Cinema e Serie TV

Marianne: la recensione dell’horror francese di Netflix

Arriva un nuovo horror nel palinsesto delle serie Netflix. C’era un tempo in cui i film horror sapevano ghermirti cuore e mente e farli sanguinare a dovere, andando a toccare le corde emotive con tutti gli strumenti giusti. Colonna sonora, inquadrature e tensione narrativa erano i ferri del mestiere, almeno fino al punto in cui l’horror è stato identificato solamente come squartamenti e scene al limite del gore. In una simile congiuntura, una storia come Marianne, la nuova serie horror Netflix, si inserisce come una boccata d’ossigeno.

Marianne, finzione o realtà?

Emma è una giovane scrittrice di successo di libri horror, che ha deciso, dopo una lunga serie di romanzi, di portare alla conclusione la saga di Lizzie Larck, la sua cacciatrice di demoni e streghe. Antagonista di Lizzie era la strega Marianne, che infine riesce a portare all’inferno la sua nemesi.

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Durante una presentazione del suo ultimo libro, Emma viene avvicinata da una sua vecchia conoscenza, un’amica dei tempi dell’adolescenza, quando viveva nello sperduto paesino costiero di Elden. Anziché una gioiosa rimpatria, l’incontro diventa il primo passo di un viaggio da incubo nel passato di Emma, che la spingerà a tornare nel paese natale e fare i conti con il proprio passato.

Il ritorno a Elden è causato dal suicidio spettacolare della ritrovata amica, un monito a Emma che il suo passato è tornata a presentarle il conto delle sue scelte passate. Tornata a Elden, Emma dovrà prima affrontare il difficile rapporto con la famiglia e scoprire cosa stia accadendo realmente alla madre della sua amica, la signora Daugeron, che sembra molto più di una semplice fan dei suoi libri.

L’orrore nelle sue tante dimensioni

Marianne, pur cercando di rispettare i dogmi dell’horror di livello, deve però mostrare di saper attirare una nuova fascia di utenti, quegli adolescenti che costituiscono oggi una buona fetta del mercato dell’entertainment. Una generazione che cerca più il momento di massima paura (i famosi jumpscares, utilizzati anche in IT – parte seconda), che non la costruzione di una tensione graduale fatta di ritmi lenti e studiati per predisporre lo spettatore alle rivelazioni esplosive.

Per gli appassionanti di horror, cinematografico o letterario, Marianne sarà ricco di richiami e citazioni a simboli del genere. Il giocare tra reale e onirico, il tema della possessione e alcuni passaggi della storia sono frutto delle influenze di menti eccelse come King o Craven, che sono state quasi sicuramente figure che hanno impattato sulla formazione di Samuel Bodin, creatore e regista di Marianne.

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Negli episodi che compongono questa prima stagione, Bodin cerca di sviluppare un equilibrio narrativo che attiri lo spettatore, resistendo alla tentazione di spingere subito sulla paura. Con un tocco di classe, Bodin imposta la storia come dei capitoli, presentati con un titolo e annunciati con una pagina di libro, richiamando alla professione di Emma. Questa segmentazione di Marianne consente di iniziare con un tono in cui l’ansia del suicidio d’apertura viene mitigato dall’indole scanzonata e ribelle di Emma, una caratteristica che viene lentamente smascherata con il procedere della storia.

Tutti i personaggi di Marianne godono di un simile trattamento, apparendo reali grazie ad una progressione emotiva ragionata e mai forzosa, nata da situazioni di vita credibili. Il gruppetto degli amici del Relitto, la vecchia compagnia di Emma, non riesce a nascondersi dall’ombra di storiche combriccole del piccolo e grande schermo, da Goonies a Stranger Things, ma ha una sua anima e una propria caratura.

Bodin è un buon conoscitore del genere, ma soprattutto sa come impostare la narrazione, rispettandone anzitutto i tempi. Con maestria ci fa crescere la curiosità degli eventi passati sino ad arrivare ad un episodio cardine in cui mette a posto i tasselli, realizzando un capitolo emozionante e in linea con lo spirito dei personaggi, rifacendosi alla nostalgia dando un taglio che, anche sonoramente, sembra una puntata di Stranger Things. Ma non stona, anzi, rimane incastonato all’interno della serie nel punto giusto, portando a galla nuovi dettagli che consentono allo spettatore di vedere sotto una nuova luce, forse quella giusta, gran parte dei protagonisti.

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Peccato che non si sia lavorato maggiormente su questo aspetto di interiorità, perché sarebbe stata la giusta chiave per rendere Marianne un horror d’antologia. Il rapporto tra Emma e Marianne, l’intersecazione tra reale e onirico, sono due leve narrative utilizzate molto bene ma senza quella convinzione tale da renderle realmente concrete. Si respira l’aria di un legame, lo vediamo a schermo e ne gustiamo le conseguenze, ma la voglia di dare preminenza al soprannaturale, all’orrore da seduta spiritica, prende il sopravvento, generando una tensione visiva che, pur convincendo, lascia a mente fredda al sensazione di avere perso un’occasione di creare un horror ‘di spirito’ a lungo desiderato.

Grazie a questa identità narrativa, l’horror francese di Netflix diventa quindi un interessante banco di prova, entro cui conciliare un intreccio solido, necessario a strutturare una crescita emotiva di personaggi e trama, con la voglia dello spettatore di venire terrorizzato, a tradimento. Tenendo a mente che il target ideale di Marianne dovesse essere una fascia di età adolescenziale, Bodin piazza con maestria i tanti attesi jumpscares nei punti giusti. Ad esserne maggiormente soddisfatti saranno proprio i giovani spettatori, che simpatizzano coi personaggi per una vicinanza anagrafica e vengono stimolati sul piano visivo, come si aspettano.

Marianne ha la fortuna di godere di un’ambientazione ideale per questa storia. Il paesino isolato, ancorato alle vecchie concezioni di comunità è perfetto per caratterizzare la figura di Emma, la pecora nera che torna all’ovile, tra chiacchiericcio e recriminazioni. Gli eventi di Marianne funzionano proprio perché si basano sul vissuto della comunità, ne traggono forza e sostanza.

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Merito principale è dell’interprete della signora Daugeron, Mireille Herbstemeyer. Definirla perfetta per il ruolo vorrebbe esser un complimento, ma la verità è che l’attrice spaventa solo a guardarla, ha un volto e una mimica che sembrano nate per far di lei la protagonista demoniaca di un horror. La capacità di passare in un batter d’occhio dalla più completa impassibilità alla follia è il suo valore principale in Marianne, utilizzato da Bodin.

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Meno convincente, invece, Emma, interpretata da Victorie du Bois. Per quanto apprezzabile la sua capacità di offrire una Emma inizialmente scanzonata e cinica, perde di carisma e credibilità quando si tratta di far emergere fragilità ed ansie del crescere. Emma dovrebbe incarnare la paura di lasciarsi alle spalle l’adolescenza e accettare la maturità, con tutto il carico emotivo che ne consegue, ma la du Bois non raggiunge pienamente la grinta espressiva necessaria per trasmettere questo pesante fardello allo spettatore. In alcuni punti, per assurdo, sembra addirittura patire la vicinanza con gli altri attori del cast, più in sintonia con i propri personaggi.

Conclusioni

Al netto di analisi, richiami e tante parole, una serie televisiva, per essere meritevole, deve raggiungere uno scopo: intrattenere, appassionare e coinvolgere. Marianne, con i suoi otto episodi, ci riesce in modo onesto, vacilla su qualche aspetto ma è spietatamente solidi su altri, trovando un’identità che le consente di essere una visione consigliata. Per vedere Marianne sono necessarie poche cosa: divano, pop corn e qualcuno che ci tenga la mano nei momenti peggiori. Al resto, pensano Emma e compagni.