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Recensione Incubi (Michele Penco NPE). Fumetti e Lovecraft in una combinazione vincente


Incubi (Michele Penco)
Genere
Fumetto
Formato
Copertina rigida
Autore
Michele Penco
Editore
Nicola Pesce

Incubi di Michele Penco è un fumetto che vale la pena di leggere. E se avete modo di fare spazio su quella mensola stracolma, non vi dispiacerà averlo in casa e riguardarlo ogni tanto.

All’interno ci sono quattro storie a fumetti in bianco e nero, che riprendono apertamente l’opera narrativa di Howard Philips Lovecraft. Uno sforzo sottolineato anche nell’introduzione di Patricio Valladares, autore che ricorda l’importanza di Lovecraft e soprattutto l’impressionante quantità di opere e artisti che si sono ispirati a lui.

Questa meravigliosa raccolta di fumetti brevi intitolata Incubi si potrebbe definire come un libero adattamento dell’universo di Lovecraft: inquietanti elementi soprannaturali, creature deformi e una grande malinconia. […] In incubi si può ammirare la sua capacità di raccontare storie: lo fa così bene che quasi non ci sarebbe bisogno del testo. 

Incubi è un volume con copertina rigida di 80 pagine, realizzato su un’ottima carta. La stampa in bianco e nero è eccellente.

Incubi Michele Penco

Il primo racconto è anche il più breve. È praticamente privo di testo, né ce ne dovrebbe essere visto che quasi tutte le vignette raccontano di un uomo assediato dalla sua solitudine. Un’artista alla ricerca della sua opera, che finirà invece per trovare un terrore inimmaginabile. Penco sceglie un tratto morbido e ombreggiature profonde, che rendono efficaci i giochi di luce.

Il secondo racconto è forse quello che più di tutti fa riemergere i topoi lovecraftiani, con un uomo che si trova suo malgrado a indagare su fatti misteriosi, e la posta in gioco è la sua vita stessa.

Torna, nel terzo racconto, l’idea dell’arte come specchio che nasconde l’orribile realtà. Una storia claustrofobica che si svolge quasi interamente al chiuso, e quando ci concede un po’ di respiro è solo per portarci in viottoli colmi di ombre spaventose.

Tutto il contrario del quarto e ultimo brano. Qui troviamo di nuovo un protagonista e la sua solitudine, grandi tavole ricche di dettagli (e sfumati incredibili). Il testo è più abbondante, e a raccontarci la storia è il diario del protagonista stesso. La metafora è potente: l’orrore che porta alla follia, e il personaggio che passa da grandi spazi bucolici a spazi angusti, fin troppo simili alla cella di un manicomio vecchio stile.

Letture consigliate
H.P. Lovecraft, Tutti i racconti (Amazon)
Paolo D’Onofrio, Nosferatu (Amazon)
AAVV, Wonderland. Quando Alice se ne andò (Amazon)
Neil Gaiman, The Graveyard book (Amazon)

Le quattro storie hanno altrettanti protagonisti e pochissimi altri personaggi, quasi tutte comparsi o mostri. Le storie di Penco sono introspettive, uomini soli con sé stessi che nel cercare qualcosa di più scoprono verità orribili.

Dall’artista solitario del primo racconto a quello tormentato dell’ultimo, i quattro uomini hanno tutti qualcosa in comune, il senso di ricerca e la scoperta dell’orrore, ma ognuno ha una sua caratterizzazione a renderli unici. Ognuno affronta la propria ricerca in un modo diverso, e ognuno ci accompagna verso una verità sconvolgente.

Sono dei folli, e Penco ci racconta allegoricamente una discesa nell’abisso che è solo mentale? Oppure i mostri sono reali, e questi protagonisti hanno solo avuto la sfortuna di incontrarli. Il punto chiave è proprio questo, come nelle storie di H.P. Lovecraft noi lettori restiamo con il dubbio, un’incertezza angosciante che è parte del gioco crudele a cui questi autori ci espongono.

Se dal punto di vista narrativo si potrebbe accusare Penco di aver semplicemente ripercorso la strada indicata da Lovecraft, la realizzazione grafica è assolutamente originale e, cosa più importante, personale.

Abbiamo accennato alla potenza dello sfumato nelle sue tavole, e alla notevole efficacia dei giochi di luce. Penco sceneggia le proprie tavole senza timore di sembrare troppo cinematografico, e così facendo riesce a creare movimenti precisi. Una carrellata che ci porta a “sbattere” contro un volto, o un lento movimento da esterni infiniti a interni opprimenti. Tutto funziona, e tutto è funzionale alla narrazione.

Ciliegina sulla torta, Penco riesce anche a creare uno stile specifico per ognuna della quattro storie, che diventano così del tutto originali.

Letture consigliate
Edgar Allan Poe, Obscura. Tutti i racconti (Amazon)
H.P. Lovecraft, Necronomicon (Amazon)
H.P. Lovecraft, Teoria dell’orrore. Tutti gli scritti critici (Amazon)

Incubi di Michele Penco è un libro che vale la pena di leggere almeno una volta. Ma con calma, perché bisogna prendersi il tempo di assaporare le tavole, di osservarne i dettagli, di lasciarsi accompagnare dalla sequenzialità. E se vorrete acquistarlo, scelta che vi consiglio caldamente, avrete la possibilità di tornare su questo volume di tanto in tanto. E vedrete che anche dopo anni troverete che c’è qualcosa da scoprire … magari non qualcosa di piacevole però.

Incubi (Michele Penco)

Incubi è una raccolta di quattro storie a fumetti di Michele Penco, apertamente ispirate alla narrativa di Howard Philips Lovecraft. L’autore riesce a riprodurre l’orrore cosmico lovecraftiano, accompagnandolo a disegni in bianco e nero molto efficaci.


Verdetto

Michele Penco ha centrato il bersaglio. Anzi entrambi i bersagli. Da una parte è riuscito a creare storie che potrebbero essere originali di Lovecraft, e probabilmente solo i più esperti sarebbero in grado di individuare e descrivere le differenze. Dall’altra ha dato alle sue quattro storie una nuova identità con le sue tavole, che con lo sfumato e il bianco e nero acquistano una grande profondità.

Pro

Stile grafico variegato, cambia da una storia all’altra
Uso della luce e dello sfumato
Alta qualità di stampa e rilegatura

Contro

Per quanto belle, le storie sono fin troppo simili ai lavori di Lovecraft
Non ci sono personaggi femminili