Cinema e Serie TV

Pixar, ode alle emozioni su schermo tra film e corti

Basterebbe pronunciarne il solo nome per solleticare l’immaginario dei fan, far spuntare una lacrimuccia agli spettatori delle numerose pellicole prodotte e sentire la nostalgia che risale, ripensando alle vecchie glorie che hanno popolato prima gli schermi dei cinema, poi (anche) gli schermi di PC e device mobili. Pixar, come del resto la grande casa madre Disney a cui fa capo da diverso tempo, è una garanzia di successo, soprattutto per il nostro cuore, e per i produttori di fazzoletti usa e getta. Sì, perché come ne è testimone l’ultimo capolavoro di animazione regalatoci a Natale 2020, Soul, le corde dell’anima che riesce a toccare ogni singolo prodotto, lungo o cortometraggio che sia, sembra davvero essere stato realizzato per indurci alle lacrime, alle riflessione, a sentire il cuore che fa a botte con la testa per fare a gara a chi è più coinvolto nella rielaborazione di quello di cui siamo spettatori. Perché se da un lato l’emozione è facile con i titoli Pixar, ultimamente anche la testa è sempre più coinvolta nel recepire, rielaborare e metabolizzare dei messaggi non sempre facili e “per bambini”. Se Toy Story ci ha insegnato che anche i giocattoli hanno un’anima, Soul ci ha mostrato cosa sia, l’anima, e quale viaggio compie in ogni singolo istante della nostra vita, fino alla fine. Scopriamo insieme allora tutte le sfumature delle emozioni che Pixar ci sa regalare nei suoi migliori film e corti, per recuperare titoli altisonanti e prodotti di nicchia tutti meritevoli della nostra attenzione.

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Pixar, o delle emozioni su schermo

Sono animazioni che non puntano alla bellezza estetica, al personaggio patinato, alla colonna sonora incredibilmente memorabile e pronta a diventare l’ennesimo prodotto ancillare che esce dalla costola del lungometraggio del momento, senza dimenticare la chiara ambizione a diventare un nuovo blockbuster. Questa è la differenza principale tra le recenti produzioni Disney e Pixar, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Pensiamo alle canzoni più famose dei film di animazione di questo grande gruppo: è più facile pensare a quelle di Aladdin, Frozen, Il Re Leone e altri ancora, solo per citare una limitata selezione di colonne sonore tra le più famose, ma se pensassimo alla produzione Pixar, possiamo nominare Hai un amico in me di Toy Story o i brani di Coco, ma come anticipavamo, Pixar punta ad altro.

Aladdin

La spettacolarizzazione vera e propria non è nel DNA di questa casa, che mira invece a costruire racconti adeguati a essere accolti nel cuore di un bambino, per poterlo accompagnare fino all’età adulta e oltre, insegnandogli a essere una persona migliore, sensibile e, si spera, con una sensibilità e una creatività più sviluppata. Non conta la bellezza estetica a tutti i costi, ma quello che abbiamo… dentro: non l’ennesimo riferimento a Soul, ma anche a Inside Out, due volti della stessa medaglia, o forse, per meglio dire, due step consecutivi dello stesso cammino. Dall’analisi delle nostre sensazioni ed emozioni, all’anima in toto, dopo aver esplorato tutte le sfaccettature della vita, umana e non solo.

Sì, perché Pixar riprende concetti culturali propri di credenze e popoli più o meno diffusi per rimaneggiarli in un linguaggio universale, nel rispetto di tutti gli spettatori del mondo a cui le pellicole e i corti, potenzialmente, si rivolgono. E’ così che la vita dopo la morte non accade in Paradiso, in Soul l’Inferno viene solo sillabato dal protagonista mentre la sorta di “Limbo” in cui si trova è l’Antemondo, contrapposto all’Altro mondo, per non parlare della cultura animista alla base della storia della serie di Toy Story, che non viene mai citata di per sé, ma che è la linfa di tutta la serie di film, che parte dalla conditio sine qua non che dà senso all’intero svolgimento della trama: anche gli oggetti, in questo caso i giocattoli, hanno un’anima e provano sentimenti, hanno una vita che gli umani non possono percepire, che va oltre la “limitata” idea di collezionismo, tale per cui l’uomo può dimostrare affetto quasi smisurato per i giochi.

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Vogliamo forse ricordare come anche la vecchiaia, la malattia, la diversità di orientamento sessuale siano stati trattati nei prodotti più o meno noti e firmati da Pixar? Ricordate ancora le lacrime di fronte alle scene più emozionanti di Up e la prima volta che vi siete avventurati sul fondo dell’oceano prima con Nemo e poi con Dori? E se nel frattempo sembrano essere calate le voci sulla produzione di Luca, di cui però siamo stati invitati a visitare Portorosso e a viaggiare con Luca Arlines in Soul (Luca Portorosso è il nome del protagonista di Luca, che a sua volta contiene un omaggio a Porco Rosso di Hayao Miyazaki), non dimentichiamo nemmeno le pillole di saggezza snocciolate dai corti Pixar, spesso prodotti da registi e sceneggiatori di spessore, che però non avendo distribuzione sul grande schermo (almeno fin quando vi si poteva andare tranquillamente e senza restrizioni di sorta), hanno patito la ghigliottina dell’accesso e della distribuzione limitata, con un po’ di fiato donato grazie a un posto nella library di Disney Plus.

I corti Pixar, brevi ma intensi

Non solo di recente produzione, ma già sviluppati da qualche anno, uno dei primi esperimenti tra i corti Pixar è stato La Partita di Geri, a fine anni Novanta, nonché vincitore di un Oscar e in grado di raccontare la storia di un arzillo vecchietto di nome Geri, in un giorno qualunque d’autunno, che si accinge a giocare una partita a scacchi contro se stesso. Questo fu il primo cortometraggio dai tempi di Knick Knack (1989), ricordando così le origini della casa di produzione, cominciata proprio con un cortometraggio, Tin Toy, ossia l’antenato dell’immortale primo Toy Story.

Realizzato dallo studio sotto incoraggiamento di Steve JobsTin Toy vedeva un vecchio giocattolo di latta che si “sacrificava” per far divertire un bambino molto piccolo. Lo stesso Tin Toy compare, in un breve cameo, in Toy Story 4 a dimostrazione di come i camei e i riferimenti circolari alla propria produzione siano davvero cari all’industria Disney (e possiamo ben dirlo anche con la produzione Marvel in tal senso, a partire dal più recente titolo in arrivo, WandaVision).

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La restante produzione di corti non ci regala emozioni minori: lo abbiamo visto in Bao, con il racconto di come una madre riesce difficilmente a staccarsi dal proprio figlio, tanto da… “mangiarlo” per fare sì che rimanga con lei, oppure in Wind, che racconta di come un sogno bambino può giungere a compimento, ma non senza sacrifici e lasciarsi alle spalle gli affetti più cari. Una storia nata da reali esperienze di Edwin Chang, lo sceneggiatore che ci racconta che si tratta proprio di un tributo che ha voluto dedicare a sua nonna, madre rimasta single dopo la Guerra di Corea e che si prese cura del suo unico figlio, il padre di Edwin.

Questi, una volta cresciuto, riuscì ad andare negli USA per assicurarsi un certo livello di istruzione, ma lasciando sola la madre. Questo è un primo accenno al significato simbolico delle praterie inondate di sole che il bambino raggiunge in Wind, uscendo dal buio della caverna: un mondo migliore che gli è stato promesso e concesso dallo sforzo fatto da sua nonna nel preparare l’astronave, come la nonna di Edwin si era prodigata con diversi lavori pur di assicurare un futuro brillante al figlio.

Le diversità e i personaggi secondari

Non potevamo lasciare nell’ombra il sopracitato “salto oltre l’ostacolo” dettato dal lancio di Out, il corto che ha voluto esprimere la non sempre facile e lineare esperienza del coming out vissuta da tutti coloro che appartengono al popolo LGBTQ+, ossia tutte quelle persone il cui orientamento sessuale rientra nella classificazione “lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersex, assessuali e altre categorie ancora“.

Il retaggio socio-culturale di cui sono vittime queste persone, accusate di essere figlie del diavolo, di doversi vergognare e nascondere per questo loro orientamento, chiaramente da reprimere e soffocare, fino a diventare causa di deportazione al tempo del nazismo, e ancora oggi purtroppo vivo e attivo nella nostra società. Si dice spesso che le buone abitudini debbano essere insegnate, e di conseguenza apprese, sin dalla più tenera età, e The Walt Disney Company sa bene come rappresentare tutte le categorie di personaggi “diversi”. Lo fa in un prodotto breve, ma intenso dove una “vita da cane” sembra essere meglio di una potenziale “vita da cani”, in quanto il protagonista di questo corto, pur di nascondere la sua identità sessuale alla famiglia, fa di tutto fino a trasformarsi per magia nel suo cane.

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E se la comunità LGBTQ+ trova espressione in Pixar, non mancano nemmeno i comprimari nei corti, uno per tutti è proprio Forky, il simpatico personaggio introdotto nel quarto e ultimo film di Toy Story che ci insegna come anche la spazzatura abbia un cuore e che anche gli scarti non sono davvero qualcosa da eliminare. A lui è stato dedicato uno show su Disney Plus, I perché di Forkydove la forchetta ha subìto un certo progresso rispetto al suo bisogno congenito di buttarsi in un qualsiasi cestino della spazzatura in Toy Story 4.

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Ora la forchetta di plastica sta conoscendo il mondo intorno a sé, confessando agli spettatori il suo personalissimo modo di vedere e concepire la realtà a partire da ciò che vede e sente. Diventa così anche un’occasione di riflessione simpatica e tenera, regalando alcuni minuti di gioia e di simpatia. In poche parole: poca spesa, molta resa, oltre che un modo per mantenere vivo il ricordo dell’universo di Toy Story, ormai apparentemente esaurito e chiuso. A differenza di quanto accade al nostro cuore quando i nostri occhi incontrano sullo schermo un film o corto Pixar: non finisce mai di emozionarsi e aprirsi a nuove, commoventi lezioni di vita.

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