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Metropolis: storia di un cult della fantascienza

Quando nel 1926 Hugo Gensback, il fondatore di un pilastro della narrativa di anticipazione come Amazing Stories, diede vita al termine di science fiction, non poteva certo sapere che dall’altra parte dell’oceano Fritz Lang, regista tedesco, stava interpretando al meglio le linee guide di questa forma di narrativa, dando vita a un cult cinematografico che avrebbe esordito alla UFA – Palast am Zoo di Berlino il 10 gennaio 1927: Metropolis.

Il film muto di Lang, infatti, è una delle concezioni più identificative della science fiction, quel voler dipingere la contemporaneità traslandola nel futuro ed evidenziando le sue pecche. D’altronde, lo spirito che condusse Lang a realizzare Metropolis incontra la definizione di fantascienza di uno dei sommi maestri della fantascienza letteraria, Ray Bradbury:

“La fantascienza finge di guardare dentro il futuro ma in realtà guarda il riflesso della verità che è davanti a noi”

Queste parole dello scrittore americano possono essere un’ottima presentazione per alcuni dei migliori esempi di romanzi e film di fantascienza, come Blade Runner o il Ciclo della Fondazione, ma sembrano calzare a pennello anche per Metropolis, film che nonostante sia stato realizzato agli albori di quella che sarebbe una fiorente industria dell’entertainment, ha anticipato in modo mirabile alcuni dei concetti che, nei decenni successivi, avrebbero ispirato una narrativa fantascientifica che vede in nomi come Dick, Heinlein e in filoni come il cyberpunk dei degni eredi.

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Metropolis: raccontare il domani

Anno 2026. Una ristretta cerchia di industriali governa la città stato di Metropolis, al sicuro dalle vette dei loro svettanti grattacieli. Nei meandri della società vivono i milioni di operai che rendono possibile la vita della città. Sfruttata e vessata, questa classe operaia è l’anima di Metropolis, governata con piglio autoritario dal ricco industriale Johann Fredersen, mentre il figlio Freder si gode gli agi della sua condizione privilegiata conducendo un’esistenza di vizi ed eccessi.

Freder vede il suo mondo con occhi diversi dopo che nel suo giardino irrompe Maria, giovane insegnante dei bassifondi che turba la pace della sua esistenza rivelandogli la verità: c’è un mondo di infelici e di sottomessi che rende possibile la sua bella vita. Sconvolto da questa rivelazione, Freder decide di avventurarsi nelle profondità di Metropolis, scoprendo come la sua famiglia contribuisca a mantenere viva una condizione di semi-schiavitù per gli abitanti dei meandri della megalopoli. Il giovane diventa testimone della condizione disumana dei lavoratori, che alimentano l’immensa ‘macchina M’, la fonte di energia di Metropolis, assistendo anche a un tragico incidente che causa la morte di alcuni operai.

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Dopo aver assistito a questa scena, Freder, tornato nella sua dimora, racconta il tutto al padre, sperando di convincerlo a garantire un futuro migliore agli operai dei bassifondi. Venuto a conoscenza dell’incidente, Johann decide di rivolgersi all’inventore delle macchine che mantengono in vita Metropolis, Rotwang, a cui chiede consiglio per comprendere alcune mappe trovate sui cadaveri degli operai morti nell’incidente raccontato da Freder. Rotwang riconosce gli schemi delle catacombe della città in cui vivono gli operai, conducendovi Johann. In questo loro viaggio nei meandri di Metropolis, i due uomini assistono a un comizio di Maria, convincendosi che la classe operaia stia preparandosi a una rivoluzione sociale.

Per correre ai ripari, Johann incarica Rotwang di rapire Maria, che verrà sostituita da una nuova invenzione dello scienziato: un robot dalle forme femminili, cui vengono date le sembianze della giovane insegnante. Inviata tra la popolazione, le ginoide con le fattezze di Maria avvia un processo sociale che porta a un contrasto manifesto, in cui gli abitanti dei bassifondi insorgono, animati dalla falsa Maria, che li guida sino alla distruzione della Macchina del Cuore, il generatore che mantiene in funzione la Macchina M e, quindi, Metropolis.

Gli operai vedono nella distruzione della macchina la libertà dalla loro condizione di schiavitù, ma presto comprendono come questa azione abbia condannato anche la stessa Metropolis, compresi i loro figli, che periranno per l’allagamento dei livelli inferiori della metropoli. Realizzato l’errore, la reazione è un odio verso Maria, considerata la sola colpevole dell’accaduto. Inizialmente, gli operai catturano la vera Maria, che dopo essersi liberata dalla prigionia di Rotwang con l’aiuto di Johann è tornata nel sottosuolo, ma quando questa riesce a fuggire, i furiosi abitanti dei meandri di Metropolis catturano la ginoide, convinti ancora che sia Maria e la condannano al rogo, che avviene davanti agli occhi di un disperato Federer. Durante questa esecuzione, la pelle del robot si scioglie, rivelando le sue vere fattezze.

Dopo una rocambolesca fuga e un confronto finale tra Rotwang, Maria e Freder sulle vette di una cattedrale, alla morte del folle scienziato Frederer diventa colui che riesce a far dialogare le diverse anime della città, dando vita alla profezia di Maria:

“Il Mediatore fra il cervello e le mani dev’essere il cuore”

Dare vita a Metropolis

Metropolis è il frutto della collaborazione tra Fritz Lang e la moglie, l’attrice Thea von Harbou. La von Harbou aveva scritto un primo racconto, pensato per divenire in seguito un film, che venne pubblicato a puntate su una rivista tedesca. Dall’idea iniziale vennero rimosse parti riguardanti magia e occulto, che arrivarono in forma più blanda nella pellicola finale, e si diede vita a una lunga serie di revisioni per arrivare a una versione definitiva. La collaborazione tra Lang e la moglie portò quindi a una scrittura definitiva della trama del finale, che fu anche causa di un litigio tra i coniugi, legato a un aspetto essenziale della pellicola: il finale.

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La conclusione che vede Freder e Maria dare una speranza a Metropolis, fortemente voluta da Thea von Harbou, venne in seguito rinnegata da Lang, che invece avrebbe voluto concludere la pellicola con i due giovani che lasciavano, a bordo di un razzo, la città squassata dai moti di ribellione della classe operaia.

Durante le fai preparatorie della sceneggiatura di Metropolis, nel 1924, Lang viaggiò sino a New York per assistere alla prima de I Nibelunghi, per conto della UFA, casa di produzione tedesca. Al suo arrivo nella città americana, la vista notturna della Grande Mela impressionò molto il regista, al punto che divenne il punto di partenza per lo sviluppo della sua visione della città futura. Una visione complessa che spinse Lang e la sua troupe a cercare soluzioni innovative per dare vita a questa gigantesca megalopoli.

Gli immensi scenari in cui si muovevano i personaggi erano una vera sfida per l’epoca e per la loro realizzazione si arrivò alla creazione di una nuova tecnica realizzativa, battezzata metodo Schüfftan, dal nome del suo creatore, Eugen Schüfftan. La tecnica prevedeva di posizionare, davanti all’occhio della macchina da presa, di una superficie riflettente inclinata a 45°. Con questo escamotage era possibile riprendere oggetti in miniatura posti fuori dall’occhio della cinepresa, ingrandendoli. In un secondo momento, si facevano interagire gli attori all’interno delle parti miniate, mentre una lente posizionata tra modellino e macchia da presa rendeva armonico il tutto, dando vita ad ambientazioni incredibili.

Pur con questa rivoluzionaria tecnica, non era certo facile dare vita alle atmosfere create da Lang. Per realizzare questi scenari immensi erano comunque necessarie ore e giorni di lavorazione. Gran parte degli sfondi erano dipinti, le cui dimensioni ridotte spinsero il regista a imprimere i movimenti muovendo non la telecamera, ma gli sfondi stessi.

Per girare la scena dell’esplosione della Macchina del Cuore, per esempio, la preparazione richiese un mese di lavorazione per creare ambienti e modelli, il tutto per una sequenza che era obbligatoriamente destinata a non poter esser ripetuta. Dell’intero girato ambientato in questa titanica scena, alla fine vennero utilizzati meno di due minuti.

Non meno impegnativo fu il dare vita al ginoide. Per realizzare la scena della sua attivazione, vennero utilizzati espedienti vari, dalla pasta di crusca a strisce ottiche di rifrazione. Dentro il costume dell’androide, l’attrice Brigitte Helm, che interpretava Maria, visse un’esperienza che definì poco piacevole, considerato come l’aderenza del costume di acciaio le causava lividi e fastidi vari, che confessò a Lang ma a cui il regista diede poco peso.

La fama stessa del regista era quella di esser una figura estremamente autoritaria, che per dare indicazioni ai propri attori mimava la recitazione delle scene in modo da offrire loro una precisa visione di ciò pretendeva.

Per la realizzazione di Metropolis, all’epoca si diede vita a una produzione degna di un grande kolossal hollywodiano. La UFA, casa di produzione, investì cifre ingenti in questa ambiziosa pellicola, una quantità di denaro tale che condusse la UFA alla bancarotta, portandola a esser acquista da Alfred Hugenberg, che in breve trasformò la Universal Film in uno dei principali elementi della macchina della propaganda nazista.

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A tal proposito, Metropolis si rivelò uno dei film preferiti di Hitler e di Goebbels, il responsabile della propaganda nazista. Questa ammirazione risultò sgradita da Lang, che manifestò il suo disagio apertamente a Goebbels, quando questi gli propose di esser un ariano onorario, nonostante le sue origini ebree. Quando l’ufficiale nazista lo tranquillizzò sulla fattibilità della cosa, Lang rimase atterrito dalla risposta ed espatriò la notte stessa negli States, dopo una prima, rapida tappa a Parigi.

Le versioni di Metropolis

Per aver un’idea dello sforzo titanico dietro Metropolis, basta pensare che la versione finale della pellicola era lunga 4.189 metri (da un girato totale di circa 620.00 metri), e, dopo la sua proiezione berlinese del gennaio 1927, non fu più vista, perduta per sempre durante la distruzione degli archivi della UFA nei giorni della Seconda Guerra Mondiale. Questa versione della pellicola venne ridotta dalla casa di produzione, inizialmente portandola a 3.241 metri, tagliandola ulteriormente a 3.100 metri per il mercato americano. Anche questa versione andò perduta, e per lungo tempo il mondo potè ammirare Metropolis nella versione da 2.500 metri, acquistata nel 1936 dal MOMA di New York.

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Esistevano, però, altre versioni della pellicola, conservate in videoteche in giro per il mondo, spesso dimenticate. Si deve a Enno Patalas, storico del cinema e per anni direttore del Munich Film Museum, che dedicò anni a ricercare quanto più materiale per offrire al mondo una visione quanto più possibile vicina all’originale di Lang. Nonostante gli sforzi, il Metropolis ricostruito da Patalas si ferma a una lunghezza di 3.100 metri, con una notevole mancanza di rispetto all’originale di Lang.

Le tematiche di Metropolis

Metropolis viene considerato un cult della fantascienza, ma non si può ignorare come la pellicola di Lang si inserisca all’interno di una filmografia che aveva già trattato, seppur in maniera meno evidente, alcuni degli aspetti essenziali visti in Metropolis. La figura del folle scienziato era già un elemento presente nella narrativa del periodo (basterebbe citare Il Gabinetto del dottor Calegari, del 1920) mentre temi di lotta di classe erano particolarmente sentiti nel primo periodo post-bellico, apparendo anche in altri lungometraggi.

I temi più prettamente fantascientifici, come il rapporto di sudditanza tra l’uomo e la macchina o i perfidi robot, erano caratteristiche ancora più radicate nell’immaginario del periodo. Sin dalla loro prima apparizione all’interno della narrativa, gli esser artificiali erano stati investiti del ruolo di villain, secondo quello che Isaac Asimov ribattezzò il Complesso di Frankenstein, ossia l’innato timore umano per tutto ciò che è artificialmente simile a lui.

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Il ginoide creato da Rotwang incarna alla perfezione questa tradizione, rivelandosi, se non direttamente la cattiva della pellicola, quantomeno lo strumento della mente malvagia del film. Maria-robot, infatti, è l’elemento cardine della caduta di Metropolis, incarna ogni possibile aspetto negativo di questa società e si rivela subdolamente manipolatrice nel creare il terreno di scontro tra le diverse fasce della popolazione, avviando il processo distruttivo architettato dal folle Rotwang.

Metropolis viene spesso indicato come un film che fa della lotta di classe la sua anima. Questa convinzione arriva dalla versione della pellicola che è arrivata a noi, come detto pesantemente tagliata all’epoca della sua realizzazione. La versione girata da Lang, infatti, prevedeva una società più complessa e stratificata, con la presenza di una classe intermedia, ma questa parte di girato è andata definitivamente perduta.

Andando oltre alla visione politica di Metropolis, è evidente l’intenzione di Lang di muovere una critica al modello industriale che si stava consolidando nel periodo, che si rifaceva alla visione di Ford della produzione di massa. Le scene in cui vediamo gli operai intenti a muoversi meccanicamente, con azioni ripetute e ritmate, sembrano indicare una progressiva disumanizzazione dell’uomo, avvicinandolo, ironicamente, al concetto di robot di Karel Čapek, che aveva creato il termine dal termine ceco robota, che significa lavoro forzato.

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Va rilevato come la dinamica avviata dagli operai che conduce alla distruzione della Macchina del Cuore si rivela anche l’elemento che unifica le diverse forze sociali che animano Metropolis. Convinti di essersi liberati dal loro giogo, gli abitanti dei bassifondi della megalopoli scoprono come anche loro patiranno le conseguenze di questo gesto. Il messaggio di Lang, quindi, non è un incitamento alla rivoluzione sociale, come visto da alcuni, quanto una volontà di indicare la necessità di un dialogo tra le diverse componenti della società, come mezzo per arrivare a una giustizia sociale.

L’influenza di Metropolis

L’impatto di Metropolis sull’immaginario collettivo, specialmente nei decenni successivi, è evidente. Pur essendo coeva della nascita del nome science fiction, la pellicola di Lang è un esempio concreto delle dinamiche narrative del genere, mostrando un’analisi sociale che veniva stemperata con la visione futura di un mondo del domani che riempiva lo sguardo degli spettatori.

L’avveniristico impianto visivo di Metropolis suggestionò l’immaginario successivo, che in diverse occasioni sembrò omaggiare la pellicola di Lang. La sua concezione urbanistica sembra anticipare film come Blade Runner, mentre alcune delle intuizioni del regista sembrano aver ispirato altri film storici della fantascienza.

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In Star Wars, C3-PO sembra esser stato creato prendendo come prototipo il ginoide di Roswang. Lo stesso scienziato rappresenta la perfetta interpretazione della figura dello scienziato folle, concretizzando delle caratteristiche che divennero identificativa di questa figura nella filmografica, non ultimo l’Emmet Brown di Ritorno al Futuro.

Ma l’importanza di Metropolis, il fascino esercitato da queste ambientazioni, si sono spinte anche oltre il cinema. Come non ricordare il videoclip di Radio Gaga dei Queen, in cui Freddie Mercury e compagni svolazzano in una città costruita con fotogrammi della Metropolis di Lang? La band inglese utilizzò fotogrammi di Metropolis anche per un altro videoclip, quello di Love Kills, brano che venne utilizzato come parte della colonna sonora della versione di Metropolis realizzata da Giorgio Moroder.

Il mondo dei fumetti ha riconosciuto il merito di Metropolis sin dalla prima metà del secolo scorso, quando il mangaka Osamu Tezuka realizzò nel 1949 un manga omonimo, nato dopo che l’autore vide una scena del film. Pur condividendo alcune tematiche con il film di Lang, il manga di Tezuka, si muove in direzioni diverse. Si riscontrano maggiori similitudini tra il film di Lang e la trasposizione in anime del Metropolis di Tezuka, datato 2001, in cui l’impianto visivo e alcune scelte narrative sono più vicine alla visione di Lang.

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Anche Topolino, nel 2017, ha voluto omaggiare Metropolis con una sua versione realizzata da Francesco Artibani e Paolo Mottura, Metropolis.

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A quasi cento anni dalla sua proiezione, Metropolis è ancora oggi considerato uno dei pilastri della cinematografia di fantascienza. All’interno di questa pellicola, si riscontrano non solo i segni di una tradizione letteraria, ma anche delle suggestioni che vennero sviluppati decenni sucessivi in contesti letterari come distopie o il mondo cyberpunk. La bellezza e l’immortalità di Metropolis trovano un riscontro nella visione che diede Philip K. Dick del ruolo che dovrebbe avere la science fiction:

“La fantascienza è un genere sovversivo, adatto a chi vuole porre domande scomode”

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