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Non ho mai… : la recensione della serie tv Netflix

Non ho mai… è una delle ultime serie tv originali Netflix disponibili sul catalogo della piattaforma di streaming online. Questo show televisivo è di genere commedia con toni drammatici e segue le vicende di Devi Vishwakumar una adolescente di origini indiane che deve ricostruire la sua vita e ritrovare un po’ di normalità, dopo un anno tremendo.

Non ho mai...

Dietro questo progetto c’è una delle più talentuose scrittici contemporanee di genere commedia, Mindy Kaling che abbiamo conosciuto sia come sceneggiatrice, sia come interprete di The Office. Tra gli interpreti ricordiamo Maitreyi Ramakrishnan nei panni della protagonista Devi, Darren Barnet che interpreta Paxton, un attraente compagno di scuola di Devi, Lee Rodriguez e Ramona Young che interpretano le due migliori amiche di Devi, Fabiola e Eleanor.

La trama è l’originalità di Non ho Mai…

Non ho Mai… racconta la vicenda di Devi, una adolescente di origini indiane a cui, da un momento all’altro, è crollato il mondo addosso. La vita della protagonista di questo teen-trama che non abbandona i toni della commedia adolescenziale viene sconvolta da un evento luttuoso e improvviso che cambierà totalmente la sua vita. Dopo una lenta e graduale “guarigione” dalle conseguenze di questo evento improvviso, Devi vuole riprendere in mano la propria vita e non essere più la ragazza “sfigata”, “secchiona” a cui è stata improvvisamente sconvolta la vita. Per questo motivo convincerà le sue fedelissime migliori amiche, Fabiola e Eleanor, a intraprendere una vita diversa, abbandonando i libri e le gare riservate ai secchioni e dedicarsi ai pruriti amorosi propri dell’età adolescenziale.

Se può sembrare uno dei soliti show televisivi dedicati ai più giovani, un mix tra drama e comedy, Non ho Mai.., invece, coglie davvero bene quelle che sono le dinamiche della famigerata Generazione Z, iperconnessi, social e profondamente soli nella loro autoreferenzialità. In tutto ciò spicca sicuramente  l’estrazione sociale dei protagonisti che potremmo definire borghese o alto-borghese che però lascia spazio alla contaminazione tra le varie classi sociali. Se siamo stati abituati a show televisivi, soprattutto riguardanti adolescenti, in cui le varie classi sociali funzionavano un po’ come compartimenti stagni, in Non ho Mai… questo non c’è, anzi c’è quasi una inversione dei ruoli.

Non ho mai...

In questa nuova socialità dove le classi di appartenenza contano poco e niente, le vicende dei ragazzi diventano le uniche protagoniste nel bene e nel male. Sicuramente l’approccio psicologico è vincente e originale perché riesce a far emergere il sostrato della nuova generazione di adolescenti che vive il presente, l’immediato, senza perdersi in voli pindarici e sentimentalismi. Una concretezza che difficilmente si riscontra in un teen-drama e che contribuisce a dare un’ottima profondità sia alle dinamiche sociali sia alla psicologia dei personaggi. Originali  risultano essere anche i dialoghi, strutturati con semplicità, plausibili e perfettamente contestualizzati.

Non ho Mai… un teen-drama che affronta la crescita, l’appartenenza e la perdita

Le puntate di Non ho Mai… hanno già nel titolo il contenuto dell’episodio. Questo, però, è solo un espediente per parlare di altro, di qualcosa di più profondo. Nel corso della serie si ha una evoluzione dei contenuti davvero ben strutturata e che ci permette di svelare, a poco a poco, le tematiche più importanti, quelle che ruotano attorno al concetto di cresci, appartenenza e perdita.

Per ogni ragazzo, affrontare la difficile era dell’adolescenza sembra quasi un’Odissea, una sorta di turbinio di emozioni spesso non legate tra loro, o almeno apparentemente. Non ho Mai… invece ci fa capire come ad ogni condizione psico-fisica dell’adolescente possa corrispondere un determinato sentimento, partendo sempre da un episodio concreto. Questo per dire che se parlare di adolescenti è davvero molto difficile anche se quella fase la si è superata, è altrettanto complesso partire da un evento particolare per farlo diventare universalmente condiviso e accettato. Una universalizzazione di sentimenti che è encomiabile in questo prodotto Netflix che mette davvero in mostra tutto quelle sfaccettature che l’età adolescenziale ci porta ad evidenziare.

Non ho mai...

La perdita in questo caso è intesa come perdita fisica, sia di presenza sia di abilità. Si esplora il concetto di disabilità psico-somatica che mette in evidenza la difficoltà dell’essere accettati o la semplicità con cui gli adolescenti tendono a ghettizzare e stereotipare determinate condizioni o atteggiamenti. La rivalsa sociale e fisica, l’acquisizione di abilità insperate, invece, fanno capire quanto questa età possa regalare sorprese e inattese speranze.

Anche il rapporto della protagonista con i genitori, con la famiglia in senso più ampio e con la cultura di appartenenza (quella indiana in questo caso), ci mostrano come sia davvero difficile il confronto generazione e culturale, la voglia di emanciparsi senza però perdere quelle sicurezze a cui si è abituati nell’età pre-adolescenziale. Non ho Mai… possiamo vederlo come un piccolo vademecum per cercare di capire i più giovani, che qui sono mostrati come la Generazione Z, ma che fanno propri dei modi di fare e una psicologia che è trasversale alle generazioni, passate, presenti e future.

Un ottimo lavoro di scrittura e messa in scena accompagna ottimamente la fruizione di questo prodotto che si rivela uno tra i migliori disponibili sul catalogo Netflix, legati a questo genere di tematiche.

Conclusioni

Non ho Mai… è uno show televisivo imperdibile, riesce ad emozionare anche chi non è più adolescente e riesce a far riaffiorare nella nostra memoria quei ricordi e quelle sensazioni sopite ma che hanno contribuito a forgiare il nostro carattere.

Si esplorano tematiche davvero importanti, dalla perdita all’identità di genere passando per l’emancipazione sociale e culturale e il rapporto con i genitori e la famiglia. Tutti temi di grandissima attualità e che non possono lasciarci indifferenti. Esplorarli è fondamentale per conoscere la società che cresce, si connette, condivide e vive anche di assenze, spesso molto ingombrati.

Non ho mai...

Infatti, se il punto di vista analizzato è quello degli adolescenti, non possiamo non cogliere una critica anche alla generazione (o a due generazioni) che precedono quella dei giovani della Generazione Z, spesso distratti e legati a degli stereotipi di genere e non che, il più delle volte, sono deprecabili, a volte, però, sono anche necessari per innescare quella catarsi evidente nei giovani di oggi che sono gli adulti che verranno.

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