Cinema e Serie TV

Il Metodo Kominsky, ad avercele amicizie così durature!

I personaggi delle serie televisive sono normalmente dei giovani adulti che lottano, sia dal punto di vista narrativo che sociale, per costruirsi la propria strada in una società ostile e molto più complicata di quella che si aspettavano da ragazzi. Ora che siamo arrivati in un momento quasi di saturazione del medium, diventa difficile per gli spettatori continuare ad appassionarci a una storia fondamentalmente già scritta, solo declinata in un contesto differente. Per questo è necessario avere una serie come Il Metodo Kominsky che ci aiuta a spaziare nei generi e nelle fasce anagrafiche con qualche riflessione inedita.

Una prostata pronta a scoppiare

Questa dramedy prodotta da Warner Bros Pictures e distribuita da Netflix è anche un po’ la prova di una maturazione artistica e autoriale da parte di uno sceneggiatore quasi inaspettato: Chuck Lorre, il creatore della longeva sitcom The Big Bang Theory. Questo piccolo progetto – che ha curato anche dal punto di visto produttivo – è il suo metodo per svincolarsi da una scrittura stantia e poco coraggiosa a cui è stato a lungo legato per riconquistare quell’irriverenza degli inizi delle storie di Sheldon e Leonard. Oltre a rilanciare alla grande due attori di grosso calibro del passato come Micheal Douglas e Alan Arkin.

Il Metodo Kominsky segue l’improbabile ma duratura amicizia fra Sandy Kominksy, attore decaduto divenuto un rinomato insegnante di recitazione, e Norman Newlander, il suo anziano e burbero manager. Il loro rapporto entra in una fase cruciale quando la moglie di Norman chiede a Sandy di supportare il suo migliore amico dopo la sua scomparsa, obbligando i due a scoprire lati dell’altro che dopo quaranta e passa di amicizia non conoscevano ancora. In mezzo agli acciacchi della vecchiaia, lezioni di recitazioni improbabili e l’elaborazione del lutto, i due conosceranno il loro posto in un mondo non più in mano alla loro generazione, con uno sguardo malinconico ma con tanta autoironia.

Fin dai primi minuti diventa evidente l’allontanamento di Lorre dai riflettori di una grossa produzione: le prime battute di Sandy colpiscono nel segno per la loro irriverenza e perspicacia, senza elemosinare su un black humour più spinto. Come si evince, gran parte della storia di queste otto puntate ruota attorno alla scomparsa di una persona cara a entrambi i protagonisti e il ruolo dello sceneggiatore è stato più che mai cruciale nel rappresentare un momento tanto cruciale.

Amicizie che non invecchiano mai

L’età anagrafica avanzata dei personaggi è un punto fondamentale per ritrarre e mettere in scena una visione del mondo diversa dalle solite comedy. Se negli ultimi anni la figura del personaggio depresso e cinico è stata parecchio sfruttata – tanto da diventare uno stile di vita giovanile sbandierato talvolta in modo inappropriato e ostentato – vederlo nelle mani di un Arkin ormai 84enne crea tutto un altro mood alla storia che, in maniera molto inquietante, funziona.

La vera star dello show rimane però lui, il grande Micheal Douglas che torna a splendere dopo la sua parentesi nel mondo dei cinecomic con un ruolo interessante che gli calza a pennello. Forse con un pizzico di autobiografia, il suo Kominsky è un personaggio che ricalca molto la figura dei personaggi disfunzionali e distruttivi del mondo seriale (come il cartoonesco Bojack Horseman, per esempio) ma la sua innata bravura e la differenza anagrafica lo rendono un personaggio molto più vivo e reale da seguire per noi spettatori.

Ormai messosi in pace con la maggior parte dei suoi sensi di colpa, questo settantenne vuole sfuggire all’unica cosa che gli fa ancora paura: la morte. Lo show riesce a passarci quel misto di ansia sottintesa della sua quotidianità in ogni scena, che sia farsi un controllo alla prostata da un poco professionale urologo (interpretato dal mitico Danny de Vito) sia con un tentativo di rimorchio in un bar di giovani.

La relazione fra i due è quanto di più divertente e allo stesso tempo delicato la serialità ci ha raccontato negli ultimi tempi: il loro costante punzecchiarsi a vicenda, i battibecchi continui e il rinfacciarsi eventi avvenuti anni prima ha un non so che di rincuorante e grazie all’alchimia fra i due attori la loro relazione è tremendamente credibile e realistica, battute cattive su ebrei e su come togliersi la vita a parte.

La visione delle otto puntate scorre via grazie alla loro breve durata e il ritmo sempre sostenuto, cosa che non è mai mancata alla scrittura di Lorre. In un periodo in cui i prodotti Netflix vengono spesso additati per il politically correct spinto, questo The Kominsky Method nascosto nel catalogo – io mi ci sono imbattuto per caso una sera e dopo 4 ore scarse ho già raggiunto l’epilogo – potrebbe sorprendervi positivamente per il suo umorismo particolarmente spinto, ma mai irrispettoso.

Molti non l’apprezzano, ma se per Natale siete a corto di idee, pigliate al volo questa box della prime dieci stagioni di The Big Bang Theory!