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Sucker Punch, i 10 anni dall’uscita del film folle di Zack Snyder

Se c’è una cosa che l’operazione Justice League ha fatto divinamente è stato riportare l’attenzione su un regista capace di creare opere visivamente folli come solo un film come Sucker Punch sa esserlo. Stiamo parlando, ovviamente, di Zack Snyder. La scena ora è tutta dedicata alla nuova (vecchia) veste concessa ai suoi supereroi, grazie alla prossima pubblicazione della tanto vociferata Snyder’s Cut, in uscita in contemporanea mondiale il 18 marzo. Abbiamo citato Sucker Punch non a sproposito. Da quel titolo pieno di ragazze in abiti ammiccanti e katane (un po’ sopra le righe addirittura per i suoi standard) il ragazzo di strada ne ha fatta. Una strada un po’ dissestata, però. Sucker Punch è stato infatti l’ultimo progetto sganciato dall’universo DC, un viaggio che non si può certo definire dei più idilliaci. Scopriamo insieme di più di questo film che festeggia il 25 marzo ben dieci anni dalla sua uscita.

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Sucker Punch, le aspettative sul cinecomic

Nonostante i due (e mezzo) progetti a firma del regista, il suo sbarco nel mondo DC (che assieme alla produzione di Christopher Nolan doveva garantire una visione cinematografica sicura) non si può certo dire che abbia rispettato le altissime attese che il suo nome altisonante aveva generato. Le aspettative erano più che giustificate. Snyder è stato uno dei registi più eclettici della prima decade del nuovo millennio, un escalation incredibile partita dal 2004. Mentre tutti ancora si arrabattavano per capire come creare cinecomic degni di questo nome, il regista di Green Bay creava già film tratti da opere fumettistiche complesse; le produzioni erano in grado di guardare ben oltre i limiti che fino a quel momento si erano instaurati in quel genere di pellicole (Watchman; 300).

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Destreggiandosi nei meandri della multimedialità, pochi registi come lui sono riusciti ad afferrare in anticipo il bisogno di un certo tipo di pubblico, che godeva delle contaminazioni tra diversi media a cui sentiva di appartenere in maniera indistinta, cinema, fumetti, videogiochi. E proprio Sucker Punch, il suo ultimo film extra DC, è l’opera che della contaminazione fa la sua arma letale. La summa del cinema di Snyder, incompresa esattamente quanto il regista stesso. Incredibilmente preziosa e degna di essere riscoperta.

ATTENZIONE: Quanto segue contiene una serie di spoiler sul film

La miglior difesa è l’attacco…commerciale

La prima domanda che viene in mente durante la visione di Sucker Punch è sicuramente una, ed è: come avrà fatto Zack Snyder a convincere i dirigenti della Warner a impegnarsi economicamente nella realizzazione di questo film? Alla sua prima opera originale il regista statunitense decide infatti di creare un prodotto davvero particolare che non fa nulla per nascondere la provenienza del regista dall’ambiente dei videoclip musicali. La musica regna sovrana in Sucker Punch. La musica è Sucker Punch. Tanto che lo si potrebbe benissimo considerare una strana commistione tra un musical (alcune canzoni sono interpretate dalle stesse attrici) e un OAV (original animation video).

Personaggi principali: delle ragazze particolarmente sensuali. Ecco, soffermiamoci un attimo su questo aspetto. Questa parte del progetto potrebbe aver aiutato in qualche modo il buon Zack durante la ricerca dei finanziatori.

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Presentarsi a qualunque dirigente e raccontare che il film che si ha in mente di portare in scena sarà un potenziale viaggio mentale, potrebbe effettivamente lasciare interdetti durante la fase di presentazione, ma quando si accenna al fatto che i personaggi principali saranno ragazze particolarmente avvenenti e, soprattutto, che l’opera le farà viaggiare fra tutto l’immaginario caro al pubblico nerd, allora le cose si iniziano a fare, anche commercialmente, interessanti, considerando il pubblico di riferimento.

Sucker Punch è un film di genere, è un musical, è un OAV, è fan service allo stato puro. Pur non andando mai effettivamente a mostrare nulla di che, ogni inquadratura è fondamentalmente buona per ammiccare al pubblico maschile, affezionato soprattutto di animazione giapponese, che si è sempre dimostrato molto responsivo ai personaggi principali femminili di bell’aspetto, ma, più che altro, e soprattutto, in grado di destreggiarsi in mosse di combattimento mozzafiato. Se poi queste mosse sono costantemente esaltate da riprese in rallenty e celebri brani rock rivisitati, l’attenzione dello spettatore è assolutamente assicurata, e il prodotto passa da difficilmente comunicabile a sicuramente vendibile.

Ammiccante, gradasso e raffinato

Opera scaltra, dunque, Sucker Punch. Ma come fa allora un titolo del genere a risultare davvero interessante, cinematograficamente parlando? La trama non è per nulla sorprendente, se non per il suo piano di incastri narrativi. L’opera usa la meccanica della storia nella storia per giustificare le imprese della sua protagonista (Baby DollEmily Browning), relegata in un ospedale psichiatrico dal patrigno di turno. Poco prima del completamento della sua lobotomia parte il secondo arco narrativo, dove vediamo la ragazza diventare “la nuova arrivata” in un decadente bordello burlesque. Qui troverà delle compagne con cui tenterà di imbastire il suo piano di fuga, grazie all’aiuto dei suoi “poteri” di abile danzatrice. Sì, poteri. Le sue danze sono così ammalianti da essere in grado di imbambolare praticamente chiunque vi posi gli occhi. Anche lo spettatore rimarrà imbambolato. Ma non per le sensuali scenografie.

Ai nostri occhi, queste danze diventano dei veri e propri “mondi”, innestati dalla musica, dove le ragazze diventeranno le principali eroine di scene d’azione mozzafiato: battaglie contro orde di zombie nazisti, mega armature giapponesi, robot fantascientifici. La regia decide di non far passare più di cinque minuti fra un rallenty e l’altro. Basta l’incipit della pellicola a creare l’effetto magnetico su cui il film punterà totalmente. Azione dark, voice over, slow motion, musica d’impatto. Lo spettatore sarà continuamente sovrastato da tutti questi elementi, incastrati l’uno nell’altro. Ma come può un’accozzaglia di elementi del genere trovare coerenza e diventare qualcosa di più che un semplice specchietto per le allodole?

C’è modo e modo di tentare di ingraziarsi lo spettatore. Anche ricorrendo a tecniche non certo delle più raffinate, si può arrivare a raggiungere un cinema assolutamente autoriale. E Zack Snyder sa assolutamente come fare.

Il regista e la costruzione della storia

La sua carriera nel mondo dei videoclip gli ha sicuramente insegnato l’arte del mestiere, le sue peregrinazioni nel mondo dei fumetti gli hanno consegnato la conoscenza necessaria per nascondere un messaggio raffinato in una storia. Sucker Punch è un film che in realtà tratta di argomenti importanti, come la fuga dal dolore, il sacrificio, la continua battaglia introspettiva con sé stessi, la capacità della mente di creare altri mondi assolutamente reali per chi li vive. La sceneggiatura tramite i voice over iniziali e finali governa la direzione del film. Tengono uniti i messaggi di fondo dell’opera, sono il filo di Arianna che lo spettatore deve seguire per capire dove voglia andare in realtà a parare l’opera filmica di Snyder: ci dicono che tutti abbiamo un guardiano, un angelo custode. E questo si presenta in diverse forme.

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Quello che l’incipit non svela è che noi non stiamo seguendo la storia di come questo guardiano arriverà a salvare la protagonista, ma che la protagonista è il guardiano di qualcun altro, il concetto stesso di sacrificio. Il guardiano ci aiuta, ma combattere poi spetta a noi, sembra sottolineare la pellicola. Perché noi siamo tutte le armi di cui abbiamo bisogno. C’è solo da alzarsi, e combattere. Questo messaggio finale sarà la frase con cui il film si congederà dallo spettatore. Il regista sceglie un metodo potente per chiudere la sua opera, e lo inscena in maniera altrettanto forte, ma inusuale per i suoi schemi e per la coerenza del film stesso.

La storia, che si basa sulla forza delle immagini, si chiude invece con uno schermo nero improvviso, che priva lo spettatore di qualunque stimolo visivo. Il dialogo però prosegue, e le sue parole hanno così modo di incidersi nello spettatore tramite la forza del non visto. E’ una sedimentazione catartica del messaggio di fondo. La mossa astuta di un regista che è conscio di aver bombardato il suo pubblico di elementi sottili, e molte volte incoerenti a livello formale (i piani narrativi sovrapposti, le scene molto sconnesse l’una dall’altra), per rafforzare quello che vuole dire. E il messaggio del film, in questa maniera, arriva forte e chiaro. Ed è esaltante.

Genio…

Sucker Punch è l’apice del genio creativo di Snyder. Il film ha una lingua tutta sua, e per arrivare al suo cuore, bisogna mettere da parte tutto “il resto” da cui si viene costantemente sovrastati durante la visione. L’opera di amalgama operata dal regista è sicuramente complessa, e nonostante non serva uno sforzo cognitivo così importante per capirne il senso (non siamo certo dalle parti di Nolan e di Tenet), serve attenzione.

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Il metodo migliore per entrare in sintonia col film è quello di lasciarsi andare: farsi esaltare dai momenti dove cinque eroine prendono a mitragliate qualunque cosa gli si pari davanti, e tornare poi a godersi la trama principale, la quale regala personaggi di livello come quelli di Emily Browning e Oscar Isaac. Ambedue sono capaci di catturare l’occhio e l’orecchio appena entrano in scena. Il casting della Browning, in particolare, non poteva ottenere risultati migliori. L’attrice riesce a incarnare perfettamente il nome stesso del personaggio che la rappresenta (Babydoll).

La ragazza sembra un’action figure uscita da un anime shonen. Il suo sguardo viaggia costantemente dall’innocente al rabbioso, al sensuale, e crea una baby lolita guerriera da cui essere attratti e spaventati. Certo, il film ha dei difetti: le continue alternanze dei piani narrativi creano un effetto di scollamento a tratti violento, che rischia di distaccare emotivamente lo spettatore dalle vicende. Per una larga fetta di pubblico i vari trip mentali di cui sarà reso partecipe potrebbero sembrare una gigantesca perdita di tempo.

… e sregolatezza

Non lo saranno però, se chi lo guarda riuscirà a far pace con uno dei messaggi principali che l’opera mira a trasferire: la danza, la musica, sono modi per andare oltre la realtà; tutte le battaglie che viviamo nella nostra mente sono reali. La nostra mente ospita il nostro dolore, il quale si presenta sotto le più disparate forme. Come ospita il dolore, ospita la speranza. Di poter combattere. Di poter rialzarsi ancora e ancora.

“Tu controlli questo mondo. Liberati dalla sofferenza. Liberati dal dolore. E dal senso di colpa. Quello che ora stai immaginando. Quel mondo che tu controlli, quel posto può diventare reale quanto il dolore.”

Se verrà afferrato questo concetto il film riuscirà a rapire lo spettatore, qualunque strato della trama venga proposto, senza creare distaccamenti di nessuna sorta. Rimarrà un unico difetto: quello di non poter prendere un controller in mano per partecipare a quelle scene d’azione travolgenti, ricche di un’estetica variegata, e contaminata da qualunque genere di narrativa pop. I videogiochi sono parte integrante della grammatica di Sucker Punch.

La sua costante voglia di spettacolarizzare qualunque fotogramma risulta quasi eccessiva, se non fosse che parliamo di un film che fa dell’eccesso, in maniera palese, una delle sue meccaniche di attrattiva. Per quanto si possa essere contenti del percorso registico di Zack Snyder (a livello di opportunità personale), è triste pensare che il suo legame con il mondo DC (e i pesanti vincoli produttivi che esso porta con sé) abbia impedito al cinema di vedere altre opere originali ricche, strabordanti, come questa, capaci di esaltare quanto di lasciare amareggiati.

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Discutibili, perché proprie di quella voglia tanto rara di seguire con forza la propria visione personale di cinema e di storytelling. Risultati difficili da ottenere, quando ti metti al timone di opere dagli immaginari monolitici come Superman o Batman. Speriamo che la sua nuova Justice League possa ridare al regista la spinta necessaria per tornare sugli altari della critica. Snyder ha ancora molto da dire al cinema moderno. Con le sue contaminazioni, con la sua attenzione per la musica, con la sua voglia di lasciarti per l’ennesima volta a bocca aperta rinunciando alla possibilità di essere fine, o perfetto. Anche a costo di restare ancora, e perennemente, incompreso.

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