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Joker e L’Uomo che ride, le radici del villain nel film del 1928

Io sono colui che viene dal profondo. Mylords, voi siete i grandi e i ricchi. Cosa pericolosa. Voi approfittate della notte“. Sembrerebbe una frase perfetta per uno dei tanti Joker, cartacei o di celluloide, ma sebbene ne esprima perfettamente la natura di metà oscura e nemesi dell’ordine sociale e dell’ipocrisia che nasconde – così come abbiamo provato ad analizzare in un precedente articolo dove abbiamo affrontato la figura di Joker in film e TV – non è stata mai pronunciata da nessuna delle numerose incarnazioni del celebre villain della DC Comics. Appartiene invece a Gwynplaine, il protagonista di L’Uomo che ride, prima romanzo di Victor Hugo del 1869 (qui il link ad Amazon), poi film muto del 1928. E proprio a quest’ultimo, in particolare alla celebre interpretazione di Conrad Veidt, si ispirarono nel 1940 Bob Kane e Bill Finger per creare il loro personaggio.

La vulgata vuole che dal film presero solo la figura slanciata e l’inquietante sorriso deforme portato in scena dall’attore, ma in realtà l’influenza di libro e film su tutto quello che verrà dopo è ben più articolata. Oggi ne proporremo una ricostruzione, evidenziando alcune delle numerose suggestioni che attraversano i testi in un gioco di rimandi.

Gwynplaine, l’uomo che ridendo svela l’ipocrisia dei potenti

Per comprendere bene il complesso rapporto tra il libro, il film del 1928 e la figura del Joker tra fumetti e Cinema bisogna però prima conoscere la premessa. Chi ha letto il libro e/o visto il film del 1928 forse ha già chiaro che il rapporto tra Gwynplaine e Joker va molto al di là del semplice aspetto fisico. Per tutti gli altri, ecco una breve analisi.

Nel libro di Hugo, come nel film di Paul Leni, al centro della vicenda c’è appunto Gwynplaine, figlio di un nobile inglese giustiziato dal re per aver aderito alla Repubblica di Cromwell. All’epoca dei fatti, ancora bambino, Gwynplaine viene fatto rapire dal re per punire il padre e costringerlo a tornare in Inghilterra dal suo esilio volontario in Svizzera, così da poterlo catturare. Per insabbiare tutto inoltre, il piccolo sarò venduto ai comprachicos, una banda di spietati criminali dei bassifondi, che ne sfigureranno il volto, aprendogli le labbra in modo tale che sembrino contratte in un sorriso eterno.

Sopravvissuto all’abbandono, Gwynplaine vivrà per diversi anni in compagnia di un solitario girovago, finché non ne sarà rivelata la vera natura di Pari d’Inghilterra. Ma anche riabilitato non sarà mai accettato, proprio a causa del suo aspetto grottesco. Il libro e il film hanno poi due conclusioni opposte, che ai fini del nostro discorso non ci interessano.

I temi, tanto del libro che della sua trasposizione cinematografica, sono però chiari. Al centro di tutto c’è infatti l’opulenza e il parassitismo della nobiltà, ovvero la classe agiata e dominante, che mantiene anche l’ordine sociale, in contrasto con la povertà in cui versa il popolo. Il protagonista, figlio di un nobile punito per la sua vicinanza al popolo, è un reietto che renderà esplicita l’ipocrisia della classe dirigente, smascherandone le contraddizioni, ma è anche un freak, destinato, soprattutto nel racconto originale di Hugo, alla solitudine e all’isolamento. Dunque, al di là del semplice aspetto, si comprende già l’enorme influenza che film e libro hanno avuto sugli autori del Joker originale nella sua caratterizzazione.

I testi come prodotto culturale

Tutti i testi, che siano libri, film o fumetti, sono sostanzialmente dei prodotti culturali, nel senso che riproducono al loro interno e contribuiscono a diffondere idee, valori e visioni condivise e circolanti in uno specifico contesto culturale.

In questo senso, che le influenze siano esplicite o meno, che i diversi autori ne siano consapevoli o no, esse sono sempre significative, rintracciabili e importanti, perché esprimono una visione comune. Analizzando la trama del romanzo di Victor Hugo e del film da esso tratto questo appare già evidente, ma rimandi e citazioni possono essere più sottili e capillari, giungendo anche a un riferimento specifico o persino a un unico gesto, ma sempre iconico e significante.

The Killing Joke e L’Uomo che ride

Il debito del Joker nei confronti di L’uomo che ride, in questo caso il film, è esplicitato anche nell’albo Batman: The Killing Joke, disegnato nel 1988 da Brian Bolland su testi di Alan Moore. “Ho dimostrato la mia teoria. Ho provato che non c’è nessuna differenza tra me e gli altri. Basta una brutta giornata per ridurre l’uomo più assennato del pianeta a un pazzo. Ecco tutto ciò che mi separa dal resto del mondo. Solo una brutta giornata!”, dichiara il Joker, richiamandosi così proprio ai contenuti sociologici di critica al potere costituito e alla classe agiata di cui abbiamo parlato in apertura. La coincidenza del resto non è casuale, perché lo stesso Bolland ha spiegato a più riprese di essersi esplicitamente rifatto tanto al film, che all’epoca aveva appena visto, quanto al primo numero di Batman del 1940, anch’esso ispirato al film come ben sappiamo.

Ma non è tutto, perché nel 2005 è la volta di Joker: L’Uomo che ride (lo trovate su Amazon). Il debito del fumetto disegnato da Doug Mahnke su testi di Ed Brubaker è doppiamente esplicito, perché oltre a citare direttamente nel titolo il testo di riferimento, prende anche spunto dal Batman del 1940, che come visto è stato pesantemente influenzato proprio dal film, da cui ancora una volta riprende anche le tematiche principali, come ben evidenziato dalla frase che Joker lascia in una delle celle dell’Arkham Asylum: “Uno ad uno, sentiranno la chiamata, poi questa città malvagia mi seguirà nella caduta”.

Le origini del Joker come narrate in The Killing Joke sono state poi in parte riprese nel Batman (link ad Amazon) di Tim Burton, il cui amore per l’albo è noto e dichiarato più volte. The Killing Joke inoltre precede di appena un anno il film di Burton. Ma il lavoro di Moore e Bolland è anche alla base di Il Cavaliere oscuro (qui il link ad Amazon). Christopher Nolan, infatti, spiegò all’epoca come questa storia avesse influenzato la caratterizzazione del Joker, mentre Heath Ledger in un’intervista affermò esplicitamente di aver dovuto leggere quest’opera come riferimento per la sua interpretazione.

Il Cavaliere Oscuro

Nel film di Nolan l’aspetto del Joker di Heath Ledger non ha quasi nulla in comune con la triste figura allampanata e ghignante di Gwynplaine, ma al centro del film troviamo proprio una riflessione radicale sull’etica delle classi dominanti nella società contemporanea, con Joker impegnato a dimostrare nichilisticamente che la rettitudine nasconde l’ipocrisia e la morale di Batman è inapplicabile nella vita reale, dove anche il giusto è destinato a fallire e soccombere dinanzi a un universo privo di senso.

Al di là delle tematiche però c’è un rimando anche formale a Gwynplaine proprio nella caratterizzazione del personaggio. Il Joker nel film presenta infatti due vistose cicatrici ai lati della bocca e, in una delle tante versioni delle sue origini che si diverte a raccontare, parla proprio di un bambino a cui il padre ubriacone sfigura il volto mentre dice “perché sei così serio? Mettiamo un bel sorriso su quel faccino”. Tra l’altro nel film del 1928, a far rapire Gwynplaine e a farlo sfigurare per renderlo irriconoscibile è Barkilphedro, l’anziano giullare di corte del re. Un joker malvagio.

Joker con Joaquin Phoenix

Proprio quest’ultimo rappresenta il trait d’union con l’imminente film di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix nei panni del Joker, vincitore del Leone d’oro a Venezia. Del film ovviamente sappiamo ancora poco, non essendo ancora arrivato nelle sale, ma la caratterizzazione del villain come comico fallito proviene dritta dritta da The Killing Joke che abbiamo già analizzato prima.

A colpire però è soprattutto l’iconico gesto, visibile nel trailer dello scorso aprile, che Phoenix fa guardandosi allo specchio quando, truccato da pagliaccio e in lacrime, tenta di forzare un sorriso sul suo volto triste, infilandosi i due indici agli angoli della bocca: è lo stesso che compie Barkilphedro, il malvagio giullare, per suggerire al re di rivelare al padre di Gwynplaine il tragico destino di suo figlio.

Non è un caso del resto, visto che lo stesso regista, in una recente intervista a Comic Book, ha ammesso la centralità di L’Uomo che ride tra le ispirazioni del suo lavoro: “Un’altra grande influenza per il film è stato ciò che ha ispirato i creatori originali di Joker, il film muto L’Uomo che ride, ed è da lì che abbiamo iniziato”, ricordando poi nel prosieguo dell’intervista anche le tante mail che si è scambiato con lo sceneggiatore Scott Silver proprio a proposito del vecchio film muto da cui tutto è iniziato.

The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland resta a nostro avviso una delle storie più belle sul Joker, a cui è debitore anche il film di Christopher Nolan.