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Cinema e Serie TV

Sick Note, cosa succede quando la comicità supera i limiti imposti dal costume?

Sick Note è una serie black comedy britannica che prende un'idea forte e dissacratoria, ma preferisce non svilupparla a fondo per fornire umorismo facile e talvolta di cattivo gusto.

La comicità, per quanto tagliente e spinta possa essere, ha dei limiti abbastanza precisi da rispettare per non cadere nel cattivo gusto e andare incontro alle ire degli spettatori. Siamo in un periodo storico in cui comporre una battuta è come camminare su un campo minato e rischi sempre di far esplodere uno scandalo ad ogni passo. In un marasma di prodotti audiovisivi politically correct  provenienti dagli Stati Uniti, ci pensano quei folli dei loro cugini britannici a rispondere con titoli altrettanto folli e sconsiderati, come ben dimostra questo Sick Note.

La black comedy creata da Nat Saunders e James Serafinowicz parte dalla rottura di uno quei limiti invalicabili da quasi ogni comico o autore: trattare in modo dissacrante le malattie terminali. Daniel (Rupert Grint, il cresciuto Ron Weasley di Harry Potter) è un fannullone perdigiorno odiato da tutti a cui viene erroneamente diagnosticato un tumore da un maldestro dottore (un barbuto Nick Frost) con cui è costretto a stringere un’alleanza in seguito per salvare le loro facce dall’opinione di amici, famiglia e lavoro.

L’argomento preso di mira è certamente spinoso da trattare, vista la sua vicinanza a praticamente chiunque e il carico emotivo che esso porta non solo sui malati, ma anche sulle persone a loro vicine (NdA: anche per chi scrive, che ammette un’iniziale fastidio) ma Sick Note compie un’operazione narrativa particolare e per certi versi di convenienza: lo abbandona sotto una valanga di battute cattive dal ritmo incalzante.

L’idea della finta malattia è un espediente degli autori per mettere in scena un teatrino dissacrante sul finto perbenismo che permea la nostra società, mostrato nel cambio di atteggiamento di tutte le conoscenze del protagonista, che dopo la finta diagnosi lo trattano con i guanti. Molti lo fanno per convenienza – l’ex fidanzata Becca per non essere giudicata – altri per tornaconto personale – l’azienda assicurativa in cui lavora Daniel – ma la base di questa critica squisitamente british rimane la stessa, specialmente quando vengono fuori tutti i segreti e i tradimenti che si consumavano alle spalle del malcapitato protagonista.

Nell’arco delle due stagioni in puntate da 20 minuti presenti su Netflix non vi annoierete mai, ma neanche verrete coinvolti al cento per cento. La sceneggiatura dopo aver scagliato la prima (controversa) pietra nasconde velocemente la mano, preferendo puntare a situazioni comiche esponenzialmente più assurde e demenziali dagli esiti tragicomici, ma l’offerta della serie si esaurisce qui. I personaggi si rivelano quasi tutti delle macchiette stereotipate, non c’è alcun tipo di approfondimento – come ha fatto il personaggio di Frost ad avere la licenza medica, in primo luogo? – e più si avanza più entrano in scena personaggi assurdi e demenziali, come una Lindsey Lohan miliardaria fissata nell’accudire gorilla, cosa che assottiglia ancora di più l’incredulità dello spettatore, che arriva alla fine della seconda stagione quasi dimenticandosi che il fulcro della storia è questa improbabile frode di cattivo gusto.

L’intenzione degli autori è sempre quella di inibire il giudizio dello spettatore con intrattenimento facile ed efficace da seguire, ma senza mai portare una reale riflessione sui punti critici che hanno messo in risalto, e francamente mi sembra un’occasione persa per la scrittura comica per approfondire un argomento a cui tutti siamo un po’ sensibili. Ricky Gervais, un comico inglese molto più esplicito e brutalmente onesto, disse una volta in radio “L’umorismo serve a farci superare le cose brutte”, e l’umorismo di Sick Note oltre a fare sorridere per qualche situazione azzeccata, non lascia molto altro.

Se volete recuperare una black comedy britannica che funziona perfettamente, non potete perdervi Shaun of the Dead, tradotto da noi con l’avvilente titolo L’alba dei morti dementi.