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L’Angelo del Male – Brightburn, recensione. Il supereroe (malvagio) che ci meritiamo

L'Angelo del Male - Brightburn parte da uno spunto inusuale e mescola horror e cinecomics, ottenendo un risultato interessante anche se non del tutto riuscito.

Prima di iniziare devo subito avvertirvi: è stato impossibile evitare spoiler sulla trama di L’Angelo del Male – Brightburn. L’intero film infatti lavora su alcuni topoi narrativi e non si può analizzare il film senza toccare, almeno a grandi linee, l’intreccio.

L’incipit è un vero classico per il genere, perché riprende quello del supereroe per eccellenza: Superman. Famiglia Kent a parte, infatti, c’è tutto il resto: un bambino alieno piovuto dal cielo chissà da dove nel profondo Midwest americano, una coppia senza figli che lo trova, lo porta a casa e lo cresce e infine la scoperta dei propri, enormi poteri. Le somiglianze però finiscono qui, perché il protagonista sceglierà un percorso opposto rispetto a quello di Clark Kent/Kal-El.

Il film, prodotto da James Gunn (Guardiani della Galassia), sceneggiato da Brian e Mark Gunn e diretto da David Yarovesky (The Hive), parte da un’idea già sfruttata nel mondo dei fumetti, ma abbastanza originale al cinema: sovvertire il topos del super eroe, mescolando così l’horror al cinecomic tanto in voga in questo periodo. Un’idea ricca di suggestione e potenzialità dunque ma che al tempo stesso, applicata pedissequamente, come una semplice inversione di segno della valenza della figura super-eroistica, risulterebbe anche un po’ banale.

I problemi arrivano con l’adolescenza

Brightburn invece non è semplicemente la storia di Superman vista dal punto di vista di Batman (ricordate Batman V. Superman?), non sono i suoi enormi poteri, la sua natura quasi divina, a renderlo una minaccia per l’umanità. Brandon piuttosto è il super eroe malvagio che l’umanità, con le sue meschinità e la sua cattiveria, si merita.

Il film lavora su alcune tipiche paure genitoriali, ad esempio che i figli possano diventare un giorno degli psicopatici nonostante tutto l’amore e l’impegno educativo, o che possano capitare in classe con elementi di questo tipo, ma soprattutto sulla paura della nostra “metà oscura”, la nostra componente più violenta e selvaggia, che normalmente impariamo a dominare e controllare, ma che in alcuni casi può prendere il sopravvento.

Questa è anche la parte più interessante del film. La sceneggiatura infatti ci presenta un protagonista a tutto tondo, ben lontano dallo psicopatico monolitico di certi film horror, come Jason o Michael. Brandon è stato un bambino felice, amato ed amorevole. Certo, dentro di lui a un certo punto qualcosa si risveglia, una natura decisamente malvagia e spietata, ma il regista è sempre attento a farci capire che questa è solo una componente, che in lui c’è anche del buono, retaggio dell’educazione terrestre e che in ogni momento è sempre possibile optare per l’una o per l’altra.

Il crollo della famiglia americana (e non solo)

Brandon infatti non è una macchina distruttrice completamente priva di empatia e freni morali, lo diventa, ma solo nel finale. A fare la differenza dunque è proprio il contesto sociale e la famiglia. A ben guardare, Brandon lascia che il suo lato oscuro prenda il sopravvento sempre e solo in seguito a una delusione ricevuta dagli umani, siano essi amici o parenti. Alle loro bassezze e meschinità risponde con inusitata violenza, ma sarebbe anche sempre pronto ad amare, se solo gli altri sapessero fare altrettanto.

In fin dei conti il protagonista non è che un’adolescente in preda a una natura indubbiamente feroce e selvaggia, ma che potrebbe essere instradata e controllata. Purtroppo per lui (e per noi come genere umano) al suo fianco non c’è Zio Ben a spiegargli che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, né i saggi Kent a dispensargli consigli formativi, ma solo adulti diffidenti e spaventati, che lo tradiscono nel timore che lui possa avere il sopravvento.

Superman incontra Damien… ma non nasce un’amicizia

Il fatto che Brightburn abbia al suo centro un’idea forte e lavori parallelamente sulla decostruzione tanto del super eroe quanto della famiglia non significa automaticamente che sia un film riuscito. Il suo maggior difetto è una generale indecisione di fondo su quel che vorrebbe essere come film.

Il risultato? Al netto dei tagli di censura effettuati su due delle scene più splatter, come horror può apparire scontato e non sorprende mai davvero, anche perché ovviamente lavorando sui topoi del genere eroistico ha snodi facilmente intuibili da ogni fan, e se a volte può far saltare sulla poltrona è solo grazie all’uso, riuscito ma scontatissimo del “jumpscare”, tutto basato sull’utilizzo del sonoro e del rapporto tra campo e fuori campo. Come film di denuncia e di analisi sociologica manca invece del coraggio iconoclasta di titoli come The Woman o delle più recenti riflessioni in salsa orrorifica su famiglia e società di Jordan Peele (Scappa – Get Out e Noi) e può quindi risultare superficiale.

Un peccato, perché la fattura è pregevole, con una buona regia e un’ottima fotografia, in grado di tradurre visivamente il lento cambiamento di Brandon tramite il sapiente uso dei colori, con un rosso violento che prendono man mano il sopravvento su ambienti e vestiti sui toni del blu.

L’Angelo del Male – Brightburn, manca del guizzo autoriale e del coraggio di osare, dicendo di più e meglio, ma resta comunque un tentativo interessante di innovare il racconto super-eroistico con l’innesto di elementi horror e sociologici. Il finale lascia poi la porta aperta alla creazione di un vero e proprio universo (botteghino permettendo ovviamente) e, chissà, i risultati potrebbero anche essere superiori agli attuali.