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Viaggio attraverso l’iconografia horror anni 80 – Parte 2

Continuiamo con il nostro approfondimento sulla cinematografia horror anni 80 che ha contraddistinto un intero decennio. In questo appuntamento parleremo anche – e soprattutto – degli horror nostrani; quell’insieme di pellicole culto che hanno reso l’italia una culla fondamentale per il brivido internazionale.

… E tu vivrai nel terrore! L’aldilà di Lucio Fulci – 1981

Secondo atto della suddetta Trilogia della Morte; tetralogia tematica avviata un anno prima con Paura nella città dei morti viventi e seguita nel ottantatré con Quella villa accanto al cimitero. L’aldilà è ritenuto unanimemente il film più estremo e distintivo del regista romano, capace di evocare situazioni dai forti richiami Lovecraftiani e caratterizzato da una vasta presenza di sequenze macabre, queste rese magnificamente dalla mano di Giannetto De Rossi. Un hotel, un libro e le sette porte per l’inferno, questi sono i principali elementi che orbitano attorno ai protagonisti; progressivamente sempre più coinvolti in situazioni sovrannaturali e all’limite della comprensione. Un’escalation di violenza senza pari, che de facto rendono L’aldilà uno dei cult splatter più apprezzati nella storia del cinema. Una pellicola che brilla non solo di violenza visiva, ma anche di pura tecnica, distinta da un’alternanza di primi piani e campi lunghi che contribuiscono alla fama il cui eco è udibile perfettamente persino oggi, in un periodo storico in cui il cinema di genere italiano comincia timidamente a destarsi dal letargo.

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Society di Brian Yuzna – 1989

Sovente creativi e creative utilizzano la formula del film horror per lanciare chiari messaggi sociali, Carpenter e Romero ne sono due fulgidi esempi; ciononostante è grave omettere dal circolo un altro grande autore, Brian Yuzna, che con Society è riuscito a dipingere mediante l’uso dell’allegoria horror, quella società borghese nota perlopiù per la sua avidità, per il suo ostracismo e per l’innata capacità di sottomettere e sfruttare coloro la cui estrapolazione sociale non è stata altrettanto magnanima. Yuzna immagina costoro come delle orrende creature non umane, perfettamente mimetizzate nell’alta società, il cui unico scopo è consumare – letteralmente – dei poveri malcapitati. Ad accorgersene è proprio uno di loro, o meglio dire, un semplice e ricco ragazzo che comincia a notare strani comportamenti da parte della famiglia. Quelle che apparivano come stranezze, nel tempo si trasformeranno in violente paranoie, il cui culmine è un finale fra i più grotteschi e simbolici della storia del cinema horror. La società, questa dipinta da Yuzna, rispecchia i più marmorei valori di un certo ceto americano; dedito al lusso e alla bella vita, figli di un capitalismo fortemente edonista. Pellicole come Society hanno e avranno un valore che va ben oltre la materialità, è pura consapevolezza.

Re-Animator di Stuart Gordon – 1985

È praticamente impossibile trattare Yuzna – qui produttore – senza tirare in ballo Stuart Gordon, qui alle prese con la traduzione di uno dei più celebri racconti di Howard P. Lovecraft: Herbert West, Reanimator. Ambientato in epoca contemporanea, lo schema narrativo del film tratta le vicende che vedono coinvolti due giovani medici, fra cui l’eccentrico Herbert West, sin da subito distinguibile per intelletto e inquietudine. Il tripudio di follia che permea l’opera è ben chiara nel momento in cui si scopre che il giovane West è impegnato nella messa appunto di un siero capace di risvegliare le cellule morte. Con questa sola premessa è possibile intuire l’evolversi del film, ben distinto non solo dall’alta percentuale di violenza – anche gratuita –  ma anche di sequenze all’limite della grossolanità. Re-Animator è un cult senza tempo, nonché una perfetta commistione di violenza e ironia, alla cui resa ha notevolmente contribuito l’impeccabile interpretazione di Jeffrey Combs, qui nei panni del folle West. Il buon Lovecraft scrisse il racconto (che peraltro era un lavoro su commissione) per sola necessità economica, anzi, riteneva l’idea anche piuttosto volgare.

Dèmoni di Lamberto Bava – 1985

Da buon figlio d’arte, nel 1985, Lamberto Bava mette in scena uno dei migliori horror mai prodotti nel nostro paese: Dèmoni, peraltro prodotto e co-sceneggiato nientemeno che da Dario Argento. Partendo dalle note delle tastiere di Claudio Simonetti, ci viene immediatamente introdotta la nostra bella protagonista, che da un insolito Michele Soavi in maschera, riceve l’invito per la prima di un film. Trattasi ovviamente di un film horror. Prima della proiezione però, una donna in vena di scherzi, decide di indossare una maschera ornamentale di ferro esposta nell’atrio del cinema; nel farlo si procurerà un piccolo taglio al volto, apparentemente innocuo, peccato che questo innescherà l’escalation di sangue che pervaderà l’intero film. Poco alla volta tutti vengono tramutati in orrendi demoni, intenti a uccidere e infettare chiunque si pari loro dinanzi. Un colpo di genio in pieno stile Bava, ecco come ridurre in termini questo cult. Un film che gode non solo di una notevole dose di crudo, ma anche e soprattutto di una vitalità pop incredibile; e a dimostrarlo non sono solo i temi trattati, ma anche quella line-up musicale che permea l’intera pellicola: da Billy Idol agli Accept, dai Saxon ai Motley Crue. Anche questo è Dèmoni, un film che indubbiamente ha raccolto molti più consensi altrove, al di là dei nostri confini nazionali, magari ispirando anche qualcuno, al contrario del nostro bellissimo e gratissimo pubblico che, complice una locandina poco intuitiva, crede ancora che questo sia un film del buon Dario Argento.

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An American Werewolf in London / Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis – 1981

 John Landis, che appena un anno prima firmava quel capolavoro di Blues Brothers, decise di riportare in auge una delle figure più rilevanti dell’iconografia folkloristica occidentale: quella dell’uomo lupo. Non a caso sono numerose le linee topiche che il regista importa dal classico del quarantuno: la formula della maledizione, l’allegoria e la violenza della bestia. David è un giovane ragazzo che assieme a un amico sta compiendo un viaggio in Europa. Durante la loro permanenza in Inghilterra, in una notte di luna piena, i due rimangono bloccati in una brughiera dove verranno in seguito attaccati da una bestia dalla ferocia inaudita. David sopravvive miracolosamente, ignaro però, di aver contratto la maledizione del licantropo. Da questo momento in poi si susseguiranno scene di pura violenza carnale, non solo quando vedremo la bestia dilaniare le proprie vittime, ma anche e soprattutto quando assisteremo alla trasformazione di David. Tale processo è scandito da strazianti urla di dolore, come per voler calcare la completa impotenza davanti al radicale cambiamento del corpo. Queste sequenze hanno avuto grande impatto nell’effettistica della storia del cinema, risultando propedeutiche per intere generazioni di truccatori; non a caso la pellicola fu insignita del premio oscar per il miglior trucco a Rick Baker.

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The Howling / L’ululato di Joe Dante – 1981.

Nello stesso anno del film di Landis, il grande Joe Dante dirige un’altra pellicola a tema licantropi: The Howling, per noi italici, L’ululato. A differenza dell’opera precedente, il film di Dante non analizza la licantropia come fenomeno interiore, esulando quindi da quell’insieme di archetipi che vedono l’uomo incapace di controllare l’animale, risultandone vittima a sua volta. Al contrario, Dante sottolinea la simbiosi delle due parti, annullando di fatto la chiara dicotomia presente nella pellicola di Landis. Una nota giornalista resta vittima dell’aggressione di un violento maniaco, il cui modus operandi ricorda più quello di una bestia anziché di un uomo. Per riprendersi dall’accaduto, uno psicanalista consiglia a lei e al marito di trascorrere del tempo in una sorta di colonia di sua stessa proprietà. Giunti sul posto i due vengono accolti da un’allegra comunità, che sin da subito sembrano regalare ai due coniugi quella tranquillità tanto agognata. La pace naturalmente cessa immediatamente, facendo ripiombare la protagonista nel terrore, questa volta molto più vivido e ferale. Anche L’ululato mette in mostra una serie di effetti visivi notevoli, mostrando in anticipo sul film di Landis una vera e propria mutazione priva di stacchi di montaggio.

Inferno di Dario Argento – 1980

Secondo capitolo della Trilogia delle Tre Madri, avviata nel ’77 con il capolavoro Suspiria e conclusasi nel 2007 con La Terza Madre. Pur non essendo ritenuto alla stregua del suo predecessore, rasenterebbe la cecità negare l’altissima qualità di questo sequel, forte di una scrittura impeccabile e di una messinscena concreta. Il misticismo e la vacuità che contraddistinsero Suspiria, qui sono presenti con una sostanza completamente rinnovata, sfruttando ancora una volta una linea tecnica sublime. L’assenza delle note dei Goblin è palpabile, ciononostante Keith Emerson, seppur con più timidezza, riesce a comporre una cornice musicale indubbiamente calzante. In questo atto avremo a che fare con la più crudele delle tre antiche streghe: La Mater Tenebrarum. Qui il palcoscenico si sposta oltreoceano, più precisamente a New York, dove scopriamo che si erge la dimora della Madre. Anche per Inferno, il giogo della strega non è mai palese, ma adeguatamente celato, generando di conseguenza un alone pregno di inquietudine e tensione. In questo Argento è un maestro purissimo, capace di concatenare le vicende di due protagonisti, fratello e sorella; coinvolti da un gioco di forze che va al di là della loro comprensione.

BONUS: Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi – 1980.

Gli anni ottanta segnarono il ritorno al brivido del grande Umberto Lenzi, autore poliedrico che contribuì a sdoganare e diffondere il cinema di genere nostrano in ogni angolo del globo. Con Incubo sulla città contaminata, il regista sfrutta l’archetipo dello zombie per mettere in scena un cult esilarante e visivamente forte; Va inoltre specificato che le creature presenti nel film non rappresentano il canone classico del morto vivente, mostrando al contrario degli individui deturpati dalla contaminazione radioattiva. Questi corrono, impugnano armi e sembrano essere mossi unicamente dalla sete di sangue fresco. La vicenda si apre in un aeroporto cittadino, dove un cargo militare è atteso in pista. Questo atterra, ma dalla sua pancia fuoriescono dozzine di contaminati che in breve neutralizzano i militari presenti in loco, per poi cominciare a dilagare nella città limitrofa. Un grandissimo Hugo Stiglitz (quello vero) interpreta un giornalista che per la realizzazione di un servizio resta coinvolto nell’incidente in aeroporto; scampato miracolosamente a questo, si precipita dalla moglie, ancora ignara della piaga che pian piano sta tramutando la città in un pandemonio. La lunga serie di vicissitudini sanguinose culminerà con un finale tanto inaspettato quanto spiazzante, mettendo in risalto l’eccellente mano del regista toscano. Indubbiamente non il miglior Lenzi, che appena un anno dopo metterà in scena nientemeno che Cannibal Ferox, eppure la sola volontà di questo film lo rende meritevole di una e più visioni. Un cinema che osava alla grande.

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