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Tutto quello che (forse) non sapete su La Compagnia dell’Anello

Torna da oggi al cinema, fino al 26 luglio, in versione 4K, Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello. Scopriamo insieme alcune curiosità sul primo capitolo della trilogia.

Fin dalla sua pubblicazione originale, Il Signore degli Anelli non ha mai smesso di attirare appassionati. Un’ulteriore spinta di popolarità in anni recenti c’è stato Peter Jackson, che con la sua trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli a inizio anni Duemila ha riacceso la voglia di fantasy presso il pubblico generalista. Dopo aver coperto la trilogia in generale, Le Due Torri e Il Ritorno del Re (nonché Lo Hobbit) a metà tra pagina e pellicola, oggi chiudiamo simbolicamente il cerchio tornando dove tutto è iniziato: Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello.

La Compagnia dell’Anello – Una festa a lungo attesa

Tanto sulla pagina quanto sullo schermo, La Compagnia dell’Anello è probabilmente la parte più controversa de Il Signore degli Anelli. E lo è stata sin dall’inizio, quando Tolkien cedette alle pressioni del suo editore tornando a “scrivere degli Hobbit”. La prospettiva iniziale era appunto quella di dare un seguito a Lo Hobbit, soprattutto nei toni. Il risultato fu un capitolo completato poco prima del Natale 1937 e successivamente spedito qualche mese dopo a Rayner Unwin, lo stesso bambino che aveva letto Lo Hobbit in anteprima.

Quel capitolo era Una festa a lungo attesa, esordio di quello che sarebbe divenuto Il Signore degli Anelli. Con tutta probabilità però quello che l’editore Allen & Unwin lesse a fine anni Trenta era qualcosa di molto diverso da oggi. Ai tempi Tolkien era ancora lontano dal ragionare in termini di epopea, e un po’ di quello “spirito” ancora si trova anche nella versione finale.

Il Signore degli Anelli

Il primo nome di Frodo era infatti Bingo (quindi, Bingo Baggins) e vi sono numerose lettere in cui Tolkien confessa la propria incertezza su come far procedere la nuova storia. I capitoli del libro vengono fuori a fatica e molti di questi sono intrisi di sequenze che palesemente “temporeggiano” gli eventi. Certe volte il Professore addirittura ammette che aveva più gusto nello scrivere così che non nella trama in sé.

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Frodo non solo attende più di un decennio prima di partire, ma impiega molto tempo anche per uscire dalla Contea, divenendo ospite di più di un anfitrione. Tra questi c’è anche il vecchio Maggot, il contadino a cui nel film Merry e Pipino si divertono a rubacchiare ortaggi. Di lui nell’opera di Peter Jackson si vede solo una falce in mezzo a un campo e il suo inveire contro i due ladruncoli, ma nel libro Frodo e Sam si fermano per una notte da lui come ospiti.

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Eppure, a fronte di un capitolo nato esclusivamente (o quasi) per placare le insistenze del suo editore, a intromettersi fu la storia reale. Lo scoppio della seconda guerra mondiale infatti fece perdere interesse all’editore a questo famoso “sequel di Lo Hobbit”, ma paradossalmente riaccese la creatività di Tolkien. Il Professore continuò a lavorare al romanzo per più di quattordici anni, e la stesura lo accompagnò anche nei momenti più bui. I suoi figli (tra cui il recentemente scomparso Christopher Tolkien) parteciparono alla guerra in prima persona, e per quanto mai ammesso a voce alta è palese che la contingenza storica abbia influenzato non poco Il Signore degli Anelli. L’opera magna di Tolkien è infatti uno di quei romanzi non pianificati, la cui trama è nata man mano che veniva scritta.

Aragorn, il valoroso… Hobbit?

Senza dubbio, uno dei personaggi de Il Signore degli Anelli che ha avuto il maggior numero di iterazioni e ripensamenti è proprio Aragorn. Quello che oggi conosciamo come l’Erede di Isildur, saluto al trono di Gondor con il nome di Elessar Telcontar era in origine un personaggio ben più “modesto”. Anche lui avrebbe dovuto infatti essere un Hobbit, fuggito dalla Contea in cerca di avventure qualche decennio prima della partenza di Bilbo.

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Abbandonata presto l’idea di renderlo Bilbo Baggins travestito, Tolkien accarezzò a lungo l’idea di introdurre un Hobbit che fosse “differente”. La decisione di renderlo un Ramingo (ranger) arrivò subito, quando ancora aveva il nome provvisorio Trotter. Il suo ruolo era comunque abbastanza simile a quanto visto nel viaggio di Frodo da Brea a Gran Burrone.

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Tolkien comunque non volle abbandonare l’idea del personaggio Hobbit, quindi cercò di differenziare questo “Trotter” ipotizzando la sua cattura da parte delle forze di Mordor, che l’avrebbero reso vittima sia di prigionia che di tortura. Fuggito grazie all’onnipresente Gandalf, il ranger avrebbe sostituito le sue gambe (perse durante la detenzione) con due protesi di legno, che l’avrebbero fatto assomigliare per altezza a un normale essere umano. Solo successivamente Tolkien si sarebbe convinto ad abbandonare l’idea di rendere “Trotter” un Hobbit e a cambiarne la razza in Uomo.

« Ebbene, mio caro amico », disse Bilbo, « ora che hai avuto le tue notizie, credi di potermi dare un po’ del tuo tempo? Ho bisogno del tuo aiuto per qualcosa di molto urgente. Elrond dice che questa mia canzone deve essere pronta prima della fine della serata, e io non riesco ad andare avanti. Mettiamoci in un angolino e diamole il tocco finale! »

Grampasso sorrise. « Coraggio! », disse. « Fammela un po’ sentire! »

(Da Il Signore degli Anelli, edizione Bompiani del 2001, p. 297)

Per quanto plausibile, ne Il Signore degli Anelli l’amicizia tra Bilbo e Aragorn pare un po’ troppo “cadere dal cielo”, e neanche Peter Jackson insiste troppo sull’argomento. Eppure è ciò che rimane nell’opera finale delle antiche origini di Aragorn: essendo un Hobbit (per la precisione un Boffin) era più che naturale che lui e Bilbo si conoscessero e stimassero. Gli elementi narrativi della tortura e fuga furono invece traslati su Gollum, probabilmente dopo che Tolkien abbandonò l’idea di renderlo un personaggio a tutti i costi positivo.

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Come volendo si poteva anche intuire, la stessa idea di Aragorn come erede di Gondor è arrivata ugualmente molto tardi. Per fortuna, una volta appurata l’idea di renderlo re, la successiva presenza di un interesse amoroso è venuta fuori abbastanza rapidamente. La curiosità è che inizialmente l’innamorata avrebbe dovuto essere Éowyn, e non Arwen. Fatto sta che un riferimento a questo cambio si trova persino nei film di Peter Jackson, dove la giovane principessa di Rohan non nasconde un sentimento (purtroppo senza futuro) per il Ramingo.

È solo di un’ombra e di un pensiero che sei innamorata. Non posso darti quello che cerchi.

(Aragorn nel film Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re)

L’affaire Tom Bombadil

L’altra grande questione irrisolta, tra pellicola e libro, riguarda proprio Tom Bombadil. Questo essere allegro e misterioso appare ne La Compagnia dell’Anello dove si rende al centro di una breve parentesi. Frodo, Sam, Merry e Pipino vengono infatti ospitati da lui e sua moglie Baccador: Tom stesso li salva da una brutta avventura sul Tumulilande.

Tolkien

Ancora adesso, Tom Bombadil rimane uno degli elementi più inspiegati e inspiegabili di tutto il legendarium tolkeniano. Nato come personaggio delle fiabe per intrattenere i suoi figli, Tolkien lo ha inserito nel suo romanzo in maniera quasi simbolica. La sua idea era quella di fare un “commento alla storia”, e questa è probabilmente la spiegazione più corposa che possediamo su come mai Tom sia ne Il Signore degli Anelli. Tom Bombadil rimane però un personaggio molto amato, e lo stesso Peter Jackson lo ha più volte definito come uno dei suoi preferiti. Purtroppo o per fortuna, questa sua indeterminabilità è anche il motivo che gli ha impedito di comparire nel film: sarebbe stato un ruolo troppo difficile da incapsulare.

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Tom Bombadil è un essere del tutto “avulso” dal contesto della Terra di Mezzo, sia per i suoi poteri che per il suo ruolo all’interno della storia. Oltre a non ricomparire più dopo i due capitoli del libro primo della Compagnia dell’Anello, è praticamente l’unico personaggio su cui il potere corruttivo dell’Anello non fa presa. L’unico altro momento in cui viene nominato è durante il Consiglio di Elrond, dove per un momento viene contemplata la possibilità di dare a lui l’Unico Anello. L’idea viene subito però scartata: Tom non ha sete di potere, quindi non realizzerebbe (o dimenticherebbe) la pericolosità del manufatto e prima o poi finirebbe addirittura per buttarlo via.

Queste sue caratteristiche, unite alla poca chiarezza di Tolkien sulla sua natura, hanno scatenato i fan nel tentativo di determinare la natura del buffo uomo dalla giacca blu cielo. C’è chi ha detto che potesse essere un Maia (uno degli spiriti divini di Arda), altri hanno speculato che potesse essere un’incarnazione addirittura di Eru Iluvatàr, il Dio creatore dell’universo tolkeniano. L’ipotesi più fantasiosa addirittura suggerisce che possa essere una proiezione di Tolkien stesso all’interno della sua creazione.

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Quest’ultima in particolare è però un’ipotesi abbastanza smentita dai fatti, in quanto il Professore si è sempre identificato con Beren, l’eroe Uomo di tempi remoti che ebbe una storia d’amore con l’elfa Lùthien. Una metafora così forte che Tolkien stesso ha fatto incidere i due nomi sulla propria lapide e su quella di sua moglie. C’è stato anche qualche fan che, affezionato a tale teoria, ha ipotizzato un’ulteriore teoria: dove Beren sarebbe il Tolkien “giovane”, quindi viaggiatore e in certo qual senso “eroe per obbligo”, Tom sarebbe il Tolkien “anziano”, quindi ormai sicuro, tranquillo e sereno.

Caro Bilbo ti scrivo: la questione dello pseudobiblium

L’ultima curiosità di La Compagnia dell’Anello copre un po’ tutta l’epopea de Il Signore degli Anelli. Tolkien maschera infatti il suo lavoro dietro all’espediente narrativo dello pseudobiblium, ovvero un libro fittizio (appartenente a tempi remoti) che lui avrebbe usato come fonte. Un libro che lui per primo si sarebbe occupato di tradurre ed adattare in inglese contemporaneo dalla lingua (in realtà artistica) Ovestron, nota anche come “Lingua Corrente”. A questo riguardo c’è una nota particolare: Tolkien aveva infatti inventato delle inflessioni per il linguaggio hobbit, che finivano col farli parlare in “modo buffo”. È probabilmente a seguito delle critiche ricevute dall’editore su tale argomento che decise di scrivere delle appendici (in particolar modo quelle sulle notizie etnografiche, linguistiche, di scrittura e pronunzia) che chiarissero alcuni dettagli successivi impossibili da rendere in una traduzione “secca”.

La Lingua Corrente, essendo il linguaggio degli Hobbit e dei loro racconti, è stata trasposta in lingua moderna. In questo processo la differenza tra i diversi tipi di Ovestron si è inevitabilmente affievolita, malgrado i tentativi di rappresentare tali differenze con variazioni nella nostra lingua; ma la divergenza fra pronuncia e idioma della Contea e Ovestron parlato dagli Elfi o dagli alti Uomini di Gondor era assai maggiore di quanto non risulti da questo libro. Gli Hobbit infatti parlavano per lo più un dialetto rustico, mentre a Gondor e a Rohan era in uso un linguaggio più antico, più puro e formale.

(Il Signore degli Anelli, edizione Bompiani del 2001, Appendice F: Notizie etnografiche e linguistiche, p. 1353)

Il Libro Rosso prende il nome dalla rilegatura, e ancora una volta è una “materializzazione” in realtà di un altro artificio di Lo Hobbit. Alla conclusione di quell’avventura infatti Bilbo si mette a scrivere le sue memorie, meditando di intitolarle Andata e Ritorno – Le vacanze di uno Hobbit. Quella che all’inizio poteva essere solo una scherzosa auto-citazione (il protagonista di un libro che scrive un libro) con Il Signore degli Anelli lievita in maniera esponenziale.

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Dopo la sua impresa, Frodo infatti completa il Libro Rosso titolandolo “La caduta de Il Signore degli Anelli e il Ritorno del Re” e lo affida a Sam, nominandolo di fatto erede della sua storia. Dopo una lunga vita, Sam lo consegnerà a sua figlia Elanor, i cui discendenti lo faranno arrivare, nella finzione narrativa, fino alle mani di Tolkien. Per la precisione la copia “moderna” è chiamata Copia di Findegil, dal nome dello scriba che vi lavorò concludendola nell’anno 172 della Quarta Era (ovvero, due secoli dopo l’impresa di Frodo). In un certo qual modo quindi, il Libro Rosso è il passaggio della grande impresa di Frodo, una sorta di “buona novella” su come il grande Male sia stato sconfitto dai piccoli.

Conclusione: la virgola del Silmarillion

Concludiamo con l’ultimo macro-dettaglio che tutto vedono e nessuno nota: l’estensione. È opinione comune che in ogni caso Il Signore degli Anelli richieda tempi e modi per essere letto, sia per l’estensione che per il particolare stile di Tolkien, semplice ma ricercato in modo da riprodurre l’effetto dell’inglese antico. Ma quello che non tutti sanno è di come Il Signore degli Anelli sia, paradossalmente, solo una virgola alla fine.

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L’impresa di Frodo è infatti solo l’ultima frase di un legendarium ben più grande, che inizia dall’origine cosmologica e arriva fino appunto ai giorni della Terza Era: Il Silmarillion. Un lavoro enorme che Tolkien stesso non ha potuto vedere completo, e di cui non sopravvivono a volte che appunti e scritti anche “grezzi”, riordinati poi dal figlio Christopher Tolkien nel corso di praticamente tutta la sua vita. Una mitopoiesi così enorme che appunto ha richiesto due intere generazioni per avere un’esposizione che fosse quantomeno organica.

Con tutta probabilità, il motivo per cui Tolkien non smetterà mai di essere popolare sta nel fatto di poterne parlare all’infinito. Questo perché il suo legendarium è prima di tutto una mitologia: pure se dichiaratamente “artificiale”, la mitologia è fatta apposta per essere interpretata e per generare nuovi significati a seconda dell’epoca e della civiltà che la crea e la legge. Ed è proprio questa la spiegazione, per quanto parziale, del perché vorremo sempre tornare nella Terra di Mezzo.

Se volete ripercorrere la grande impresa di Frodo secondo la visione di Peter Jackson, ecco qui la trilogia completa de Il Signore degli Anelli, in versione estesa e in Blu-Ray!