Cinema e Serie TV

Sweet Home, recensione: chi sono i veri mostri?

A inframmezzare le uscite di fine anno più caratteristiche del periodo, Netflix non si è di certo lasciata scappare l’occasione di inserire nel suo catalogo produzioni di una certa importanza come il sontuoso Mank, né tanto meno progetti più particolari e di nicchia come quello di cui parleremo in questa recensione. Sweet Home, sostanzialmente agli antipodi dalla stella più brillante del mese di dicembre immaginato dal colosso dello streaming, è una serie di dieci episodi tratta in modo piuttosto fedele dal webtoon omonimo, che è anche uno dei più popolari in terra coreana. Non stupisce dunque che anche la versione adattata per il piccolo schermo segua pedissequamente le vicende raccontate nel progetto originale, fruibile gratuitamente da tutti anche per poter fare un raffronto diretto con la sua inedita controparte.

Sweet Home e i mali del nostro tempo

Chi non dovesse conoscere l’opera originale, sappia che Sweet Home è in linea generale una sorta di teen horror a tema zombi, ma un’etichetta così stringata non riesce neanche minimamente a inquadrare con precisione ciò che la serie coreana punta ad essere e a comunicare al grande pubblico. Oltretutto, la serie diretta da Lee Heung-bok non lesina minimamente sugli eccessi visivi, presentando a più riprese molte scene in cui splatter e ed elementi grandguignoleschi la fanno da padrone, tirandosi dunque fuori dalla netta catalogazione di prodotto per ragazzi. Al contrario, considerando anche i delicati temi trattati, talvolta suggeriti e altre volte posti più in rilievo, Sweet Home si apre a fasce di pubblico eterogenee.

Va tuttavia ammesso che la presenza piuttosto invadente del gore a tutto spiano potrebbe infastidire i più delicati, o semplicemente coloro che vorrebbero fare a meno di estremizzazioni visive per godersi appieno una storia che ha diversi dettagli in grado di offrire buoni spunti di riflessione. Ma di cosa parla esattamente Sweet Home e quali argomenti ha in grado di distinguerlo dalla grande massa di titoli a tema?

Sweet Home si presenta subito mettendo in chiaro la precisa volontà di aderire ai classici canoni degli zombi movie, con una quantità di cliché piuttosto elevata e diverse soluzioni narrative viste un numero incalcolabile di volte su grande e piccolo schermo. Eppure la serie è a suo modo qualcosa di profondamente diverso rispetto a quanto possa apparire di primo acchito. Il protagonista è un hikikomori, un ragazzo che ha deciso di isolarsi totalmente dal mondo richiudendosi tra le sue quattro mura per evitare contatti con l’esterno, ma quando una tragedia familiare sconvolgerà la sua vita, e qualcosa all’esterno sembrerà essere il preludio di una catastrofe annunciata, Cha Hyun-soo (Song Kang) dovrà guardare in faccia una nuova realtà a cui non si era minimamente preparato.

Sweet Home, già da questa premessa, mette subito in scena il tema del bullismo e le conseguenze che è in grado di causare a una mente fragile. Nelle prime fasi dello sceneggiato scopriamo che Cha Hyun-soo ha un passato fatto di tristezze e solitudine, atti di autolesionismo e difficoltà a venir fuori dalle sofferenze causategli dalle angherie dei compagni. Al contempo, la situazione di agio familiare viene d’improvviso cancellata, costringendo il ragazzo a trasferirsi in una bettola di periferia dove i suoi vicini iniziano a comportarsi in modo piuttosto strano. Il doppio colpo inflitto alla vita del ragazzo è una metafora degli eventi improvvisi che possono travolgere la vita di chiunque, tirando fuori di prepotenza il malcapitato da una comfort zone che spesso si rivela deleteria.

Mostri nell’anima

In Sweet Home, a tutto ciò si aggiunge un terzo elemento di rottura: fuori sta davvero succedendo qualcosa di inimmaginabile, la gente si sta trasformando in esseri mostruosi e la normalità si sta rapidamente tramutando in un incubo a occhi aperti. Si pensa a una sorta di pandemia zombi, com’è lecito appunto aspettarsi da una serie sul tema, ma la realtà si rivela ben presto piuttosto diversa da solito, offrendo così una variante al classico virus che infetta la popolazione. La causa delle mutazioni non è infatti dovuta a un agente esterno, ma è causata da qualcosa di latente che si trova proprio all’interno degli esseri umani, in grado in qualunque momento di causare orribili mutazioni.

La trovata messa in scena da Sweet Home non è solo mirata a offrire una variazione sul tema, ma è una chiara intenzione di mostrare attraverso l’orrido ciò che si cela nei recessi più reconditi dell’animo umano. Durante le dieci puntate sono molte le personalità che si avvicendano, tutte piuttosto diverse ed eterogenee: si va da una ballerina a un vigile del fuoco, da un aspirante cantante a persone senza troppe ambizioni, e tutti, come tratto comune, sembrano proprio avere un difficile passato che emerge pian piano, rivelando paure, rabbia repressa, violenze ed episodi che hanno indirizzato le loro vite da adulti.

Sweet Home

Accade però che questa malattia o maledizione agisca dall’interno, e che la trasformazione in mostro sia sempre modellata seguendo il vivido riflesso di una specifica personalità. Ecco dunque che Sweet Home dà il meglio di sé proprio nel design dei mostri, in grado di mettere a nudo sentimenti, frustrazioni, desideri occulti e propensioni caratteriali sempre ben diversificate, lasciando scoprire allo spettatore la reale anima dei personaggi e le loro intenzioni più profonde.

Il bestiario di Sweet Home è dunque qualcosa che si allontana in modo evidente dalle schematicità di un certo cinema che sembra ormai piegato su se stesso e con idee pari a zero, e non è di certo un mistero che è esattamente dai paesi asiatici che arrivano gli spunti più interessanti. Va tuttavia ammesso che la serie di Lee Heung-bok ha una serie di problematiche piuttosto importanti che non possono essere minimizzate, che fanno di Sweet Home un prodotto dal potenziale sprecato.

Analisi tecnica

I motivi sono da ricercare principalmente nel budget a disposizione, innegabilmente basso e probabilmente in linea con una produzione per larghi tratti sperimentale. A ciò va aggiunto un montaggio non esattamente di alto livello e una regia che non riesce a mantenere il ritmo sostenuto delle prima due puntate. La sceneggiatura, inoltre, appare discreta solo nella parte iniziale e in quella finale, pur presentando una chiusura che non convince pienamente e che apre la strada a un seguito che, per forza di cose, dovrà prendere le distanze dal webtoon di riferimento.

I problemi più evidenti di Sweet Home sono di ritmo e di natura tecnica. La parte centrale dello show è infatti lenta, eccessivamente compassata e con diversi riempitivi. Alla luce di ciò, le puntate avrebbero potuto essere di meno al fine di garantire la riuscita di una serie più coesa e meno annacquata, mentre questo incedere non fa altro che ricordare quel modo prolisso di raccontare tipico di manhwa e anime della stessa terra d’origine di Sweet Home, coi qual condivide peraltro molti tratti fisionomici.

Dove però risulta più carente Sweet Home, è senza ombra di dubbio la computer grafica e l’effettistica, con mostri che sono sì ben realizzati nella loro estetica, ma risultano essere animati in modo approssimativo e non sempre convincente. Si nota poi uno stacco piuttosto netto rispetto a scenari e personaggi reali, creando nello spettatore quello spiacevole effetto straniante tipico delle produzioni meno in voga, a tratti amatoriale.

Talvolta grossolano, altre volte più attento, l’uso della CGI è un ottovolante con curve sconnesse che non sembra seguire degli standard qualitativi comuni a tutte le scene. E questo è davvero un gran peccato, perché al di là delle sue evidenti mancanze, Sweet Home tocca temi importanti come le violenze domestiche, il bullismo, le tendenze autolesioniste, le difficoltà sociali e tutta una serie di argomentazioni che riescono parzialmente a salvare lo show dalla mediocrità.

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