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High Score, recensione: il viaggio nerd da Space Invaders a Doom

Come sono nate le prime sale giochi? Vi ricordate i primi, coloratissimi flipper con musiche e luci dall’effetto catatonico? E perché non c’erano donne nelle sale giochi? Lo spiega la voce fuori campo di Charles Martinet, nientepopodimeno che l’originale doppiatore di Super Mario, nei sei episodi della nuova docu-serie originale Netflix, High Score, presente nella libreria della piattaforma di streaming da oggi 19 agosto. Un excursus luminoso e coloratissimo alla volta dei più “antichi” reperti storici, passando per l’intreccio tra giochi di ruolo e videogames, i primi accordi con le star del calibro di John Madden e le nuove rivoluzioni agli albori degli Anni Novanta. Un viaggio nel tempo che ci riporta a quasi cinquant’anni fa e che vale la pena riscoprire insieme a noi.

Gli Anni Settanta di Space Invaders

La storia narrata da High Score segue pedissequamente i primi passi mossi nel settore dei videogames, spiegando le motivazioni dell’interesse cresciuto man mano in questo ambito, sia da parte degli sviluppatori e degli imprenditori, sia nei giocatori. Ci viene raccontato nel primo di sei episodi della durata di circa 4o minuti l’uno, come è stato promosso questo nuovo passatempo, nel tempo sempre più massificato, ma partito, come è normale che sia, in luoghi ben specifici: i college americani, gli scantinati e i garage.

Si parte dunque dalla prima pietra miliare del settore videoludico, divenuta di una certa importanza proprio grazie allo stimolo scatenato dalla logica del punteggio e delle classifiche a fare sempre più del proprio meglio.

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Parliamo del cosiddetto potenziale di rigiocabilità, una formula nata proprio grazie all’introduzione di Space Invaders, il primo videogioco che proponeva intrinsecamente questa logica di punteggio e che ha condizionato gran parte del suo successo, oltre al lancio del primo torneo videoludico al mondo, chiaramente negli States, vinto da Rebecca Heineman. Ebbene sì, una donna proclamata vincitrice della prima competizione mondiale, a dispetto della notevole predominanza maschile nel settore, sia come giocatori che come sviluppatori.

Una minoranza non solo femminile, ma anche razziale, come raccontano i figli di Jerry Lawson, Anderson e Karen. Jerry era uno dei pochissimi, se non l’unico, uomo di colore entrato nella Silicon Valley ancora prima che si chiamasse così. L’uomo che ha visto da vicino la rivoluzione di Pong nel 1976, e che ha segnato la storia, un ingegnere elettronico appassionatissimo del suo lavoro e che ha realizzato una console dedicata a multiple cartucce, quei cari, vecchi pezzi di plastica che raccoglievano in sé la magia vera e propria per tutti i giocatori.

Atari, Nintendo, i top e i flop dal sapore amarcord

Non è però il solo tema che viene affrontato; sono parecchie le curiosità che vengono recuperate in ordine cronologico. Dalla Golden Age con il sopracitato Space Invaders alla dinamica del flusso vissuta mentre si gioca e teorizzata dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi, passando per la nascita di Atari, con Nolan Bushnell al timone di questa nave ammiraglia.

Com’era lavorare in azienda? Bushnell sostiene di aver convinto gli ingegneri della Silicon Valley a far parte della propria squadra raccontando che

all you had to do was take them to our beer bus and talk about how we would not care what you wore to work. You can come in in shorts and flip flops if you want to. We would not care when you came. We would focus on your outcome […]

Una visione della vita aziendale sicuramente flessibile e, dopotutto, ragionevole e obiettiva, rispondendo alla massima secondo la quale “non importa come ottieni qualcosa, ma importa ottenerla”. Detta con le parole di Bushnell: go big or go home.

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Ed è esattamente a casa, dove sono finite le versioni domestiche di Atari, tanto deludenti quanto il videogioco di E.T. che ha suscitato scalpore per essere stato realizzato frettolosamente. ma anche grottescamente. Questione di gusti? Non diremmo; si tratta di un dato prettamente oggettivo, se si guarda al disastro economico causato dalle copie invendute rimaste nei negozi. Un Natale non troppo felice, quello di Howard Scott Warshaw, il creatore del gioco, e di Atari stessa.

Non solo flop, ma anche top, con la scalata al successo costante e nemmeno troppo lenta di Nintendo, avvenuta in primis in Giappone, ma anche oltreoceano, a dispetto della crisi degli anni Ottanta vissuta proprio negli Stati Uniti, oltre a scoprire tutte le curiosità legate al rapporto tra Dungeons&Dragons, titolo che ha vissuto un interessante, nuovo picco di attenzione grazie alla sua presenza in serie TV come Stranger Things.

Il percorso però è prettamente dedicato al primo ventennio circa, dunque non aspettatevi di trovare le console di ultima generazione, riflessioni o speculazioni sul futuro prossimo del settore. Senza troppe anticipazioni, né spoiler, il periodo storico trattato dal documentario raggiunge i primi anni Novanta con il lancio di Doom, reso possibile quest’ultimo grazie all’incontro con un’altra innovazione (o meglio rivoluzione) tecnologica e non solo: internet, quell’invenzione legata a doppio filo con il World Wide Web.

Poteva mancare in questo caso la partecipazione dell’incredibile game designer John Romero? Chiaramente no, e non è l’unico asso nella manica che Netflix ha in serbo per noi. Il sapore amarcord è dunque deciso e non ha alcuna intenzione di lasciare lo schermo, ma nemmeno lo spettatore è disposto a distrarsi e ad abbandonare la visione. Ve lo assicuriamo.

Una serie da high score

High Score ha sicuramente raggiunto un buon risultato, come ha predetto il suo stesso titolo, mettendo da parte qualsiasi scaramanzia. L’aspetto positivo di questa serie è che, per quanto immaginiamo possa attirare principalmente un pubblico appassionato di videogiochi e tecnologia, narra una storia non per soli nerd, ma anche per dummies, per rimanere in tema.

I vari episodi riescono a raccontare per filo e per segno la storia del videogioco, ripercorrendo le orme dei primi passi compiuti in questo settore. Sono costellati inoltre da interviste a personaggi del settore, ormai felicemente in pensione in alcuni casi, oppure a guest star dell’epoca, come i videogiocatori da guinness e i personaggi più importanti che hanno segnato la storia.

HIGH SCORE Toru Iwatani in episode 1 of HIGH SCORE. Cr. Netflix © 2020
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Le interviste sono state realizzate appositamente per questo documentario, dalla regia ottimamente fresca e coinvolgente, e sono state collocate accanto a un puntuale recupero di filmati d’archivio dell’epoca. Questi testimoniano non solo i momenti di attualità e di vita degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, ma riportano anche cammei originali a perenne ricordo di gioie e dolori, croci e delizie di giocatori e sviluppatori.

La genuinità di quanto riportato sta anche nelle interviste a personaggi come Hirokazu Tanaka, sound designer dei primi titoli anni Ottanta di Nintendo come Metroid, Kid Icarus o Duck Hunt, oltre a Tomohiro Nishikado. Questi reportage sono infatti ripresi in fase di montaggio degli episodi lasciando che la loro testimonianza sia intatta in lingua originale giapponese, senza alcun voice over tradotto nemmeno in inglese. Tranquilli, non mancano nemmeno in questi passaggi i sottotitoli che accorreranno in vostro aiuto.

Non di soli nerd vivono i videogame

La docu-serie aggiunge anche un pizzico di originalità e freschezza grazie all’alternanza di riprese e immagini d’archivio con grafiche realizzate ad hoc, chiaramente in stile videoludico d’antan dedicato alla pixel art, ossia rappresentando le immagini con quei quadratini colorati che riempivano gli schermi di cabinati e televisori all’epoca, e ancora oggi ripresa nei titoli che riprendono quello stile grafico unico e nostalgicamente indimenticabile, mettendo da parte la grafica patinata e sempre più curata.

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A conti fatti, High Score presenta sì i tratti tipici del documentario, ma persegue l’obiettivo della semplicità di linguaggio e della chiarezza di esposizione. Niente paura, quindi, non vi aspetta una narrazione piena di termini tecnici settoriali o di riferimenti a titoli sconosciuti ai più. A maggior ragione, la docu-serie diventa occasione di ampliamento eventuale delle proprie conoscenze qualora foste già degli appassionati del settore.

Insomma, non bisogna essere dei nerd all’ennesima potenza per avvicinarsi a questo titolo, ma la visione ha delle controindicazioni “pericolose”: potrebbe farvi venire voglia di diventarlo.

Riscopri le vecchie glorie amarcord citate nella serie, dal cabinato Space Invaders all’ultima versione di Doom, per non parlare di Dungeons&Dragons – Manuale del Giocatore e lo starter set del gioco D&D.