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Robot dall’alba dei tempi

Il robot è un simbolo di modernità e di fantascienza, ma in verità la sua natura è antica

Retrocult cover

Nota del curatore: tra i dibattiti più interessanti che ho affrontato negli ultimi anni c’è quello sul significato della parola robot. Non sull’origine della parola, che dobbiamo naturalmente a Karel Čapek e alla sua opera Rossumovi univerzální roboti.

Si è discusso in effetti su cosa sia un robot oggi, e in particolare sul fatto che per parlare di un robot ci debba essere oppure no un corpo meccanico. La risposta è no, e basta un qualsiasi bot su Twitter per dimostrarlo. Ovviamente bisogna sapere che bot è appunto l’abbreviazione di robot, ma per la maggior parte di noi è un fatto abbastanza facile da capire.

Dunque, all’alba del XXI secolo il robot ha perso il suo corpo, o se non altro lo sta perdendo. La sua natura è però la stessa che ci racconta oggi Silvia Milani. Il risultato di uno sforzo mimetico, che nasce come pura narrazione e mito, diventa a un certo punto narrativa Fantastica (e quindi oggetto prediletto di Retrocult), e in tempi recenti anche invenzione e risorsa tecnica.

Ed è affascinante rilevare ancora il continuo inseguirsi di fantasia e realtà (qualsiasi sia la vostra definizione di reale ovviamente), e come topoi quali la mimesi e lo specchio, madre e padre del labirinto perfetto, siano alla radice tanto della grande letteratura quanto della raffinata invenzione scientifica.

Buona lettura e alla settimana prossima.

Valerio Porcu

Se osservato con attenzione, il rapporto uomini-robot ha inizio in un’età molto più remota di quella che il senso comune ci suggerisce, perciò allarghiamo il nostro spazio di riflessione e cominciamo a considerare i graffiti e le pitture rupestri del Paleolitico –il periodo della preistoria in cui ci si imbatte in un primo sviluppo dell’umanità e della tecnologia. Qui troviamo anche i primi segni di un desiderio di riproduzione artificiale del mondo.

Immagine: depositphotos
Robot politico con giornalisti

Eccoci dunque su un cammino che parte dal graffito bidimensionale e arriva in un laboratorio di meccatronica, in cui si realizzano circuiti e meccanismi che realizzano funzioni umane, animali e vegetali. In mezzo ci sono millenni, riempiti con una quantità sconfinata e sistematizzata di conoscenze acquisite.

A percorrere tale cammino è l’Uomo, che oggi possiamo definire come come l’essere vivente che pensa e agisce allo scopo di riprodurre se stesso, non soltanto secondo quella via che gli è biologicamente propria in termini di specie, ma anche in affinità con un secondo “istinto”, che potremmo definire tecnologico.

Sebbene molti li considerino delle assolute novità scientifiche, con un’analisi più approfondita i robot non sono affatto invenzioni recenti. Le incisioni rupestri e le tecnologie più avanzate sembrano mostrare che la specie sapiens, a partire da un certo momento della sua evoluzione, ha cominciato, e non ha mai più smesso, di pensare, rappresentare e costruire omologhi di sé e del proprio ambiente.

A nostra immagine e somiglianza

Punte di ferro, microtransistor, inchiostro, DNA artificiale, byte e polietilene, sono solo alcuni degli strumenti di una seconda via riproduttiva che vediamo realizzarsi oggi in modo esponenziale. E se dobbiamo affondare le nostre speculazioni dentro gli studi degli antropologi per risalire alle cornici culturali di questa innata propensione –anche se l’argomento meriterebbe una ben più approfondita esposizione– possiamo scomodare le storie di quegli dei che compaiono nei miti di fondazione di civiltà anche molto lontane tra loro, intenti a plasmare uomini dal limo o dalle costole.

Letture consigliate

  • Omero, L’Iliade (Amazon)
  • Adriano Virgili, Tommaso d’Aquino spiegato a mio cugino (Amazon)
  • Karel Čapek, R.U.R. Rossum’s Universal Robots (Amazon)
  • Mary Shelley, Frankenstein (Amazon)
  • Silvia Milani, Universal Robots – La civiltà delle macchine (Amazon)

Prima di essere progettati negli odierni laboratori, androidi e robot umanoidi hanno popolano l’immaginario mitologico, sacro e letterario: basti pensare alle ancelle d’oro di Efesto, “simili a giovinette vive”, che compaiono nel libro XVIII dell’Iliade; a Talos (Τάλως), il possente automa di bronzo che Minosse pone a guardia di Creta; all’androide di metallo, legno e cuoio di Alberto Magno (non per caso il santo protettore degli scienziati) che in seguito, secondo la tradizione, fu distrutto da Tommaso D’Aquino. Si pensi inoltre al golem di Rabbi Loew, la leggenda del famiglio di fango creato per i lavori domestici, o all’homunculus di Paracelso, l’essere ottenuto in provetta per mezzo di un singolare processo alchemico.

Desiderio robotico

Tuttavia è nella letteratura del XIX secolo che una vera folla di androidi fa il suo ingresso nell’immaginario dell’Occidente, inaugurando quella frangia narrativa definita da alcuni critici proto-fantascienza: i racconti di E.T.A. Hoffmann sono popolati di sinistre figure a orologeria dai tratti umani e la creatura artificiale di Frankenstein reagisce male alla ritrosia del suo inventore.

Verso la fine del secolo la ginoide Hadaly viene descritta da Villiers de L’Isle-Adam come l’amante perfetta, gli omuncoli-calzolai di Ippolito Nievo diventano killer per eliminare scomodi soci d’affari e L’uomo a vapore delle praterie (The steam man of the prairies) segna il passaggio della SF nella dime novel popolare americana. Tutti abbiamo ancora sotto gli occhi i risultati di questa diffusione di massa: i romanzi di Isaac Asimov, Terminator, la saga di Guerre Stellari, solo per citarne alcuni.

Immagine: depositphotos
Robot

Prima di essere costruiti i robot sono stati a lungo desiderati, e questo desiderio ha causato il loro passaggio al mondo reale dal regno dell’immaginario. Che siano di legno, metallo (come l’automa cavaliere di Leonardo) o di materiali nanostrutturati, come iCub, il gioiello dell’IIT di Genova, ha poca importanza: nella specie sapiens la forza di una visione sembra essere più potente di qualsiasi limite spaziotemporale.

Oggi tutto intorno a noi parla di robot. Partendo dalla letteratura o dal mito che li ha concepiti, fino alle loro più recenti e sofisticate declinazioni tecnologiche, e descrivendo una creatura unica nel suo genere, la via tecnologica della riproduzione umana è quanto mai in espansione.

“Qualsiasi tentativo che potete fare per produrre una macchina che funzioni come un essere umano deve cominciare con una conoscenza dell’essere umano”, scriveva in The Buddha in the robot Masahiro Mori (1974). Un’opera fondamentale e splendida che non ha mai conosciuto una traduzione italiana. Parole sagge nella loro semplicità, ma che chiariscono bene un concetto noto a tutti quelli che lavorano nella robotica, e cioè che conoscenza e creazione sono in fondo le due facce di una stessa medaglia.

Se il robot è stato un sogno capace di oltrepassare la soglia tra fantasia e realtà in forme sempre nuove e prodigiose, esso avanza oggi portando con sé le antiche problematiche dell’eterno conflitto tra creatura e creatore: ci si imbatte in narrazioni mitologiche, letterarie e cinematografiche abitate da diabolici inventori, da cibernetici filantropi, da instancabili operai-assassini e da manichini sbattuti sulle prime pagine delle cronache rosa. Si osservano i robot del cinema, della TV e della letteratura ripresi e raccontati da sorprendenti prospettive, per accorgersi alla fine che ciò che incarnano questi favolosi analoghi dell’uomo, non sono altro che i vizi e le virtù dei loro stessi, inquieti, creatori.

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Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico. C’è un’opera del passato che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

Retrocult torna la settimana prossima!