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Un regista più unico che raro

Pagina 2: Un regista più unico che raro

Le sfide di un regista incredibile

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Jean Luc Godard

Nel 1965 la fantascienza gode di un momento di fortuna in Francia, Truffaut ha messo in cantiere una grossa produzione internazionale, la trasposizione del romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury che girerà l'anno seguente.

Godard d'altra parta è un regista pressoché imprevedibile, e con Alphaville conferma nuovamente il suo stile: invece di costruire una scenografia di fantascienza, il regista preferisce cercare il futuro nell'architettura contemporanea: Parigi contiene già in sé Alphaville. Le riprese in esterni sfruttano edifici e luoghi che nella città del presente rappresentano per Godard l'idea di un mondo futuro, e non sono pochi in questa capitale che negli anni Sessanta aggiorna la sua architettura.

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Le condizioni di lavoro sono pessime: si gira quasi sempre di notte tra gennaio e febbraio 1965, uno degli inverni più rigidi del dopoguerra, sotto la pioggia e persino la neve; un conflitto sindacale oppone quasi subito le maestranze al produttore, che non vorrebbe pagare gli straordinari ma cede di fronte alla minaccia di uno sciopero.

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Altro motivo di turbamento è il fatto che accanto a Eddie Constantine, Godard sceglie come protagonista femminile Anna Karina, l'attrice franco-danese dalla quale ha appena divorziato. Per Eddie Constantine il film significa l'ingresso nel pantheon del Cinema. Oggi Agente Lemmy Caution, missione Alphaville si identifica con il suo volto butterato e con i primi piani di Anna Karina. Forse Godard è riuscito a fare qualche magia con l'immagine dell'ex-moglie o forse è un caso, sta di fatto che Anna Karina non sarà più tanto bella sullo schermo: diafana, angelica malgrado il mestiere di "seduttrice", in questa luce nebbiosa, lunare, gli occhi sottolineati da un filo di nero carbone all'interno delle palpebre, perché Godard ha chiesto alla truccatrice Jacky Reynal di farla somigliare a una diva del muto.

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Non è la prima volta che Godard sconfina nella fantascienza (l'aveva già fatto con il corto Le Nouveau Monde), e come allora rinuncia a effetti speciali e scenografie elaborate. Il suo modello sono i film di serie B che andava a vedere dieci anni prima insieme a un altro grande regista, François Truffaut.

Alphaville

Non a caso il protagonista della pellicola è l'attore americano Eddie Constantine, divenuto famoso in Francia per le trasposizioni dei romanzi della serie di Lemmy Caution scritti dall'inglese Peter Cheyney (dieci volumi pubblicati tra il 1935 e il 1945). Il produttore cinematografico André Michelin, figlio dell'industriale dei pneumatici, vorrebbe rilanciare Constantine con una nuova avventura di Lemmy Caution; l'attore, che presagisce il viale del tramonto, cerca il riscatto con una pellicola d'autore e pensa a Godard, che l'ha già diretto in La Pigrizia, un episodio inserito del film collettivo I sette peccati capitali.

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Se Constantine veniva da un passato fatto di gialli di second'ordine a base di pugni e donnine, Godard era di ben altro calibro. Il regista francese elevò questo personaggio (che sembra uscito dritto da un romanzo hard-boiled) e quindi l'attore a una tematica più complessa e impegnata.

La tecnica: dialogo tra audio e video

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Godard, sperimentatore di nuove vie e nuove tecnologie, gioca su una serie di conflitti audio/video: le linee geometriche degli edifici, le composizioni astratte di forme, luce e ombra, gli inserti di scritte al neon che lampeggiano nella notte, i primi piani alla Ingmar Bergman, l'inquietante voce fuori campo di Alpha 60 che accompagna quasi tutta la pellicola.

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Esemplare la scena dell'interrogatorio, un alternarsi di suono e immagine, lampadine che si accendono e spengono con le domande di Alpha 60. Tutto il film è giocato sulla luce, con ombre che variano in continuazione, spie che ammiccano dai quadranti dei vecchi computer, scritte luminose, il flash a bulbo della ridicola fotocamera usa-e-getta di Lemmy Caution. Godard utilizza una pellicola molto sensibile, la Ilford HPS già impiegata per le scene notturne nel mitico À bout de soufflé (Fino all'ultimo respiro, forse il più famoso tra i film di Godard).

Il direttore della fotografia Raoul Coutard è pessimista e con ragione: alla fine se ne dovranno gettare via almeno tremila metri, ma il materiale che rimane è esattamente quello che il regista vuole.

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Godard inoltre si documenta con cura sullo stato dell'arte dell'intelligenza artificiale; il produttore Michelin lo mette in contatto con la Bull, la multinazionale francese d'informatica, per visionare l'ultima generazione di computer. Infatti il supercomputer Alpha 60 è una delle invenzioni migliori del film: la sua voce impura, rauca al limite dell'esibizione del dolore (che potrebbe avere influenzato la voce di HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio) non è il risultato di un'elaborazione sintetica: il doppiatore è un uomo in carne e ossa le cui corde vocali sono rimaste lesionate per una ferita di guerra, e per questo (nell'originale francese) riesce a trasmettere un'angoscia che è la colonna sonora di un mondo sottoposto a un controllo disumano. Purtroppo l'effetto si perde in parte con il doppiaggio italiano, come pure l'accento esotico di Natacha, che è il francese straniero della danese Anna Karina.

Citazioni

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È interessante notare che per snobismo o per divertimento Jean-Luc Godard usa, per i protagonisti principali della storia, nomi di personaggi della letteratura popolare (Henry Dickson creato dal belga Jean Ray), dei fumetti (Dick Tracy di Chester Gould), del fantastico (Nosferatu), della scienza (von Braun). Naturalmente Godard si era già affermato nel 1965 come un regista per il quale la commistione di generi non era tanto una trovata stilistica quanto un mezzo per proporre un'indagine culturale ed estetica sul cinema stesso: di conseguenza la trama di Agente Lemmy Caution, missione Alphaville è soltanto il telaio intorno al quale Godard tesse un arazzo leggibile a molti livelli e dalle suggestioni profonde. Ad esempio, in aggiunta alla storia ricca di azione, la pellicola rende omaggio ai grandi maestri del cinema, Da F.W. Murnau e Jean Cocteau a Fritz Lang e Howard Hawks. Godard interpreta nel film un piccolo cameo: è il cameriere che porta la colazione in camera al protagonista.

E ancora, Agente Lemmy Caution, missione Alphaville contiene numerose osservazioni sulla struttura del tempo e sul valore dell'immaginazione umana, all'interno di dialoghi concepiti in modo tale formulare più domande che risposte. L'opera di Godard critica anche il potenziale disumanizzante dell'architettura modernista, nonché il rischio politico della censura. Sebbene la città di Alphaville venga descritta come una metropoli futuristica su un lontano pianeta, l'ambientazione è volutamente e inequivocabilmente la Parigi del 1965. Riconoscere questa strategia è un passo essenziale per cogliere i messaggi impliciti del film. Godard è un autore sempre rivolto al presente, che carica spesso le proprie opere di riferimenti e preoccupazioni politiche e a eventi a lui contemporanei. In questo senso, il film risponde all'osservazione della Signora della Fantascienza, recentemente scomparsa, Ursula K. Le Guin, secondo cui "…la fantascienza non è profetica, è descrittiva".

Il film fu distribuito per la prima volta in Francia nel maggio 1965: totalizzò, nelle sette settimane di proiezione a Parigi, oltre 112.000 spettatori, e ammortizzò ampiamente i costi. Fu trasmesso in TV per la prima volta in Italia nel gennaio 1972 sul Secondo Programma RAI (l'attuale RAI2), in alternativa alla serata finale di Canzonissima 71 (che andava in onda sulla rete "ammiraglia", il cosiddetto Programma Nazionale, ovvero l'attuale RAI1. Una piccola curiosità: il nome Alphaville è stato ripreso dall'omonima pop band tedesca anni ottanta, autrice della famosissima hit Big in Japan.

 Agente Lemmy Caution, missione Alphaville fece, e ancora fa, la gioia dei circoli d'essai e dei critici impegnati: dal mio punto di vista offre parecchi momenti interessati, soprattutto nelle visioni di Alphaville che altro non sarebbe che una delle nostre, attuali, moderne e sofisticate città con la loro disumanizzazione e l'estraneità dei loro abitanti. Alphaville siamo noi adesso, non domani.

Omar Serafini

Omar SerafiniClasse 1965, è laureato in Ingegneria Elettronica e in Scienze della Comunicazione, con una tesi sulla Storia e critica della filmografia di Godzilla del periodo Showa. Ha curato molti prodotti dedicati al genere kaiju eiga, e ha collaborato con Fantascienza.com, e Università dell'Insubria di Varese nell'ambito dei seminari Scienza & Fantascienza. Nel 2011 crea il podcast FantascientifiCast (FacebookTwitter), già vincitore di diversi riconoscimenti. Potete seguire Omar su Twitter.

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