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Star Trek: The Motion Picture, la saga di Roddenberry conquista i cinema

Sul finire degli anni ’70, la fantascienza cinematografica iniziò un’autentica rivoluzione, un rinnovamento che consentì agli spettatori di godere di una concezione della sci-fi fino a quel momento mai ipotizzato. In una manciata di anni, le sale cinematografiche ospitarono film come Star Wars, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e Battlestar Galactica, ma a questo rinascimento della fantascienza cinematografica non poteva certo lasciare indifferente uno dei principali universi sci-fi: Star Trek. Era quindi scritto nel destino della saga creata da Gene Roddenberry che si passasse dal piccolo schermo alla sala cinematografica, come avvenne il 7 dicembre 1979, quando i cinema americano proiettarono Star Trek: The Motion Picture. E come recitava il promo L’avventura umana è appena cominciata!

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Per quanto sia innegabile che questa nuova vita della sci-fi cinematografica sia una conseguenza dell’incredibile successo del primo episodio di Star Wars, Una Nuova Speranza, l’idea di portare Star Trek al cinema era frutto di un lungo processo, conseguenza del successo ‘tardivo’ della serie originale. Una volta chiusa l’avventura televisiva di Star Trek alla terza stagione, complice un calo degli ascolti, la serie ebbe una seconda vita quando iniziò una lunga sequela di repliche su vari circuiti televisivi americani, dando vit aa quello che divenne la reale base del successo di Star Trek.

Dal piccolo schermo al cinema

La prima idea di un film di Star Trek era già venuta a Roddenberry nel 1968, quando aveva presentato alla Paramount il progetto di realizzare una pellicola ambientata prima della serie televisiva, in cui venisse raccontato come l’equipaggio dell’Enterprise si conobbe e prese servizio assieme. Questa ipotesi non prese vita sino al 1975, quando la Paramount, dopo aver visto il crescente interesse per Star Trek decise di lanciarsi in questa impresa.

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La prima bozza di sceneggiatura, The God Thing, prevedeva che l’Ammiraglio Kirk rimettesse assieme il suo vecchio equipaggio per guidare una Enterprise rimodernata, con il compito di fermare un’entità semidivina in rotta verso la Terra. Questa si rivelò infine una sorta di computer super-evoluto, una reliquia di un’antica civiltà esiliata da questa dimensione e pronta a riprenderne il controllo. Ovviamente, Kirk e il suo equipaggio salvavano la galassia.

Paramount, nonostante l’ottimismo di Roddenberry, respinse questa sceneggiatura nell’estate del 1975, continuando però a seguire l’idea di realizzare un film su Star Trek. Motivo per cui si contattarono alcuni dei più accreditati scrittori di fantascienza del periodo, come Sturgeon, Bradbury e Ellison. Le idee si susseguirono, ma questi continui ritardi iniziarono a preoccupare gli attori del cast originale della serie che cominciarono a perdere interesse e si avventurarono in altri progetti. Questi distacchi convinsero la Paramount che forse Star Trek era destinata a rimanere nel contesto televisivo, dove era esploso il suo successo, sperando che gli sceneggiatori riuscissero a trovare un’idea convincente.

Roddenberry, però, rimaneva convinto che il futuro di Star Trek fosse al cinema, ma soprattutto non voleva che la major sottovalutasse la fama del franchise. Non va dimenticato che proprio in quel periodo era nata una petizione dei fan affinché il primo shuttle della NASA, il Constitution, venisse ribattezzato Enterprise, un desiderio che si concretizzò il 17 settembre 1976, quando l’equipaggio originale e Roddenberry presenziarono al varo dello shuttle Enterprise.

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Pochi giorni dopo, venne presentata una sceneggiatura, Planet of the Titans, che convinse i produttori esecutivi. L’idea che l’equipaggio viaggiasse indietro nel tempo e insegnasse agli uomini primitivi l’uso del fuoco fu considerata vincente e si dette il via ai lavori. Per realizzare gli artwork venne assunto Raph McQuarrie, che aveva appena terminato il suo ingaggio per quello che sarebbe divenuto Star Wars; fu lui a realizzare pianeti e basi spaziali, oltre al nuovo design dell’Enterprise, affiancato dal designer Ken Adams. Peccato che questo progetto non vide la luce e il loro lavoro venne archiviato, venendo usato solo parzialmente in altre produzioni.

Da Star Trek: Phase II a Star Trek: The Motion Picture

Nuovamente convinti che realizzare un film fosse impossibile, in Paramount si decise di riportare Star Trek all’ambito televisivo. L’idea fu quella di realizzare una nuova serie che fosse un lancio per un nuovo canale televisivo, una necessità da cui nacque Star Trek: Phase II.

Alcuni membri del cast originale, però, non vollero tornare, in primis Leonard Nimoy, alias Spock. Per sopperire alla mancanza di un membro essenziale dell’equipaggio originale, venne creato l’ufficiale scientifico Xon, che sarebbe stato il secondo ufficiale del comandante William Decker. Per la sceneggiatura venne chiamato Alan Dean Foster, che scrisse la trama dell’episodio pilota, In Thy Image, basandosi su un’idea di Roddenberry: una vecchia sonda spaziale che tornava sulla Terra.

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Il progetto convinse tutti, ma pochi giorni prima dell’inizio della lavorazione, Paramount fermò la futura serie televisiva, in favore di un film. Una decisione che fu dettata dal successo di Star Wars, uscito da poco al cinema, che convinse la major a rischiare una produzione impegnativa, tanto che la conferenza stampa con cui venne annunciata fu un evento incredibile.  Una decisione, comunque, presa sull’onda del momento, stando a quanto svelò nel 2009 l’art director di Star Trek: Phase II, Joe Jennings:

“Eravamo a poco meno di due settimane dall’inizio delle riprese di una nuova serie, e qualcuno disse ‘Ehi, facciamo un film!’. Come se si trattasse di un qualcosa di totalmente diverso. Ma hanno sempre guardato a noi della televisione in questo modo, come se non facessimo un qualcosa di importante rispetto alle loro produzioni”

La regia del film venne affidata a Robert Wise, che ebbe il vantaggio di poter aver anche Spock, considerato che l’arrivo al cinema convinse Nimoy a tornare a bordo dell’Enterprise. Per inserire nuovamente il vulcaniano nella storia, venne richiesto a Dennis Clarke di correggere la trama del film, ma quando non si trovò un accordo con la produzione, al produttore Harold Livingston venne affidato il compito di riscrivere la sceneggiatura per coinvolgere Spock. Un’impresa non certo facile, come ricorda lo stesso Livingston:

“Avevamo un fantastico antagonista, così onnipotente da poterci sconfiggere e con cui non si poteva comunicare, o avere alcun tipo di contatto, il che rendeva il concept del film complesso. Qui c’è un macchinario tecnologicamente avanzato rispetto a noi di un milione di anni. Ora, come accidenti possiamo interagire con esso? Su quali basi? Come si sviluppava la storia, tutto ciò su cui lavoravamo sembrava non aver senso. Come potevamo risolverlo? Sperimentammo diverse tipologie di approccio alla storia, anche se non sapevamo dove saremmo andati a finire. Finivamo sempre contro un muro!”

Una complicazione che rese necessarie continue revisioni, tanto che per parecchio tempo agli attori venne chiesto di non imparare l’ultima parte della sceneggiatura.  Fu una fortuna, perché alcuni attori, in mancanza di indicazioni precise, proposero correzioni che mantenessero la continuity con quanto raccontato dell’equipaggio durante la serie degli anni ’60.

Gran parte della riscrittura della trama fu una conseguenza del ritorno di Nimoy, dato che fu necessario inserire nuove dinamiche tra Spock e Kirk, oltre a costruire la relazione tra Deckard e Ilia. Nonostante questo, continuava a mancare un finale, visto che gli sceneggiatori non erano in grado di arrivare a una conclusione sensata. A salvarli fu però un’intervista del direttore della NASA Robert Jastrow, che nel settembre 1978 sostenne che era possibile, nel futuro, assistere alla comparsa di forme di vita meccaniche. Per gli sceneggiatori fu una rivelazione, che consentì loro di dare a Star Trek: The Motion Picture un finale in linea con la storia.

Creare nuove lingue: Qaplà!

Dare vita a Star Trek: The Motion Pictures fu un’impresa non indifferente, considerato che si intendeva dare una visione più profonda dell’universo futuro. Se l’aspetto tecnologico era al centro della costruzione di questo film, non meno centrale fu la definizione di un altro tratto divenuto poi focale in Star Trek: le lingue aliene.

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Per Star Trek: The Motion Pictures si rese necessario dare vita a due linguaggi alieni, il Klingon e il Vulcaniano. In questo film, infatti, per la prima volta si sente un ufficiale Klingon (interpretato dal veterano Mark Lenard, il futuro Sarek) parlare nella sua lingua natia, mentre durante il rituale del kohlinar per la prima volta viene parlato il vulcaniano in modo fluente e su argomento specifico, passaggio centrale nel dare corpo a questa lingua aliena.

Roddenberry voleva dare credibilità a questi linguaggi, soprattutto il Klingon, motivo per cui assunse un linguista esperto in dialetti dalla University of California, Hartman Scharfe. Gli esiti però non furono quelli sperati, come raccontò in seguito James Doohan, l’interprete dell’indimenticabile Montgomery ‘Scotty’ Scott:

“Roddenberry non apprezzò quello che lo studioso aveva realizzato. Così gli dissi ‘Ok, te lo sistemo dopo pranzo’, e realizzai qualcosa di simile al mongolo”

Questa origine goliardica del Klingon trova riscontro anche nelle parole del produttore Jon Povilli:

“Quando passammo dalla TV al cinema, decidemmo che i Klingon non avrebbero parlato in inglese, quindi chiedemmo al nostro linguista, Scharfe, di creare una lingua klingon. Anche se ci diede ottimi risultati con il vulcaniano, il suo klingon non risultò sufficientemente alieno. Hartmut era di origini indiane, e utilizzò un mix di sanscrito e tedesco, aveva un qualcosa di riconoscibile e quindi non serviva ai nostri scopi. Jimmy Doohan era sempre stato bravo con i dialetti e le lingue, si offrì di aiutarci. Dopo che Hartmut aveva passato un sacco di tempo usando un approccio razionale, Jimmy si sedette e in un giorno fece tutto. Creammo il klingon unendo alcune delle idee di Hartmut e aggiungemmo quello che ci piaceva del lavoro di Jimmy: unimmo sillabe apparentemente senza senso, inserimmo nuovi suoni gutturali, sibili e grugniti. Jimmy lo insegnò realmente a Mark Lenard e gli altri giusto prima di girare quella scena”

Doohan era un esperto di dialetti, e il suo apporto piacque a Roddenberry, che rese l’impostazione di Doohan, ossia limitare al minimo indispensabile le vocali, la base del Klingon. Considerati i brevi tempi di lavorazione per Star Trek: The Motion Pictures, vennero inserite solo alcune esclamazioni, si dovette attendere Star Trek III: Alla ricerca di Spock prima che i figli di Qono’S avessero una lingua completa, grazie all’intervento del linguista Marc Okrand.

Contrariamente a quanto accaduto per il Kligon, il lavoro del linguista Hartmut Scharfe per il vulcaniano venne approvato e fu integrato nella versione finale del film, come ricorda Povilli:

“I maestri Vulcaniani furono ripresi e registrati in inglese. In seguito, decidemmo che non ci sembrava corretto il modo in cui suonavano in inglese. Fu un’idea di Gene quella di cercare di trovare altre parole che potessero in sincrono con il labbiale in inglese, e qui spuntò l’intuizione sulla lingua vulcaniana. Assumemmo questo professore della UCLA, Hartmut Scharfe, e lui costruì in modo ottimo il vulcaniano. Credo che lui stesso abbia doppiato uno dei vulcaniani.”

 La nuova Enterprise e V’ger

Durante la creazione di Star Trek: Phase II, si era lavorato per dare un nuovo look all’Enterprise. Il designer originale, Matt Jeffries, aveva creato quindi un refit dell’astronave che comprendeva una sezione a disco più ampia, oltre a una nuova forma più squadrata per le gondole di curvatura. Anche quando si passò al contesto cinematografico, il lavoro di Jeffries venne difeso da Roddenberry, che si oppose alla volontà di ridisegnare da capo l’Enterprise.

Una decisione che si dimostrò vincente, considerato come una delle scene più emozionanti di Star Trek: The Motion Picture è il momento in cui Kirk arriva a bordo di una navetta a bordo della nuova Enterprise.

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Una delle ipotesi teorizzate per l’Enterprise era quella di mostrare la separazione della sezione a disco, che Roddenberry avrebbe già voluto mostrare nella serie televisiva, ma la cui dispendiosa realizzazione aveva reso impossibile realizzare il sogno di Roddenberry.

L’uscita del film di Star Trek, sostenuto da un budget sostanzioso, poteva però esser l’occasione giusta per mostrare questo dettaglio dell’Enterprise. L’illustratore Andrew Probert realizzò dei disegni preparatori del distacco della sezione a disco, che sarebbe dovuto avvenire in uno dei tanti ipotizzati finali, per aggiungere un tocco drammatico alla storia. Questa possibilità fu così a lungo considerata che alcuni dei giocattoli legati al merchandise del film consentivano di separare la sezione a disco dal resto dell’Enterprise.

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Nel film non venne infine contemplata questa possibilità, che si concretizzò per la prima volta sul piccolo schermo in Incontro a Fairpoint, il primo episodio di Star Trek: The Next Generation.

Creare V’ger, la sonda aliena che minaccia la Terra, si rivelò più complesso. Non contenti delle prime proposte, si chiamò in causa Syd Mead, designer industriale che negli anni a venire avrebbe contribuito a creare la visione urbana di Blade Runner. Mead realizzò un concept in cui erano presenti elementi organici su richiesta di Wise e Roddenberry, tenendo sempre presenti i liti degli effetti speciali dell’epoca.

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La base su cui l’intera struttura aliena si sviluppava era la sonda Voyager 6, e la sua riproduzione all’interno del vascello alieno è in realtà un mock up reale delle sonde Voyager 1 e 2 dei Jet Propulsion Laboratories della NASA. Il direttore dei JPL, John Casani, concordò il prestito delle due riproduzioni nell’ottobre 1977, pochi mesi del lancio della vera Voyager 6, come ricorda il produttore Robert Goodwin

“Dopo le nostre conversazioni con John Casani ai Jet Propulsione Laboratories, JPL ci concesse il prestito del mock up delle Voyager, per utilizzarlo all’interno della nave aliena. Joe Jennings e Matt Jeffries parteciparono a un briefing dei JPL sulla Voyager e presero misure per poterla inserire all’interno del nostro set”

Una fantascienza molto scientifica

Quando si parla di Star Trek, spesso si evidenzia il suo stretto rapporto con una tecnologia futuribile. Per Star Trek: The Motion Picture questa sua caratteristica venne resa grazie all’imposizione di Roddenberry che ogni dettaglio scientifico mostrato in Star Trek si basasse su teorie e sperimentazioni scientifiche. A dare manforte alla produzione di Star Trek: The Motion Picture non ci furono solo i JPL della NASA ma anche una serie di consulenti scientifici, come astronauti e scrittori di fantascienza, tra cui Isaac Asimov.

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Ovviamente, la parte più consistente della consulenza scientifica venne dalla NASA, che designò come consulente un proprio dipendente, Jesco von Puttkamer, che incidentalmente era anche un grande fan della serie. Amico di lunga data di Roddenberry, von Puttkamer revisionò ogni aspetto della trama e diede fondamentali consigli alla produzione, il tutto gratuitamente. Come ricordò anni dopo lo stesso von Puttkamer

“I film di fantascienza, compresi quelli del recente passato, sono stati incredibilmente privi di buoni consigli scientifici. Star Wars non è realmente fantascienza. Lo adoro, ma è una storia di principesse e cavalieri ambientata in un’altra galassia. La tecnologia è improbabile, la scienza impossibile.”

Un’osservazione che sposava in pieno la concezione di Roddenberry, il quale dovette scontrarsi con la produzione quando propose nel finale il concetto di una macchina senziente. I produttori esecutivi allora scelsero di consultare una personalità che sulle intelligenza artificiali aveva costruito la propria notorietà: Isaac Asimov. Lo scrittore venne investito di un ruolo non indifferente: se leggendo la trama avesse considerato che il modo in cui veniva presentato V’Ger fosse stato plausibile, allora Roddenbrerry avrebbe avuto il finale che desiderava. Dopo la lettura, Asimov disse di avere adorato il modo in cui era stato concepito V’Ger, e mosse una sola osservazione: anziché parlare di wormhole sarebbe stato meglio introdurre il concetto di tunnel spaziotemporali.

La visione del futuro

Durante la produzione di Star Trek: The Motion Picture emersero alcuni problemi con uno degli elementi essenziali di un film di fantascienza: gli effetti speciali. A peggiorare la situazione arrivò l’uscita di Star Wars, che, con lo strabiliante lavoro di Lucas e dei suoi tecnici, aveva ulteriormente alzato il livello di qualità richiesto a un blockbuster cinematografico.

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Previsto nei cinema per il Natale del 1979, il film di Star Trek sul fronte degli effetti speciali era mostruosamente in ritardo, nonostante l’editor Todd Ramsay continuasse a tranquillizzare Roddenberry, che insisteva nel mandargli consigli e richieste per rendere il suo film ancora più stupefacente. Motivo per cui, per far fronte a tempistiche estremamente ridotte, si decise di avvalersi di una garanzia del settore: Douglas Trumbull.

Collaboratore di Kubrick, Trumbull era un nome quotato dell’ambiente, ma inizialmente declinò l’offerta in quanto occupato nella produzione di Incontri ravvicinati del terzo tipo. L’iniziale rifiuto di Trumbull mise in crisi la Paramount, che ripiegò su un altro specialista quotato, John Dykstra, anch’egli impegnato altrove, costringendo la major ad avvalersi della Robert Abel and Associates, che erano stati già assunti per la lavorazione di Star Trek: Phase II.

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Ovviamente, passando da una serie a un film i costi e le tempistiche mutarono notevolmente. La Abel non era in grado di tenere quel ritmo, e l’aumento del budget richiesto per completare il lavoro spinse Roddenberry a fermare tutto per una necessaria revisione dei costi. In supporto venne l’artista Richard Yurich, che si fece carico di realizzare e colorare le miniature, ma a metà del 1979 era evidente che Star Trek: The Motion Picture non sarebbe mai stato completato per tempo.

Fortuna volle che Trumbull terminò i precedenti impegni in tempo utile per essere coinvolto nella realizzazione degli effetti speciali di Star Trek: The Motion Picture. Il suo apporto fu fondamentale e la sua esperienza è più che evidente in una delle scene chiave del film: l’arrivo di Kirk e Scotty sull’Enterprise.

Un momento che Trumbull come una delle parti più intense del suo lavoro in questo film:

“Volevo che fosse una sequenza bellissima, epica, spettacolare, senza dialoghi, storia e trama, tutto si ferma e si consente agli spettatori solo di ammirare l’Enterprise. Volevo che tutti si sentissero pienamente nello spazio, che assaporassero la bellezza di questa missione e lo splendore dell’Enterprise stessa, e che tutti si levassero di mezzo e lasciassero che avvenisse la magia, che è un trucco che appresi da Kubirck lavorando a 2001: Odissea nello spazio: smetti per un attimo di parlare, e lascia che tutto scorra”

Completato il lavoro sugli effetti speciali, si doveva curare un ultimo aspetto: la colonna sonora.

Cantare le imprese dell’Enterprise

Quando Roddenberry aveva realizzato la sua serie televisiva, per l’episodio pilota The Cage avrebbe voluto come compositore Jerry Goldsmith, il quale non era però disponibile. Ma Goldsmith era destinato a lavorare su Star Trek, tanto che compose in seguito tutte le colonne sonore per diversi film della saga, tra cui Star Trek: The Motion Picture.

Quando il film venne messo in cantiere, la Paramount propose a Wise di avere come compositore della colonna sonora Goldsmith, entusiasmando il regista, che ha sempre considerato la sua collaborazione con Goldsmith come una delle più emozionanti della sua carriera.

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Per realizzare le musiche del film, Goldsmith non nascose di essersi lasciato influenzare dalla colonna sonora di Star Wars, che lo avevano aiutato a comprendere quale fosse lo spirito per comporre le aire per questa pellicola:

“Se ci fermiamo a riflettere, lo spazio è un pensiero estremamente romantico. Per me, è come dire siamo nel vecchio West, si parla di esplorazione e di una nuova vita. Sono le premesse basilari di Star Trek.”

Un’ispirazione che gli consentì di prendere spunto dalle musiche originali di Alexander Courage e rielaborarle, creando quelle che sarebbero divenute le note più riconoscibili di Star Trek: l’Enterprise theme, suonata durante la celebre scena del bacino spaziale, e Klingon Battle, che negli anni a venire venne più volte riarrangiato per introdurre le scene di battaglia che coinvolgessero i Klingon.

A Goldsmith si deve anche Ilia’s Theme, utilizzata come overture della pellicola.

L’eredità di Star Trek: The Motion Picture

Star Trek: The Motion Picture segnò il ritorno della saga di Roddenberry, in una veste nuova e più moderna. Se ai tempi della serie televisiva l’impatto di Star Trek fu più evidente, da un punto di vista sociale e di innovazione narrativa, il film non ebbe lo stesso esito, complice l’uscita della storica rivale, Star Wars, e una maggior consapevolezza del pubblico in termini di racconti fantascientifici.

Il film fu però accolto in modo positivo da stampa e fan, un esito che consentì di dare vita a una serie di pellicole che continuò a raccontare le avventure dell’equipaggio dell’Enterprise. È a partire da questo primo capitolo che si assistette a una maggior definizione di questo contesto narrativo, grazie alla presenza di approfondimenti su aspetti precedentemente mai analizzati nella serie, come il rituale vulcaniano del kolinhar.

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Star Trek: The Motion Picture, da questo punto di vista, fu la fortuna del franchise, considerato come il suo successo spinse Paramount a vedere in questo prodotto un rivale temibile per Star Wars, al punto da far uscire un film di Star Trek con una frequenza invidiabile, il cui successo consentì di dare vita ad altre serie, in primis The Next Generation.

Ancora una volta, Star Trek ci stava guidando dove nessuno era mai giunto prima.

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