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Resident Evil: Infinite Darkness, recensione della serie Netflix

Siamo decisamente in un periodo davvero molto prolifico per il marchio Resident Evil. Appena reduce dal successo mondiale dell’ottavo episodio della saga videoludica, Village, (che potete acquistare a questo link) e con una nuova serie live action in arrivo, questo universo narrativo ha ampiamente dimostrato di essere diventato un vero e proprio fenomeno di massa. In tutto questo fervore narrativo e produttivo, a partire dal prossimo otto luglio potremo trovare, in esclusiva sulla piattaforma Netflix, una nuova mini serie a riguardo, Resident Evil: Infinite Darkness.

resident evil infinite darkness

Resident Evil: Infinite Darkness, la storia continua…

Resident Evil: Infinite Darkness si compone di soli quattro episodi, della lunghezza di circa 25 minuti ciascuno. I protagonisti principali di questa storia, ambientata nel 2006, andando quindi a posizionarsi cronologicamente tra il quarto e il quinto episodio della serie di videogames, sono gli amatissimi Leon Kennedy e Claire Redfield.

Leon è uno degli incaricati alla sicurezza del presidente Graham, al quale ha riportato sana e salva la figlia Ashley durante gli eventi di Resident Evil 4, proprio quando lo Studio Ovale diviene il bersaglio principale per un presunto attacco terroristico che, tra i vari “effetti collaterali”, ha quello di dare il via a un’infezione virale in grado di tramutare i morti in zombie. Decisamente non un incipit molto originale, in quanto gli zombie, alla luce anche dello svecchiamento generalizzato di cui hanno goduto i nuovi capitoli della saga videoludica a partire da Resident Evil 7: Biohazard, sanno davvero troppo di già visto.

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Dopo aver sventato la minaccia zombie alla Casa Bianca, il buon Leon viene assegnato a una pericolosa e delicata missione assieme a Jason e Shen Mai, agenti entrambi veterani dell’intervento statunitense in Penamstan, un fittizio paese dell’Asia Centrale dilaniato da anni di sanguinosa guerra civile, nella quale non è escluso anche un coinvolgimento del Governo Cinese.

Quello che però Leon non sospetta, e che non ci vuole molto a capire, dato l’andazzo generale della missione, è che in Penamstan, sia Jason che Shen Mai si sono ritrovati invischiati in un “incidente” che, a grandi linee, potrebbe ricordare tantissimo quello avvenuto a Raccoon City sei anni prima. Solo che, questa volta, a farne le spese sono stati anche alcuni reparti militari, il tutto, ovviamente, al fine di testare la reale efficacia di una nuova serie di BOW, Bio Organic Weapons, come da tradizione in praticamente ogni prodotto a marchio Resident Evil.

Resident Evil: Infinite Darkness

Tutto questo avviene sempre nel rispetto dei canoni tradizionali del brand, a favore di una oscura multinazionale farmaceutica, con enormi influenze sulla politica estera USA. Praticamente, niente, o quasi, di nuovo sotto il sole, se non vogliamo andare a leggere la presenza di eventuali ingerenze cinesi sulla vicenda, che potrebbero voler ricalcare in qualche modo alcuni hot topics della politica internazionale contemporanea.

Che fine ha fatto Claire?

Tristemente, in questo Resident Evil: Infinite Darkness il ruolo di Claire appare, volendo essere magnanimi, come una sorta di “aggiunta” fan service. L’eroina di Raccoon City, che assieme al già citato Leon Kennedy costituisce una delle “coppie” di personaggi più apprezzate dai fans di Resident Evil in assoluto, in questo caso ricopre il ruolo di attivista per i diritti umani e gli aiuti internazionali alle popolazioni martoriate del Penamstam. Ovviamente, per la famosissima formula dell’essere la classica “persona giusta al momento giusto“, anche la nostra Claire viene invischiata in questo bio-complotto di portata mondiale, finendo per dare, ancora una volta, una mano al buon Leon, come ai bei vecchi tempi di Resident Evil 2.

Peccato però che, per l’intera economia della trama raccontata in Resident Evil: Infinite Darkness, la figura di Claire appaia quasi come “appiccicata” a forza, senza grosso mordente, senza avere un ruolo chiave e, soprattutto, senza poi evolvere in maniera significativa, sia per il canon a cui siamo abituati, sia per eventuali (e forse non richiesti) spin off che prendono il via da questa produzione. Insomma, sembra davvero che Claire la abbiano aggiunta in maniera forzata, dato l’estremo gradimento dei fans alla sua accoppiata con Leon, sempre in memoria dei bei vecchi tempi di Raccoon City.

Sul versante prettamente tecnico, essendo una produzione interamente realizzata in Computer Graphic, non si può trovare molto da dire a questo Resident Evil: Infinite Darkness. A livello visivo, siamo di fronte a una gigantesca, immensa, cutscene di uno qualsiasi Resident Evil di ultima generazione. Con qualcosa in più a livello visivo, magari, ma durante la quale permane in desiderio, nelle parti narrate meno avvincenti, di premere il classico “tasto x per saltare la scena“. Se tecnicamente nulla può essere criticato, alla luce di questo ultimo punto però, comincia ad andarne, seriamente, del coinvolgimento e di quello che offre in definitiva la storia: poco o nulla.

La trama di Resident Evil: Infinite Darkness, di per se non sarebbe neppure male ma, come già detto, è troppo stereotipata e con una regia veramente da cut scene di videogioco. Funzionerebbe alla grande se durasse, per dire, un quarto d’ora, ma su venticinque minuti di episodio, le cose deragliano abbastanza, portando facilmente alla noia e spesso pure alla confusione. Perché Claire è lì? E perché quel determinato personaggio sa determinate cose? Insomma, si poteva fare davvero molto di più.

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A tutto questo, aggiungiamo anche che Resident Evil: Infinite Darkness ha molte meno scene di azione di quante vi possiate immaginare da un prodotto a marchio Resident Evil e, questo gravissimo, ancora meno scene prettamente horror. Queste ultime poi, davvero ridotte all’osso, meno del minimo sindacale. Una cosa che, sicuramente, non verrà apprezzata da nessun fan di vecchia data che si possa definire tale.

Conclusioni

Resident Evil: Infinite Darkness è risultata una occasione sprecata. Se da un lato poteva essere un pretesto intelligente per espandere la già ricca lore dell’universo Resident Evil, dando magari lo spunto per eventuali futuri spin off, dall’altro, complice la realizzazione apparentemente frettolosa e una storia assolutamente non geniale, per quanto godibile in fondo. Da vedere, prendendolo per quello che in realtà è, senza nessuna aspettativa particolare. Fortunatamente, viene via, tutta la serie, in poco più di due ore. Speriamo che la prossima serie live action di Resident Evil non segua lo stesso registro.