Cinema e Serie TV

Il Nome della Rosa – La Serie: recensione. Una storia di luce ed ombra

Con la messa in onda delle ultime due puntate lunedì scorso si è conclusa la mini serie TV Il Nome della Rosa – La serie, di cui vi avevamo già offerto la nostra anteprima dopo le prime due puntate. Le sei che sono succedute hanno confermato quanto di buono avevamo intravisto all’esordio, pur mostrando ancora la presenza di alcuni limiti, sia di scrittura che tecnici, dovuti al budget, il più importante stanziato dalla RAI ma ancora lontano da quello delle principali serie TV d’oltreoceano. Nell’insieme comunque la nuova fiction targata RAI ha fatto segnare un importante avanzamento sul piano qualitativo rispetto alla sua media tradizionale, indicando un nuovo percorso possibile.

Tra i pregi vi è ovviamente la grande bravura delle maestranze italiane, dai costumi del pluri candidato agli Oscar Maurizio Millenotti alle scenografie di Francesco Frigeri, senza dimenticare l’ottima regia di Giacomo Battiato e la solida sceneggiatura stesa a più mani da quest’ultimo assieme a John Turturro, Andrea Porporati e all’autore teatrale Nigel Williams (Elizabeth I).

Di ottima fattura anche la fotografia di John Conroy, già apprezzato all’epoca per Penny Dreadful, ma va ricordato anche il cast di altissimo livello messo assieme per l’occasione, con John Turturro, Rupert Everett, Michael Emerson (Lost, Person Of Interest), James Cosmo (Jeor Mormont in Il Trono di Spade), Richard Sammel (The Strain), Fabrizio Bentivoglio, Stefano Fresi (Smetto quando voglio), Roberto Herlitzka, Alessio Boni e Tchéky Karyo.

Tra i difetti invece, sempre da un punto di vista tecnico, è da notare la realizzazione di certi effetti in computer grafica, soprattutto per quanto riguarda la realizzazione di alcuni paesaggi, dai colori troppo saturi e poco credibili, e le architetture, mai convincenti. Tenendo però presente che spesso lo stacco tra realtà e CGI si nota spiacevolmente anche in alcune ricche produzioni hollywoodiane, il problema appare abbastanza secondario.

La componente tecnica però non è tutto. La TV è un medium diverso rispetto al Cinema, nel bene e nel male. Mentre nel 1986 Jean Jacques Annaud realizzò una vera e propria riduzione dell’opera originale di Umberto Eco, imposta dalla durata del film, puntando soprattutto sull’anima del racconto, ovvero su una riflessione filosofica sul concetto di verità, qui gli autori, con a disposizione quasi 8 ore di spettacolo, hanno potuto essere più fedeli all’originale, ma questo ha dei pro e dei contro.

Questo però ha portato alla realizzazione di un’opera più didascalica e meno personale rispetto alla lettura di Annaud, maggiormente preoccupata di “illustrare” i contenuti del libro di Eco anziché riproporne un’interpretazione artistica. Non si tratta di un difetto, capiamoci bene, ma solo di un dato oggettivo. La vocazione “formativa” tipica della RAI ha poi portato anche a una scrittura forse meno fluida, un po’ a blocchi tematici, con le prime due puntate più evocative e vicine al film del 1986, seguite da altre due maggiormente incentrate sulle indagini e le successive due più “politiche”, che riflettono sul concetto di verità, convivenza, integralismo e altri argomenti quanto mai attuali, allora come oggi.

Nel suo insieme comunque Il Nome della Rosa – La Serie resta efficace, e porta lo spettatore a porsi numerose domande su temi complessi, anche se a scapito della maggior poeticità del film di Annaud. Il salto, tecnico-artistico e anche contenutistico, rispetto a I Medici di due anni fa è notevole anche se manca ancora qualcosa rispetto a serie più iconiche. La RAI ha dimostrato però di imparare velocemente dai propri sbagli, senza riproporli. Vedremo se il prossimo kolossal riuscirà a raggiungere la completa maturità.

Il Nome della Rosa – La Serie, riflette soprattutto sulle implicazioni del concetto di verità e lo sviluppo di opposti integralismi. Se il tema vi interessa, L’inquisizione – persecuzioni, ideologia e potere è una lettura imprescindibile.