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Panama Papers: la recensione dell’economia creativa di Netflix

Poche cose sanno stuzzicare la curiosità degli americani come il sondare il torbido mondo dell’economia, fatto di segreti e di personaggi capaci di accumulare immani ricchezze. Ironicamente, la nazione in cui uno dei più efferati criminali della sua storia è stato condannato per evasione fiscale anziché per le decine di omicidi commessi, la morbosa curiosità di scoprire come certa gente sia divenuta milionaria è fortissima, soprattutto se conduce ad una rovinosa caduta. Netflix ha scelto di dare fiducia a Steven Soderbergh per il suo Panama Papers, interessante pellicola in cui il regista racconta una versione romanzata di un celebre scandalo economico, mettendo in mostra la sua bravura con un progetto sicuramente coraggioso.

Quando film si cimenta con il racconto di eventi reali, l’insidia si nasconde nel trovare il giusto punto di contatto tra realtà e spettacolo, offrendo allo spettatore non una lezione di storia, ma una storia appagante, magari con una bella morale. Fedeli a questa impostazione sono stati film come JFK, Thirteen Days, Lord of War o Wolf of Wall Street, che hanno interpretato in modo personale questo delicato equilibrio. Panama Papers, probabilmente, si prende maggiori libertà in fatto di narrazione, assumendo un tono meno serio di citati film, potendo contare su un cast impressionante.

Ma andiamo con ordine, e iniziamo dalla realtà.

Cosa sono i Panama Papers?

Nel 1977 Jurgen Mossack e Ramon Fonseca fondano la Mossack Fonseca, uno studio legale con base a Panama, che si specializza nella gestione finanziaria. Tradotto, la Mossack Fonseca diventa lo strumento tramite cui uomini facoltosi mettono al sicuro dal fisco le proprie ricchezze, sfruttando le falle del sistema a loro vantaggio.

Per tenere traccia di queste transazioni di gestione offshore riservata durante circa quarant’anni, la Mossack Fonseca aveva un archivio digitalizzato. Per avere un’idea precisa, si parla di circa 2.5 tera di dati, che coinvolgono più di 200.000 imprese offshore. All’interno di questa documentazione erano presenti nomi di personaggi della politica internazionale, le cui operazioni poco trasparenti erano registrate con cura meticolosa. Idea ottima, non fosse che nel 2016 questi documenti (11,5 milioni di documenti, per la precisione) sono stati divulgati in forma anonima, dando vita ad uno scandalo finanziario globale che ha colpito duramente anche alcune amministrazioni. Il blocco di documenti venne ribattezzato Panama Papers.

E Sodenbergh ha deciso che era giunto il momento di raccontarne la storia.

Tutto per una polizza (o quasi)

Ellen Martin (Meryl Streep) ed il marito Joe (James Cromwell) scelgono di passare con gli amici un week end al lago per il loro anniversario. Durante un’escursione in barca, un’onda anomala ribalta il natante, portando alla morte di diverse persone, tra cui Joe. Distrutta dalla morte del marito, Ellen vorrebbe ricostruirsi una vita, sostenuta dalla figlia Melanie (Melissa Rauch) e dalla liquidazione dell’assicurazione per la morte del marito. Peccato che questo incidente riveli come dietro l’assicurazione ci sia in realtà un giro di società fittizie e prestanome che rende impossibile per la donna ottenere la liquidazione sperata. Anziché arrendersi, Ellen decide di indagare ed arrivare a capire chi sia il responsabile di questa ingente truffa assicurativa.

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La scelta di utilizzare questa storia umana come punto di partenza per raccontare la storia dei Panama Papers è la soluzione vincente. L’elemento emotivo, l’empatia che si crea tra spettatore e vittima del sistema è una forza trainante che avvince al film, che utilizza una sorta di racconto a episodi per dare maggior spessore alla vicenda della Mossack Fonseca.

Oltre ad Ellen, vengono raccontati anche le esperienze come clienti di personaggi di varia natura. Ci sono i narcotrafficanti che vogliono riciclare il proprio denaro, politici delle superpotenze che cercano di crearsi un proprio tesoro (la figura dello statista cinese Bo Xilai è reale) o miliardari viziosi che pensano che il denaro sia il legame per una famiglia solida. Tutti questi personaggi sono legati alla Mossack Fonseca perché necessitano dei suoi servizi per riciclare il proprio denaro.

 

Non è un caso che il titolo originale di Panama Papers sia The Laundromat (letteralmente, lavanderia a gettoni), con riferimento all’attività di ‘lavaggio’ di denaro sporco effettuato dallo studio legale panamense. Probabilmente il titolo originale ha un maggior rilievo nel mercato americano, che familiarizza con il sottile gioco di parole, ma in questo caso la traduzione italiana del titolo ha la sua legittimità, una scelta dettata dalla difficoltà nel tradurre un simile riferimento.

Un cast stellare per un film particolare

L’aspetto più riuscito di Panama Papers è l’aver trovato un equilibrio perfetto tra la storia di cornice, ovvero la vita degli avvocati Jurgen Mossack (Gary Oldman) e Ramon Fonseca (Antonio Banderas), e gli intrecci di vite che ruotano attorno al loro studio. Questa incredibile coppia di attori ha il ruolo di narratore, spiegando agli spettatori le dinamiche truffaldine di un sistema economico malato, utilizzando un’ironia dissacrante e spietata che sembra ergersi a critica al sistema, ma in un’ottica distorta.

A sorreggere il ruolo di questi due immensi attori, oltre alla Streep, è la presenza di alcuni grandi nomi (Sharon Stone, David Schwimmer, Jeffrey Wright o Robert Patrick) che in fugaci apparizioni riescono a dare ulteriore sostanza alla trama, con una presenza tragicomica che mantiene la narrazione di Soderbergh sulla sua rotta.

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Su tutti, però, svetta Meryl Streep. Coinvolta in un doppio ruolo semplicemente spettacolare, la Streep è il cardine emotivo su cui Soderbergh imbastisce il lato più umano e serio di Panama Papers, rendendo il personaggio di Ellen il contrappunto tragico alla narrazione ironia dei due legali. La Streep regala un’interpretazione struggente, forte e travolgente, con un colpo di scena finale che viene gestito perfettamente, sfruttando l’anonimato della talpa che svelò i Panama Papers, con un monologo finale rapido e pulito, lievemente retorico ma sentito. Picco emotivo, però, nella parentesi di Las Vegas, dove viene sostenuta mirabilmente dalla Stone e dalla Rauch.

Conclusioni

Tutte le componenti di Panama Papers sono ben allineate per garantire un prodotto di livello. Presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il film di Soderbergh arriva su Netflix in un momento in cui precedenti film come All’ombra della luna avevano fatto emergere una certa stanchezza e mancanza di lucidità nelle produzioni del colosso di Reed Hastings. Panama Papers sembra una tappa convincente verso un ritorno alla qualità delle produzioni originali Netflix, un viaggio che deve condurre all’atteso The Irishman di Scorsese, previsto per novembre sulla piattaforma streaming e protagonista in questi giorni della kermesse cinematografica romana.

La storia dei Panama Papers vi incuriosisce? Ci sono numerosi libri e documenti a portata di un click per approfondire il tema!