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La forma dell’acqua, la recensione del capolavoro di Guillermo Del Toro

Quattro Premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regista, su ben tredici candidature, due Golden Globe su sette nomination e tantissimi altri premi acquisiti nel corso degli anni tra cui il “nostro” Leone d’oro al miglior film alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Stiamo parlando di La forma dell’acqua (The Shape of Water), film del 2017 diretto da Guillermo Del Toro che a partire dal 23 aprile 2021 è disponibile sottoscrivendo un abbonamento alla piattaforma Disney+, che comprende anche il nuovo canale Star. La critica e il pubblico lo hanno già ampiamente omaggiato, ma vediamo insieme perché questa pellicola va assolutamente vista (o rivista) anche al netto di alcuni, inevitabili, difetti. Sebbene l’opera sia uscita ben quattro anni fa, la recensione sarà priva di spoiler, per non privare chi ancora deve vederla delle giuste emozioni.

La forma dell'acqua

Una storia romantica in un contesto doloroso

Influenzata dai classici di Hollywood, tra cui indubbiamente Il mostro della laguna nera del 1954 e il celebre film d’animazione Disney La Bella e la Bestia, La forma dell’acqua è una storia d’amore dal concept antico riguardante un mostro incompreso e un’eroina dalla vita complessa. Con un tono sognante, ma agrodolce la trama racconta il rapporto puro tra l’addetta alle pulizie Elisa (Sally Hawkins) affetta da mutismo e il mostro anfibio (Doug Jones) imprigionato in un laboratorio di ricerca segreto. Siamo nel 1962, quando, in piena Guerra Fredda, gli stati più potenti si sfidavano a colpi di scoperte tecnologiche ponendo uno sguardo verso l’esplorazione spaziale.

La forma dell'acqua

I russi da una parte e gli americani dall’altra si contendevano il mondo e l’unica cosa che li teneva in pace era la paura di una guerra nucleare. Mentre i servizi segreti americani si scontrano col KGB, un laboratorio segreto inizia a svolgere degli esperimenti per capire quale animale mandare per primo nello spazio. È qui che entra in gioco la strana entità anfibia dalle sembianze umanoidi la quale sarà, misteriosamente, anche la fonte di un’improvvisa luce nella buia e malinconica vita di Elisa.

Il valore aggiunto del “realismo magico”

La forma dell’acqua è un film senza dubbio elegante e visivamente sbalorditivo. Il fascino dello stile registico di Del Toro è evidente nell’ambientazione d’epoca, così come la decisione alquanto romantica di far vivere Elisa in un piccolo appartamento al di sopra di un cinema, che contrasta bene con l’atmosfera clinica e rigorosa della struttura governativa in cui lavora di notte. L’anima nostalgica della pellicola prende vita anche con le Cadillac che corrono per le strade, con il mito del sogno americano che soccombe sotto i colpi dell’incomprensione e della paura del diverso. In questo si può osservare anche un attacco politico all’America di Trump tramite il villain Richard Strickland (Michael Shannon), il quale si mostra come il classico self made man con una famiglia perfetta e una moglie bellissima, ma che psicologicamente muore giornalmente divorato dall’ambizione.

La forma dell'acqua

Del Toro è famoso per avere uno stile narrativo alquanto particolare che potremmo definire “realismo magico“. Non è certamente un aspetto che piace a tutti, anzi in alcuni casi potrebbe sembrare eccessivamente indulgente e fantasioso. Tuttavia, nel complesso, è divertente osservare il fascino di un mondo sognante che deve fare i conti con la dura realtà. Questo emerge soprattutto quando si osservano i vizi e la dipendenza di Elisa e del suo vicino Giles (Richard Jenkins) dalla tv. Questo consente di osservare tanti riferimenti ai classici del cinema e della televisione, da Shirley Temple e Bill “Bojangles” Robinson a Carmen Miranda e Ginger e Fred, che i protagonisti ricreano distruggendo parzialmente l’alone di realismo. La musica di Alexandre Desplat rafforza tutto questo e, pertanto, è adatta all’opera e alle sue ambientazioni. A volte arriva anche a sovrastare leggermente la narrazione, ma solo quando nello sfondo la trama decide di prendersi una piccola pausa insieme a un bagno caldo della protagonista.

Il pluripremiato regista non è solo famoso per la sua strana concezione di realismo, ma anche per qualche inclinazione verso la violenza spinta e il gore. Sebbene La forma dell’acqua sia un film molto leggero, anche qui non mancano alcune scene aggressive che lo rendono decisamente adulto, allontanando la visione dei più piccoli. Non sono certamente horror, ma diciamo che c’è qualche richiamo molto esplicito a Il labirinto del fauno (disponibile a questo link) che potrebbe creare non pochi problemi alle persone più suscettibili. Oltre alla violenza, c’è spazio anche per un’esplicita sessualità che dimostra quanto i personaggi siano veri e umani nonostante il contesto faccia pensare si tratti di una fiaba amara.

Un cast stellare, ma statico

Con un cast guidato dalla Hawkins che include attori del calibro di Octavia Spencer, Michael Shannon e Michael Stuhlbarg, la recitazione è superba, come era facilmente prevedibile. I personaggi che si trovano a interpretare, però, sono un po’ piatti: una protagonista muta e dalla vita complessa, un cattivo pazzo, un mostro incompreso, un’aiutante del personaggio principale impertinente, ma che rappresenta la voce della ragione e un vicino gay altrettanto solitario che condivide le problematiche di Elisa. Gli attori, tuttavia, riescono a esprimere molto più di quanto il loro semplice ruolo gli consenta di mettere in mostra. A tal proposito è impossibile non menzionare Sally Hawkins, la quale si è vista sfuggire per un soffio l’Oscar nonostante la splendida e complessa interpretazione di una donna fragile e distrutta emotivamente che non emette neanche una parola a causa della sua condizione fisica.

La forma dell'acqua

Michael Shannon, invece, è sempre una certezza anche quando assume un ruolo che ricorda la sua svolta mainstream nei panni dell’agente Van Alden in Boardwalk Empire. Anche Richard Jenkins nei panni di Giles è davvero eccellente, imperfetto ma gentile, e capace di inserire lo spettatore all’interno della sua solitudine. Stuhlbarg emerge meno rispetto agli altri attori sopracitati, ma svolge la funzione di accademico con grande aplomb. Infine il mostro di Guillermo del Toro, Doug Jones, è incredibilmente realistico sia nell’interpretazione che nell’aspetto fisico (merito soprattutto degli ottimi effetti speciali). Hawkins non ha una voce, ma Jones non ha nemmeno molto del suo viso con cui recitare, pertanto il suo ruolo è sicuramente quello più complesso e riuscito dell’intera produzione.

Conclusioni

La forma dell’acqua, in conclusione, è una delle migliori pellicole di Guillermo Del Toro che mostra davvero i muscoli quando si trasforma in una fiaba leggera. Sebbene ci siano momenti in cui vengono trattati argomenti più seri come la segregazione, il razzismo e l’omofobia, è la leggerezza ciò che definisce davvero il film. L’opera è certamente degna di plauso per la sua audace immaginazione, il design e l’equilibrio dei generi, così come per il cast altolocato, ma è forse più convenzionale di quanto le persone potrebbero aspettarsi: una storia d’amore consolidata, un colpo di scena telefonato, spie russe e un cattivo ossessivo non sono certo concetti innovativi e mai visti prima. La forma dell’acqua, però, va oltre le apparenze, scava nel profondo, ed esalta dimostrando il grande amore del regista per il cinema.