, chi vi scrive direbbe piuttosto che la verità sta nel mezzo.

Perché a pensarci bene è esattamente “nel mezzo” che si piazza la produzione di Hellboy, troppo ruvida per finire nel circolo dei film supereroistici d’autore (Burton, Nolan e lo stesso Del Toro), troppo “indie” per competere con la Major League dei film Marvel, ma comunque troppo strutturato per finire nel giro dei B movie a cui Marshall pare volersi pedissequamente ispirare.

Ma allora che pellicola è Hellboy? Lo descriveremmo come un divertente carrozzone senza infamia e senza lode, che ha il pregio di lasciarsi guardare per le sue oltre due ore di proiezione, ma che poi lasceremo lì a prendere polvere probabilmente senza più tornarci nemmeno con il pensiero. E lo faremmo, se non fosse che di infamie qui ce ne sono più di un paio, pur lasciando il film sempre e comunque in quel “mezzo”, in quel limbo di qualcosa che è buona per passare una serata spensierata e senza pretese.

Partito con aspettative altissime, complice soprattutto la promozione fatta dalla casa produttrice e l’entusiasmo trasmetto da David Harbour (lo sceriffo Hopper di Stranger Things), per Hellboy ci eravamo già preoccupati quando, mesi e mesi fa, ha iniziato a girare in rete l’annuncio di un frettoloso quanto doveroso momenti di reshoot di alcune scene, complice il pessimo feedback ricevuto dai primi screening a porte chiuse, atti a vagliare il gradimento del pubblico.

A ripensarci oggi, forse quel pubblico avrà visto una delle cose “più brutte nella storia del cinema”, se poi il risultato finale è stato questo film, per altro poco furbamente proiettato a giusto un paio di settimane da Avengers: Endgame, allora qualcuno direbbe che qui “ci si è dati la zappa sui piedi”.

Il film riprende la storia de “La Caccia Selvaggia”, ovvero l’inizio del penultimo ciclo narrativo del personaggio, infarcendolo con riferimenti a varie altre storie tratte dal fumetto al fine di dare sostegno ad una altrimenti problematica assenza di informazioni per lo spettatore non esperto delle vicende che vedono protagonista il demone rosso.

Hellboy ci porta da subito in Inghilterra, dove il protagonista è stato richiesto dal locale gruppo dell’Osiris Club, una società segreta di gentiluomini, specializzata nella caccia ai mostri, che proprio a Red ha chiesto aiuto per combattere contro alcuni giganti che stanno imperversando nella zona.

Da questo elemento, che prende spunto dal medesimo pretesto narrativo usato nei fumetti, comincerà una lunga sequela di eventi che porterà Hellboy a scoprire l’esistenza di una antica strega, Nimue – interpretata da una Milla Jovovich ancora e sempre bellissima, neanche avesse davvero fatto un patto col diavolo –  i cui seguaci saranno impegnati nel tentativo di ritrovare le cinque parti che compongono il suo corpo, smembrato secoli prima da Re Artù e Merlino, al fine di tentare di riportarla in vita.

Immortale, e pertanto ancora viva, Nimue giace infatti in cinque scatole di legno sparse per l’Europa, e progetta una vendetta contro l’umanità conscia che durante i secoli di sua “assenza” sulla terra è stata evocata una creatura, Hellboy per l’appunto, che potrebbe rivelarsi  sia un temibile ostacolo sia un prezioso alleato.

Nel tentativo di scongiurare l’Apocalisse a cui pare predestinato, Hellboy si unirà alla giovane sensitiva Alice ed all’agente speciale dell’M11 Ben Daimio (Daniel Dae Kim). I tre, sotto la guida del Professor. Bruttenholm (Ian McShane), ed in forza al BPRD, cercheranno quindi di contrastare Nimue, alla ricerca di qualcosa che possa ucciderla definitivamente.

Intendiamoci: ci sono momenti in questo film che sono molto indovinati, ma ce ne sono troppi che si perdono in un mare di assurde banalità, che forse saranno ancora più assurde e insensate per chi, di Hellboy, in fin dei conti non ne sa nulla se non qualche sommaria informazione desunta dai precedenti film di Del Toro.
Ed in effetti capiamo quando in sala qualcuno alle nostre spalle gridava allo scandalo nel momento in cui la storia tirava in ballo alcuni dei cliché fantasy per eccellenza ovvero Artù, Merlino ed Excalibur. Inseriti nella trama in un modo per altro così raffazzonato da far impallidire persino il King Arthur di Antoine Fuqua.

Il problema non è nei soggetti in sé, visto che Artù fa davvero parte dell’universo a fumetti del personaggio, ma risiede nel modo frettoloso e scialbo con cui tutto viene messo in piedi e che sconquassa lo spettatore sino a deluderlo.

Il principale difetto non è la trama in sé, ma il modo in cui viene raccontata, la fretta che ci si mette nel voler per forza di cose infilarci dentro tutto, come se qualcuno si sentisse obbligato ad accontentare qualunque richiesta sia stata mai espressa nei confronti del personaggio.

Un risultato che è consequenziale ad una scelta coraggiosa ma non riuscitissima, ovvero quella di dedicare ad un reboot non uno dei momenti iniziali della vita del personaggio, ma addirittura una delle storie di chiusura del ciclo a fumetti, praticamente la parte finale del racconto di Hellboy prima che il suo autore, Mike Mignola, decidesse di archiviarlo per sempre con l’arco narrativa di chiusura “Hellboy all’inferno”.

Coraggioso, si diceva, perché in effetti serve una buona dose di coraggio per decidere di utilizzare una delle ultime storie di un personaggio per reintrodurlo al cinema, anche se avendo potuto contare sul supporto dello stesso Mignola, è ovvio che Marshall sia stato in qualche modo avvantaggiato dalla decisione, offrendo allo spettatore qualche buon pretesto per conoscere più a fondo l’universo di Hellboy che, ci crediate o meno, conta una mezza infinità di storie, situazioni e soprattutto personaggi.

Certo, grazie a qualche “spiegone” non proprio gradevole (almeno 4 momenti con una lunga narrazione off screen) si cerca poi il compromesso per dare allo spettatore tutte le nozioni di cui evidentemente non può essere a conoscenza (salvo questi non sia un lettore del fumetto), ma il risultato è discontinuo, e non aiuta il fatto che la trama, per quanto strutturata, si perda a volte in situazioni dal facile cliché, quando non anche ad un miscuglio che tra battute facili, pretesa mal riuscite di epica, e litri e litri di sangue, sembra voler accontentare per forza tutti, senza davvero accontentare nessuno.

Hellboy si sforza continuamente di ribadire la sua fedeltà ai fumetti, e lo fa infilandoci continui riferimenti all’universo di Mignola, con strizzate d’occhio così continue e sforzate che a confronto lo Star Wars di J.J. Abrams sembra un’opera di chissà quale caratura.

Al netto di tutto c’è poi una realizzazione tecnica davvero altalenante, che cerca spesso di richiamare all’immaginario di Del Toro, specie nella resa di certi ambienti e di certe creature (la mefitica strega Baba Yaga è uno dei tanti esempi), salvo poi presentarsi con una computer grafica di rara bruttezza, che offre alcune delle peggiori realizzazioni degli ultimi anni, quasi fosse un film a bassissimo budget o, peggio, Marshall fosse rimasto innamorato della CG della serie “La Mummia” e del suo orrendo “Re Scorpione” con annessa versione digitale di The Rock.

Al di la del “comparto tecnico”, nella pellicola è possibile rilevare anche un problema evidente di montaggio che almeno in quattro momenti diversi del film pare tagliare con l’accetta le scene per attaccarle l’una all’altra. Considerate che tra i succitati tagli ci sono almeno due attimi in cui tra un’inquadratura e la successiva insieme alla pellicola viene barbaramente sezionata anche la musica di sottofondo sottolineando oltre ogni misura il problema di montaggio.

Non serve un orecchio particolarmente attento per notarlo, è un errore grossolano, e non è chiaro se dipenda dai succitati reshoot o se sia una semplice pochezza tecnica. Un peccato per altro, anche perché le scelte musicali, spesso squisitamente metal, altre volte sapientemente a metà tra rock e cover corali (come il tema, cover di Smoke on the Water ad opera dei 2WEI) sono molto indovinate e, a dirla tutta, sono forse uno dei pochi aspetti che salveremmo del film.

La sintesi di Hellboy è un film che diverte sì, ma che non convince in nessuno dei suoi aspetti fondamentali. C’è la lore di Hellboy, ci sono alcuni personaggi iconici (tra tutti: Lobster Johnson!), c’è un livello di splatter e gore tale da risultare a volte persino superfluo e ci sono persino degli attori ben al di sopra della decenza, ma è tutto assemblato male, senza un senso che non sia dettato dal mero incedere della trama.

Non c’è stile, non c’è grazia e non c’è neanche quel presupposto coraggio di una produzione orgogliosamente “di serie B”. L’idea che avrete uscendo dalla sala è quella di un gruppo di persone che, forse soverchiate da una marea di idee, si è scontrata con evidenti problemi di realizzazione e di budget, e ne ha tirato fuori quello che ha potuto, guidata da due elementi fondamentali: il benestare dell’autore originale, Mike Mignola, e il sincero entusiasmo che sembrerebbe aver animato tutti, dal cast al regista.

Peccato che il risultato sia quanto mai altalenante, finanche deprecabile, ma come si suole dire: “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

I film di Hellboy vi hanno deluso? I fumetti da cui il personaggio è tratto vi riporteranno il sorriso sulle labbra, sono davvero un “must have” per ogni amante del genere.