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Pinocchio: la recensione. Garrone racconta la sua versione grottesca

Era un sogno che aveva da sempre, che cullava sin da quando ha iniziato a fare il regista, come se dovesse essere il suo obbligo morale da soddisfare. Matteo Garrone, dopo il successo di Dogman e dopo aver conquistato gli onori della cronaca con Gomorra, torna a raccontare le fiabe a modo suo, come aveva già fatto con Tale of Tales pochi anni fa.

Decide di farlo con una favola italiana, la più famosa di sempre, ma anche quella più satura, più abusata: Pinocchio. Con un cast eccezionale, che ha saputo mettere insieme tutte le maschere più importanti dell’attuale panorama italiano, Garrone ha proposto una storia che segue perfettamente la storia raccontata da Carlo Collodi sul finire dell’Ottocento, andandosi ad accostare all’opera di Luigi Comencini, a oggi ritenuta essere la miglior trasposizione del burattino.

Un burattino di nome Pinocchio

La storia di Pinocchio non ha bisogno di presentazioni, ma ha bisogno di alcune precisazioni: diversamente da come ce l’ha raccontata Walt Disney, che nel 1940 decise di mettere in scena un’edulcorata e ovattata riproposizione della storia di Collodi, Garrone segue quella violenza e quella crudeltà che era propria della favola originale, che nell’ottocento fu l’apice del gotico e del grottesco nella letteratura italiana.

Garrone decide quindi di realizzare un’opera molto oscura, impregnata di mostri e di animali antropomorfi che prendono vita intorno al burattino: la parabola raccontata, il monito lanciato a tutti i giovani d’oggi, permette al regista di andare a scavare nelle più tetre rappresentazioni dei burattini, del grottesco che caratterizza il Grillo Parlante, i Corvi e i becchini, che vanno a recuperare Pinocchio nel momento in cui rifiuta la medicina della Fata.

Tali scelte, però, rendono davvero complesso il collocamento del film nel proprio target esatto: per alcune scelte comiche, per dei tempi narrativi e soprattutto per lo stile molto puerile di alcune vicissitudini, Pinocchio sembra voler essere un film per bambini, per famiglie che durante il periodo natalizio cercano una storia gradevole da vivere. Eppure guardandolo con attenzione è facile capire immediatamente come alcune scene possano essere pericolosamente grottesche per i bambini, o comunque per i più giovani: un’indecisione che ci rende difficile capire quale fosse il reale intento di Garrone, che per l’intera pellicola dimostra poco coraggio nel collocarsi da una o dall’altra parte.

Il principe del palcoscenico: Geppetto

Allo stesso modo, Pinocchio sembra vivere due momenti diversi della propria vita al cinema: la presenza di Geppetto, interpretato da un perfetto Roberto Benigni, rende vera la pellicola, la trasforma in qualcosa di reale e tangibile. La sua assenza, per tutta la parte centrale del film, permette a Garrone di diventare un maestro dell’inatteso, del sovrannaturale, di quegli animali antropomorfizzati che spaventano quasi. Tra l’altro le scene dedicate a Geppetto sono le uniche che hanno permesso al regista di mostrare il proprio coraggio, di esaltare la propria volontà di dare un’ambientazione reale al suo Pinocchio: con un Benigni in forte stile Chaplin nelle prime azioni, entriamo subito nel concetto di povertà, in quella esegesi che ci permette di capire quale fosse la condizione umana del falegname che diede la vita al burattino di legno.

In questo Garrone indovina le sue scelte, perché così come Benigni decise nel 2002 di dare maggior respiro a Lucignolo, permeandolo di umanità e di sentimento, allo stesso tempo Garrone vuole che lo spettatore si affezioni a Geppetto, lo capisca e lo compatisca: dalle prime scene, quando cerca un tozzo di pane, fino alla fine, quando la scelta registica di raccontare la trasformazione in bambino vero riesce a emozionare anche lo spettatore meno sensibile.

La grandezza del Pinocchio di Garrone, insomma, sta nell’esser riuscito a ricreare un ambiente credibile, una città all’interno della quale poter liberamente viaggiare, senza preoccupazione alcuna: dalla casa di Geppetto fino alla scuola, passando per i campi che circondano le sventure di Pinocchio, finendo per dar vita a qualsiasi anfratto possibile. Ad aiutare il regista c’è la fotografia di Nikolaj Bruel, che dà ancora più intensità alle intenzioni freak di Garrone, che di trucco e parrucco lavora tantissimo, senza affidarsi alla CGI se non in alcuni sparuti momenti.

Il mondo che ruota intorno a Pinocchio

Pinocchio diventa così affascinante, interessante, ma pedissequo e poco coraggioso. Accanto a Benigni non ci sono personaggi memorabili, ma semplicemente comparse che provano a replicare quanto già fatto negli anni scorsi da Comencini e anche da Cenci, nella sua versione animata del 1971.

Lo stesso Gigi Proietti, nei panni di un temuto Mangiafuoco, fa fatica a ritagliarsi il suo spazio, a farsi riconoscere come figura fondamentale nella crescita del burattino: poco c’è da dire, però, sul modo in cui Garrone ha saputo portare tutti sullo schermo, dando un’identità precisa a qualsiasi personaggio, a partire proprio da Proietti, con questa sua barba à la Rasputin e questa sua voce rauca e profonda come Gandalf, senza dimenticare Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, i disonesti Gatto e Volpe, inaspettatamente affascinanti e imperdibilmente disgraziati, soprattutto il primo. E in ultimo è possibile non donare qualche parola anche a Marine Vacth, di una bellezza eterea, ma allo stesso tempo materna, in grado di accogliere Pinocchio tra le sue braccia in assenza di Geppetto.

È il perfetto deus ex machina dell’intera vicenda, così come l’aveva pensata Collodi, che ci aveva anche raccontato della trasformazione da bambina ad adulta, mostrandoci quel fantasma che dapprima è compagna di giochi del burattino, poi è severa educatrice.

Il Pinocchio di Garrone, insomma, nell’esaltarsi per aver creato un ecosistema credibile e reale e nell’aver anche messo insieme un cast di prim’ordine, finisce per essere una linea retta e parallela che accompagna la storia di Collodi. Si vede la mano del regista, in quella stramberia che ci racconta della trasformazione in asini di Lucignolo e Pinocchio stesso, fino al Maurizio Lombardi nei panni del Tonno che indica la strada d’uscita dalla bocca del pesce-cane.

L’intera storia finisce per essere decadente, pregna di quella cattiveria che era tipica dell’Ottocento e della sua letteratura, ma che ci permette di entrare maggiormente in contatto con la storia originale di Collodi. Perché l’impiccagione alla quercia grande, quell’allegoria con Gesù messo in croce, il tentato omicidio dell’asino dopo essersi azzoppato e tutte le crudeltà che Collodi aveva ritenuto opportuno scrivere sono state rispettare da Garrone. Per andare a ripescare i fasti dell’opera originale non esiste un film migliore di questo, ma dall’altro lato facciamo fatica a consigliarlo alle famiglie e allo stesso tempo a chi ritiene che Pinocchio sia oramai abusato e saturo. Magari fatelo per Geppetto.