Cinema e Serie TV

Messiah: la recensione della serie divina di Netflix

Il nuovo anno di Netflix inizia con una serie che ha fatto molto discutere nei mesi precedenti la sua uscita: Messiah.  Come lascia intendere il titolo, il nuovo show del colosso di Reed Hastings abbandono le atmosfere fantasy di The Witcher o quelle fantascientifiche di Lost in Space per tornare in una sfera più umana ed emotivamente vicina alla nostra quotidianità. Messiah, infatti, si appella alla condizione umana più pura, quella parte della nostra esistenza che spesso si interroga sul divino e ne cerca un segno nei momenti di massima fatica.

Spunto narrativo interessante, che ovviamente non poteva mancare di sollevare perplessità e dubbi. A far da contorno a questa figura messianica televisiva è, infatti, uno degli scenari caldi delle geopolitica, quel Medio Oriente scosso da guerre e lotte fratricide che invade quotidianamente i notiziari. Questa landa massacrata, però, non è soltanto un campo di battaglia, ma è anche un simbolo stesso delle tra grandi religioni monoteiste (Cattolicesimo, Ebraismo e Islam), tre forze spirituali che per secoli sono state ispiratrici di una fin troppo materiale guerra.

Da una terra martoriata, il nuovo Messiah?

Nella Siria tormentata dalla guerra appare una figura misteriosa, Al-Massih (Mehdi Dehbi). Questo giovane predica un approccio differente alla vita, contrastando la violenza che circonda la popolazione, predicando con un’enfasi tale da raccogliere attorno a sé una nutrita schiera di fedeli, che lo considerano un messia. A dare maggior enfasi alla sua figura carismatica sono eventi che sembrano miracoli, che aumentano la sua aurea di uomo della provvidenza.

Intenzionato a salvare questi suoi fratelli, Al-Massih guida i suoi seguaci attraverso il deserto verso il confine libanese, per portarli in salvo. Inevitabilmente, un simile esodo non può passare inosservato, ma anzi porta l’uomo al centro della politica internazionale. Una personalità simile, infatti, rischia di diventare un leader capace di smuovere le folle, portando ad una devastante fratture dei delicati rapporti internazionali.

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Questa, almeno, è la convinzione di Eva Geller (Michelle Monaghan), analista della C.I.A., che vede in Al-Massih non un messia, ma un potenziale nuovo Bin Laden. Nonostante una moderata sfiducia da parte dei vertici dell’Agenzia, Geller non demorde e continua imperterrita in questa sua cieca sicurezza nel dimostrare la pericolosità dell’uomo.

Una questione di fede

Il contrasto tra Geller e Al-Massih si basa su una concezione differente di fede.

Da un lato, l’uomo sembra essere l’incarnazione perfetta del profeta, con una parlantina mai totalmente chiara e avvolto da un’aura di impassibile sicurezza, che lo spinge a contrastare personaggi intenzionati a demolirne il lato messianico. In alcuni momenti questa sua caratterizzazione è convincente, viene definita in modo intelligente attraverso il contrato con lo scetticismo e la durezza di individui dalla vita complessa e tendenzialmente violenta, figura decisamente lontane da un approccio pacifico alla vita.

D’altro canto, la Geller è un contraltare curioso per questo personaggio. In Messiah, l’agente Geller non è soltanto un’analista intenzionata a smitizzare questo profeta, ma è soprattutto una donna la cui vita è rovinata da un lutto e da una difficoltà interiore nel rimettere in equilibrio al propria esistenza. Si trova, insomma, proprio nella situazione in cui credere in qualcosa o qualcuno potrebbe essere quasi un’esigenza. Invece, per Geller mostrare a tutti l’inganno dietro la presunta missione messianica di Al-Massih diventa quasi un’ossessione.

Questo contrasto è una delle premesse essenziali di Messiah. Il suo sviluppo è profondamente legato alla comparsa di prodigi che dal Medio Oriente arrivano sino al cuore dell’America, dove personaggi disperati e pronti a compiere azioni riprovevoli sono invece portati ad agire diversamente, quasi una seconda occasione. L’idea è intrigante, sembra voler insinuare il divino all’interno di queste esistenze così disperatamente umane, capaci di perdere di vista il senso della fede in un’ottica di sfruttamento della figura messianica. Difficile non vedere in questo aspetto una critica ad una certa modalità di sfruttamento della fede, il cercare una spettacolarizzazione del culto basato sulla necessità del ‘credere’ a fronte di una visione più pura della fede, meno di sfruttamento e più di concetto.

Fede e politica a confronto

Messiah sceglie in modo intelligente il luogo iniziare la propria narrazione. In un contesto come quello delle crisi del Medio Oriente, infatti, è facile trovare delle tensioni naturali e ataviche che contrappongono in modo ovvio alcune delle figure centrali della serie. Diventa quindi comprensibile come il contesto religioso e quello geopolitico si trovino a convivere in una serie che, nonostante ottime premesse, sembra stentare a trovare una propria direzione.

Il contesto geopolitico centrale nel creare una relazione tra i due personaggi principali, Al-Massih e Geller, non viene pienamente sfruttato, ma viene presto in ombra, perdendo definizione. Comprensibile, visto che il concept di Messiah ha sicuramente un fulcro più interiore e spirituale che non di critica ai contrasti politici, come avviene per serie maggiormente focalizzate su tale aspetto come Homeland. All’interno di Messiah, invece, questo dettaglio sembra essere l’ennesimo spunto inserito all’interno della storia, per cercare di dare maggior consistenza ad una storia a tratti traballante e che sembra mancare di una direzione precisa in cui muoversi, riducendo lo spunto della politica internazionale ad un deus ex machina da utilizzare nei momenti in cui la storia pare impantanarsi.

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Nemmeno durante la fase del processo su suolo americano ad Al-Massih si riesce a costruire una figura messianica credibile, rendendo quasi ingenuo il personaggio. La costruzione di un forte interesse popolare verso questo presunto messia, focalizzata principalmente sul ruolo di un prete dalla moralità discutibile, non riesce a dare concretezza a questo personaggio, indebolito da una forzatura dei presunti miracoli del messia che sono sin troppo pilotati.

Questa mancanza di chiarezza penalizza anche la figura di centrale di Messiah, Al-Massih. Nonostante in alcuni momenti il suo personaggio sembri essere veramente un profeta, come nel confronto diretto con Geller, nel complesso Al-Massih pare mancare di convinzione, mai pienamente definito e lasciato in un limbo da cui non riesce ad emergere, finendo per essere quasi una caricatura di ciò che dovrebbe rappresentare.

Conclusioni

Al termine di questa prima stagione, Messiah sembra essere una serie che cerca di imbastire più linee narrative di quante possa effettivamente gestire, creando un senso di costante attesa per un colpo di scena decisivo, un evento catartico che dia una scossa a questa lunga fase preparatoria, ma che non compare in questa prima stagione.  Le premesse ci sono, se ben sviluppate in una seconda stagione coraggiosa potrebbero rendere Messiah una delle serie più interessanti degli ultimi anni.