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Le Follie dell’Imperatore – Storia del film Disney che non volle essere Disney

Ci ricordiamo la Disney tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta come “il grande colosso che seppe riprendersi”. È infatti in quegli anni che accade quello che oggi ci ricordiamo come il Rinascimento Disney, che sotto la spinta di Jeffrey Katzemberg riportò la casa di Topolino nel firmamento dell’animazione internazionale.

Quello che però è meno noto è che tale epoca, pur considerata da molti come finita nel 1999, in realtà ebbe strascichi fino ai primi anni Duemila, chiudendosi definitivamente con Il Pianeta del Tesoro. E che ugualmente, oltre ai grandi kolossal animati, ci fu spazio per sperimentazioni assolutamente irripetibili, dentro e fuori dalla sala di proiezione. Oggi vogliamo parlare forse della più famosa, al pari di In Viaggio con Pippo: Le Follie dell’Imperatore, il film Disney “che non era Disney”.

È un enigma è un mistero, per tutto il mondo intero

Le vicende che hanno portato alla nascita de Le Follie dell’Imperatore sono bizzarre e quasi comiche, esattamente come quelle che il film racconta. Comunque, la genesi di fondo è piuttosto nota, e per raccontarla dobbiamo tornare indietro fino al 1994. Quell’anno Il Re Leone riscosse un enorme successo, cosa che sorprese un po’ tutti alla Disney in quanto le speranze autentiche dello studio erano riposte su Pocahontas, poi uscito l’anno dopo. Fu allora che (aiutato da Matthew Jacobs) Roger Allers, regista de Il Re Leone insieme a Rob Minkoff, iniziò a pensare a un film ad ambientazione precolombiana.

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Il progetto venne titolato provvisoriamente Kingdom of the Sun, e fu proprio grazie al successo de Il Re Leone che Allers ottenne carta bianca da Michael Eisner, allora AD della casa di Topolino. Visti i nomi e l’epoca, è piuttosto ovvio che il film avrebbe dovuto essere un classico Disney molto “tradizionale”, con tanto di numeri musicali e sottotrame sia romantiche che redentive. Tutto ruotava attorno a una storia che mischiava uno scambio di persona à la Principe e il Povero (tra l’imperatore Manco e il suo sosia Pacha) con elementi apocalittici. La perfida strega Yzma voleva infatti invocare un dio maligno affinché non permettesse più al sole di sorgere.

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Da quel che emerge da queste informazioni, appare ovvio come in origine Le Follie dell’Imperatore apparisse ancora molto legato alle usanze e alla cultura precolombiana, seppur edulcorata nelle abitudini e rituali più truculenti. Lo stesso elemento del sole (presente fin dal titolo) è infatti uno dei cardini della cultura e religione inca, maya e azteca. In questo senso gli studi da parte della produzione furono scrupolosi: non mancò neanche il classico viaggio di documentazione, in cui lo staff si recò in Perù nel 1996 per studiare le rovine di Machu Picchu. Sempre non badando a spese, in quegli anni si chiamò Sting per comporre le canzoni.

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Le Follie dell’Imperatore e la svolta comica

Il futuro Le Follie dell’Imperatore nacque quindi come molto diverso da quello che poi sarebbe stato. Ma la svolta arrivò proprio nel 1996: forse subito dopo essere tornati dal Perù, i realizzatori si trovarono a fare i conti con il fatto che sia Pocahontas (1995) che Il Gobbo di Notre Dame (1996) non erano andati molto bene a livello di incassi. Pure le proiezioni di prova di Kingdom of the Sun non erano incoraggianti, e la dirigenza si ritrovò a ordinare dei cambiamenti.

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Malgrado oggi Pocahontas e il Gobbo siano stati ampiamente rivalutati, a remar loro contro vi era anche la contingenza storica. Non era solo il fatto che il pubblico era già ampiamente “sazio” di storie serie, ma anche il fatto che all’epoca stavano prendendo piede realtà “concorrenti” dentro e fuori da Disney. La Pixar aveva spiazzato tutti nel 1995 con Toy Story e si preparava a fare il bis con A Bug’s Life; la DreamWorks invece avrebbe esordito nel 1998 con il suo kolossal Il Principe d’Egitto. Con tutti questi pesi massimi in arrivo, Kingdom of the Sun rischiava di essere solo “uno tra tanti”: la direttiva quindi fu quella di renderlo “più comico”.

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Fu per questo che venne contattato il regista Mark Dindal, che già aveva lavorato in La Sirenetta e Bianca e Bernie nella Terra dei Canguri. Dindal accettò di dirigere il film insieme a Roger Allers, ma anche così il progetto stentava a prendere forma. Tra personaggi introdotti, provinati e successivamente scartati, le sedie di Allers e Dindal cominciarono a scottare di brutto.

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Ormai erano tutti consapevoli che Kingdom of the Sun non ce l’avrebbe fatta a essere distribuito nel 2000. Fu così quindi che nel settembre 1998 lo sviluppo del film si arenò, dopo quattro anni di sviluppo e quasi 30 milioni di dollari spesi. Allers decise di lasciare, ma allo stesso tempo Eisner diede un’ultima possibilità al produttore Randy Fullmer prima della cancellazione totale. L’idea che quest’ultimo e i suoi collaboratori tirarono fuori fu quella del buddy movie, nata sviluppando la cosa di rendere Pacha un personaggio di mezza età. Qualcosa di semplice, ma che funzionò.

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Il Nuovo Ritmo dell’Imperatore

I ripensamenti e la fretta furono tanti, ma nei primi mesi del 2000 il film fu finalmente riannunciato come Le Follie dell’Imperatore. Abbandonate le precedenti canzoni scritte da Sting in quanto troppo legate a Kingdom of the Sun, al musicista britannico ne vennero chieste altre due. Di queste, solo una (My Funny Friend and Me, in Italia Un caro amico come te) vide la sala cinematografica, tra l’altro messa nei titoli di coda.

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Le Follie dell’Imperatore arrivò quindi alla distribuzione nel dicembre del 2000 (aprile 2001 in Italia), riuscendo a meritarsi un posto tra i Classici Disney che mantiene tutt’oggi (è il numero 40). Di nuovo i risultati al botteghino internazionale furono piuttosto tiepidi, con cifre di incasso attorno ai 169 milioni di dollari a fronte di una spesa complessiva di 100. Il film ricevette in ogni caso il tradizionale “trattamento multimediale” canonico per tutti i film Disney dagli anni Novanta in poi: accordi commerciali con McDonald’s e Coca-Cola, giocattoli, peluche, action figure e media derivati, fino ai tie-in videoludici tra PC, PlayStation e Game Boy Color.

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Eppure, basta una visione anche solo periferica de Le Follie dell’Imperatore per rendersi conto di quanto non solo fosse “anomalo” rispetto alla Disney stessa, ma di quanto fosse incredibilmente avanti rispetto alla sua epoca. Le Follie dell’Imperatore è infatti un concentrato di comicità sia verbale che fisica. Uno stile incredibile, che mischia con ironia gli elementi anacronistici a una comicità slapstick fino a quel momento mai tentata. Con l’apoteosi che viene raggiunta da ripetuti sfondamenti della quarta parete, a volte persino mettendo a nudo gli artifici di sceneggiatura. Celeberrimo in questo senso il dialogo tra la pazza Yzma e il suo ottuso (ma geniale) assistente Kronk, in cui ammettono di non riuscire a capire come abbiano fatto ad arrivare a palazzo prima dei protagonisti Kuzco e Pacha.

Kuzco: No… non è possibile… Come hai fatto ad arrivare prima?
Yzma: Eh… C-come abbiamo fatto, Kronk?
Kronk: Bella domanda! Se lo stanno chiedendo tutti in sala!

Ci son tanti dittatori, politicanti, predatori…

Vi risparmiamo ulteriori citazioni, perché davvero Le Follie dell’Imperatore merita di essere assaporato nella maggiore genuinità possibile (lo trovate facilmente su Disney+). Tanto che l’ilarità che ha suscitato nel pubblico in sala è rimasta proverbiale per chiunque l’abbia vissuta. Alle proiezioni non mancavano momenti in cui le risate del pubblico sovrastavano l’audio del film.

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Le Follie dell’Imperatore assume quindi i tratti del “film comico travestito da Classico”. E pare proprio che gli stessi autori siano perfettamente consapevoli di questo. La storia presenta solo una canzone cantata, Kuzco un vero genio, all’inizio: canzone che tra l’altro si chiude brusca perché il film cambia brutalmente di tono. C’è una brevissima ripresa nel finale, per accompagnare il canonico lieto fine ma in realtà più profondo di quello che potrebbe sembrare dall’atmosfera umoristica.

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Se però si confronta Le Follie dell’Imperatore con il contesto in cui è uscito, c’è un parallelismo che bisogna fare. Nello stesso anno infatti la DreamWorks lanciò La Strada per El Dorado, altro film ad ambientazione precolombiana che, a differenza della Disney, cercava la sfida della magniloquenza. Quest’ultimo si tradusse in un flop finanziario (76 milioni di dollari di incassi a fronte di un budget di 96), ma comunque i paragoni non mancarono. Con anche qualche indiscrezione che alla DreamWorks accelerarono la produzione del loro film apposta perché sapevano che alla Disney stavano lavorando a Kingdom of the Sun.

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In realtà, l’unica cosa che appunto i due film hanno in comune è il contesto precolombiano. Al di fuori del respiro decisamente differente, ne Le Follie dell’Imperatore il contesto è molto più sullo sfondo, trasparendo nelle scenografie e nei colori ma non assumendo mai tratti protagonistici. Gli unici due più palesi sono il nome dell’imperatore protagonista (Kuzco, come Cusco, città realmente esistente in Perù e che ai tempi fu capitale dell’impero inca) e la foggia del suo palazzo, palesemente ispirata alle statuette di fattura precolombiana.

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La questione del titolo e il cabaret tutto italiano

Anche quando si trattò di distribuirlo fuori dagli Stati Uniti, Le Follie dell’Imperatore generò non pochi problemi. Ma per una volta, i dubbi emersi in fase di esportazione e adattamento finirono solo con arricchirne ancor di più la dirompente carica umoristica. Il primo fu il titolo: in originale è The Emperor’s New Groove, traducibile con Il nuovo ritmo dell’Imperatore. In sé è una chiara citazione alla fiaba I vestiti nuovi dell’Imperatore, in origine fu scelto apposta perché entrambe le storie parlano di un imperatore che finisce vittima di un inganno.

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In italiano divenne Le Follie dell’Imperatore, per sottolinearne la natura per certi versi differente dal solito film Disney. Ma la scelta più geniale si ebbe in fase di doppiaggio, che vide coinvolgimenti diversi dal solito. I celebri Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu vennero messi rispettivamente su Kuzco e Kronk, mentre per Yzma fu chiamata Anna Marchesini, ai tempi attrice teatrale e comica di rilievo. Scomparsa nel 2016, la Marchesini aveva fatto parte del Trio insieme a Massimo Lopez (oggi voce di Homer Simpson a seguito della scomparsa di Tonino Accolla) e Tullio Solenghi. Questo particolare cast, affiancato ovviamente a voci professionali come Aldalberto Maria Merli su Pacha, contribuì ancor di più a dare a Le Follie dell’Imperatore un’atmosfera da cabaret.

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Anni recenti, tra futuro e serie tv

Nonostante i risultati altalenanti, l’universo narrativo de Le Follie dell’Imperatore ha continuato a vivere per un altro po’ nel corso degli anni Duemila. Il film ebbe infatti un sequel nel 2005, intitolato Le Follie di Kronk (Kronk’s New Groove, anche lui disponibile su Disney+). Come già accaduto a molti altri Classici suoi contemporanei (come Atlantis) si trattava di un sequel direct-to-video. Malgrado i realizzatori fossero ora assai più consapevoli del tono scanzonato e comico dei film, Le Follie di Kronk fu giudicato come un sequel orientato un po’ troppo verso canoni classici della Disney (tra numeri musicali, storia romantica e di ricerca dell’approvazione genitoriale).

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Ciononostante, a differenza di Atlantis, il mondo de Le Follie dell’Imperatore riuscì a raggiungere il piccolo schermo con A Scuola con l’Imperatore (The Emperor’s New School, da noi arrivata su Disney Channel ). Uscita nel 2006, questa serie faceva ancor più sua l’atmosfera cabarettistica, con mini-episodi di 11 minuti e brevi sketch tutti diversi nei titoli di coda di ciascun episodio. Oltre a un contesto che palesemente parodiava i teen-drama del decennio precedente, A Scuola con l’Imperatore introduceva anche l’interesse amoroso di Kuzco, la bella e intelligente Malina. La curiosità su di lei è che si tratta di una diretta ripresa di un personaggio di Kingdom of the Sun chiamata Mata. Quest’ultima sarebbe stata una pastorella di lama che avrebbe insegnato all’arrogante Manco/Kuzco a essere umile.

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Conclusioni: gli incas comici

Alla luce di tutto, ancora oggi Le Follie dell’Imperatore ha ancora molto da dire al pubblico. Non tanto per i suoi messaggi (comunque presenti) o per una magniloquenza che è stato costretto a inseguire pur non volendolo, ma per la sua capacità di “anomalia”.

In un mondo dell’animazione in cui si cercava la serietà a tutti costi e la storia epica anche quando non serviva, si è concentrato su qualcosa di differente: far ridere in maniera intelligente e in maniera più adulta di quanto nessuno prima avesse provato a fare nella Disney contemporanea. Una comicità che fosse moderna, non eccessivamente satirica ma che avesse un’impostazione più teatrale e connessa con il pubblico. E proprio per questa sua natura di “rottura”, purtroppo non scende a compromessi: o lo si ama o lo si odia. Ma in entrambi i casi, è un film che non si può raccontare: si può solo vedere.

Se la storia di Kuzco non vi basta più solo vederla, potete recuperare sia il Blu-Ray del film a un prezzo convenientissimo, che il simpaticissimo Funko Pop del protagonista!