Cinema e Serie TV

La Casa di Carta, la più grande rapina della TV

Le serie TV europee di nuova generazione sono talvolta criticate per essere troppo ispirate ai loro cugini d'oltreoceano in termini di cifra stilistica, ritmo e tematiche delle storie. E a conti fatti è impossibile negare che siano stati i grandi nomi statunitensi ad aver influenzato le produzioni più importanti e di successo, sia italiane (Gomorra e Suburra in primis) che europee, come l'impacciato Marseilles dalla Francia e l'oscuro Dark dalla Germania. Ma è proprio questa confluenza di registri culturali ad aver ridato una nuova linfa vitale ai prodotti televisivi, rendendoli anche più appetibili al pubblico internazionale.

Uno dei migliori mecenati in tal senso è proprio Netflix, che oltre a produrre da sé acquista per la sua piattaforma i diritti di molti prodotti locali. Questo è il caso de La Casa di Carta, una grande produzione spagnola andata in onda sul rete privata Antena 3, una ulteriore dimostrazione che la TV generalista può produrre show di alto livello anche senza l'intervento diretto di capitali esterni. Un bel passo in avanti rispetto a Il segreto, non vi pare?

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Qual è il modo meno legale per arricchirsi? Indubbiamente una rapina. Ma che accade se i soldi non appartengono a nessuno? Accade che una banda di ladri, uno più matto dell'altro, irrompono nella Zecca di Stato spagnola e si barricano dentro prendendo tutti gli impiegati e una scolaresca come ostaggi, poi stampando quanti più soldi possibili prima che la polizia inevitabilmente irrompa per liberarli. Nel frattempo il capo della banda, nome in codice Il Professore, opera dall'esterno dell'edificio per depistare le indagini e preparare il piano di fuga. Tutto questo possibilmente senza spargere un goccia di sangue, in modo da conquistare la simpatia dell'opinione pubblica.

Una premessa all'apparenza semplice, quasi da cliché, ma che puntata dopo puntata svela le sue carte nascoste in modo mai banale. Partiamo proprio dai nove personaggi principali, i componenti della banda: la migliore intuizione degli autori è stata quella di dar loro solo nomi di città, un artificio che permette di dare credibilità al piano e che inoltre permette a noi spettatori di riconoscerli più facilmente. Ogni componente della banda ha una specifica funzione nella rapina, cosa che si riflette anche sulla loro caratterizzazione, come il leader vanitoso e dispotico oppure il giovane e ingenuo hacker. Col passare delle puntate queste maschere – metaforiche, perché quelle concrete di Dalì continuano ad esserci – vengono gradualmente tolte, per rivelare personaggi ben caratterizzati che vedono nella rapina alla Zecca una possibilità di riscatto sociale e l'occasione di sistemare i loro problemi personali.

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Il personaggio indiscutibilmente più interessante è tuttavia il Professore, colui che muove i fili di tutta l'operazione nonché protagonista indiscusso dello show. Nelle prime puntate viene presentato come un vero genio del crimine, capace di anticipare ogni singola mossa delle forze dell'ordine in modo freddo e calcolatore, ma proseguendo la visione scopriamo il suo lato più umano e le ragioni che lo hanno portato a formulare un piano così articolato. Il volto che ne risulta alla fine è quello di un idealista, più che un vero criminale, interessato più a dare un forte segnale al potere e ai concittadini che ad arricchirsi.

L'aspetto meglio riuscito della produzione risiede nel suo fantastico ritmo, che non cede minimamente di puntata in puntata e garantisce tanta adrenalina e pochi tempi morti. Gli incontri e scontri fra rapinatori e ostaggi sono il motore principale delle situazioni all'interno dell'edificio, e sebbene non rappresentino grandi vette di originalità – vi è persino una sindrome di Stoccolma parecchio romanzata – l'attenzione dello spettatore non cala mai, grazie anche alle numerose sequenze d'azione. Queste ultime forse non sono il massimo dell'attenzione registica, spesso liquidate in confusi e irrequieti movimenti di camera per simulare la tensione del momento e aggiungere una dinamicità artificiale al tutto.

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Un altro aspetto molto apprezzabile è l'aver saputo adoperare la serialità in modo intelligente senza abusarne. Tutte le puntate seguono minuto per minuto la rapina e fortunatamente la fine di questa segna anche il termine delle vicende dei Nostri. Piuttosto che diluire la trama con una seconda stagione, si è optato per concluderla nel suo apice prima che possa perdere la sua credibilità.

In madrepatria lo show è composto da 15 puntate da 70 minuti circa, ma Netflix ha optato per dividere la storia in due parti con un montaggio diverso, garantendo 13 puntate per i più consoni 40-50 minuti tipici della piattaforma. La seconda parte, con il finale, arriverà sulla piattaforma entro questa primavera e noi non possiamo che consigliarne la visione.


Tom's Consiglia

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