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The Falls, un film di tre ore che ti resta dentro per anni

Retrocult cover

Nota del curatore. Certi film sono difficili. E lo sono anche certi libri. Certi giovani studenti fanno l’errore di credere che difficile sia sinonimo di bello, che una grande opera d’arte sia per forza un mattone indigeribile. Non è così, ma anche affermare il contrario sarebbe un errore. Alcuni di quei giovani studenti crescono e imparano a vedere la differenza, altri restano impalati sulla loro convinzione come polli in un forno.

Non si può obbligare nessuno a leggere un libro come l’Ulisse di Joyce o a guardare un film come The Falls, di cui ci parla oggi Stefano Paparozzi. Possiamo però sfruttare la fatica che ha fatto lui, non solo nel predigerire per noi quest’opera, affinché potessimo nutrircene come pulcini in un nido. Ma anche per il tempo che ha passato, immagino anni, cercando di rendersi capace di farlo.

Anche questo è lo spirito di Retrocult; chiacchierare allegramente di un film o di un fumetto, e magari condividere ciò che sappiamo e ciò che conosciamo. Con l’azzardata speranza che, di settimana in settimana, ognuno di noi possa trovare in questa rubrica una (piccola) spinta a diventare una persona migliore.

Buona lettura e alla settimana prossima.

Valerio Porcu

Stefano Paparozzi

Nasce a Roma nel 1986. Esordisce come scrittore vincendo il Premio Robot nel 2015, e pubblica l’anno seguente nell’antologia Dinosauria (Ed. Pendragon). Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Madre Nostra. È impegnato nella realizzazione dei sottotitoli per la storica serie del 1963/’64 The Outer Limits, mai andata in onda in Italia: li trovate – insieme ad altro – nel suo blog, VersoErcole (Facebook / Twitter).

The Falls

Le Cadute
Titolo originale The Falls
Anno 1980
Regista Peter Greenaway
IMDB 7.4
Rotten Tomatoes – tutti i critici 80
Rotten Tomatoes – Pubblico 85

Trama e ambientazione

Peter Greenaway
The-Falls

Arduo parlare di una vera e propria trama di The Falls (in italiano Le Cadute): quello che vediamo infatti è una serie di spezzoni, di pochissimi minuti (o pochi secondi), su novantadue soggetti il cui cognome contiene sempre con la sillaba “Fall-” (“caduta”). A volte li si vede nello sfondo, a volte in foto mentre una voce narrante ce ne racconta la vita, a volte vediamo interviste a conoscenti come a medici che li hanno visitati, radiografie, filmati di repertorio, paesaggi, e uccelli, tanti uccelli.

Cosa è successo a queste persone? Cosa sono le misteriose lingue che parlano, quasi tutte una diversa dall’altra? Qual è la natura delle bizzarre mutazioni che i corpi di alcune di loro hanno subito?

E che c’entrano gli uccelli?

Una pellicola sperimentale

Foto generiche

Dalla “trama” è piuttosto complicato capire di cosa parla questo film, ma forse dovremmo porci innanzitutto questa domanda: The Falls parla davvero di qualcosa? C’è una narrazione, un punto di partenza e uno – per quanto incerto – di arrivo? La risposta è: molto più no che sì.

Una storia cè, è estremamente interessante quanto incredibilmente complicata, ma Peter Greenaway (Eisenstein in Messico) sceglie volutamente di non raccontarla. Quello che vediamo, infatti, non è la storia, ma quello che resta della storia nella realtà.

Non una narrazione, appunto, ma una sorta di documento: qualcosa che non serve allo scopo di raccontare degli eventi, ma qualcosa che esiste e attraverso cui gli eventi si possono ricostruire. Una fonte parziale e inadeguata probabilmente, come se tentassimo di comprendere le dinamiche della politica internazionale durante la Seconda Guerra Mondiale leggendo solo il Il diario di Anna Frank.

Se da una parte questa rinuncia alla narrazione rende di difficile (impossibile, nella sua interezza) comprensione l’intero sottotesto, la natura documentaristica degli spezzoni contribuisce a donare un insperato quanto straniante effetto di eccezionale realismo a fenomeni altrimenti ben al di là della sospensione dellincredulità: stiamo d’altronde parlando di uccelli che tentano di prendere il sopravvento sull’umanità trasformandoci in loro simili (con la malattia denominata petagium fellitis) e dandoci il dono delle lingue (il betelgeuse, l’allow, il capistano…) – o almeno questa è una teoria fra le tante.

C’è anche da rilevare che, prima di arrivare a questa mastodontica serie di brevi quadri giustapposti, Greenaway sonda il terreno con almeno due lavori precedenti: Finestre (Windows) che racconta le vite di 37 persone cadute proprio dalla finestra, e Un viaggio attraverso H (A Walk Through H), in cui la reincarnazione del protagonista (peraltro un ornitologo) è mostrata attraverso 92 mappe del paese immaginario di H.

LEvento che non cè

The Falls
Foto generiche

Il fulcro, l’origine di tutti i morbi, i deliri e fissazioni dei 92 “caduti” è costantemente citato: è il V.U.E, Violent Unknown Event (Evento Violento Ignoto). Il massimo dello straniamento che travolge lo spettatore alla fine della visione è proprio questo: un documentario di tre ore su un evento, che non si degna mai di spiegare cosa sia stato questo evento. Abbiamo qualche vago indizio, ma non possiamo sospettare nulla: un attacco da parte degli uccelli? Una malattia dovuta a un batterio o a un virus? Potrebbero c’entrare le radiazioni?

Prima ancora di chiedersi se è stata colpa degli uccelli o se è stata nostra, se è stato volontario o un incidente o ancora un evento del tutto naturale; prima ancora di capirne le cause, insomma, noi non siamo neanche in grado di capire la natura stessa di ciò che il documentario vorrebbe analizzare. Non mancano solo il perché e il come che smuovono il 99% delle narrazioni; noi non abbiano neanche il cosa.

The Falls riesce in questo senso riuscire nell’incredibile impresa di parlare di qualcosa senza parlarne davvero. Come scritto prima: le conseguenze senza la causa, l’ombra senza il solido che la proietta, il suono senza il corpo che vibrando lo produce.

La forma

La destabilizzazione che porta il parlare di qualcosa senza parlarne è riflessa, in un certo senso, nella struttura del film stesso.

La narrazione non cè. In realtà, però, va pur notato che il susseguirsi delle 92 interviste è tutt’altro che casuale. Non si può ignorare che, per quanto le informazioni che ci vengono elargite compongano un quadro disomogeneo e assolutamente incompleto, ci sono comunque fornite in uno specifico ordine: non pensiamo che il film si potrebbe tranquillamente vedere al contrario ottenendone la stessa esperienza.

Qui c’è dunque il superamento di quel confine che separa il mero sperimentalismo, il gioco anche non-sense e la voglia di stupire fine a sé stessa, dall’opera ragionata, costruita, concepita, gestita e partorita dalla mente dell’autore.

La colonna sonora

Potrebbe stupire, in un contesto di documentario iperrealistico (per quanto surreale), che ci sia una colonna sonora esterna. Cosa c’è di più realistico che non avere un accompagnamento musicale? Non tardiamo invece a scoprire che la musica che ascoltiamo è essa stessa parte integrante della storia: un’intervista dopo l’altra, ricostruiamo la composizione di un brano formato da nomi di uccelli poco comuni, urlati su un’acuta nota ostinata di un soprano, pezzo scritto proprio da uno dei 92 “fall-“.

Nella realtà, l’autore delle musiche (e del brano intitolato “Bird List” come degli altri che sentiamo) è Micheal Nyman (Gattaca, Wonderland), compositore minimalista dal vastissimo repertorio, che raggiungerà fama trasversale più di vent’anni dopo con la colonna sonora di Lezioni di piano. Curioso sottolineare come in The Falls appaiano anche la moglie e la figlia di Nyman, Aet e Molly.

Teorie e simboli: il volo e la lingua

Ma cos’è, allora, The Falls? Cosa vuole dirci? Vuole dirci qualcosa? E quali chiavi di lettura dovremmo utilizzare per poter almeno provare a rispondere a queste domande?

Se cercate su internet, troverete più di un’ipotesi al riguardo della natura del Violent Unknown Event e al possibile messaggio del film. Ci asteniamo dal farne qui una raccolta sistematica, anche se vale la pena quantomeno citare una delle teorie più bizzarre e suggestive: The Falls sarebbe nientemeno che… il seguito de Gli uccelli di Hitchcock! Film che, ovviamente, è anche citato all’interno della pellicola di Greenaway, e proprio in diretta relazione al V.U.E. stesso.

Tralasciando le suggestioni metacinematografiche, può essere ben più interessante tentare un’analisi che prenda in considerazione i simboli disseminati nellarco delle tre ore, a cominciare da quello che, più evidente, rischia di passare inosservato: la caduta. “Le cadute” sono infatti nel titolo, e una caduta (“fall”) è in ognuno dei nomi dei soggetti, al centro dell’attenzione di chi sta curando questo maniacale documentario. E parlando di cadute e di uccelli, la mente non può che andare al mito di Icaro: per sfuggire al labirinto si fa prendere dall’ebbrezza del volo e si avvicina troppo al sole, che nella figura di Apollo lo punisce sciogliendogli le ali.

Ci sembra, allora, che tutto il V.U.E. altro non sia che la punizione dataci dagli uccelli per la nostra conquista dei cieli, operata sia attraverso gli aerei (che nel film, quasi ce ne fosse il timore, non vengono essenzialmente mai né raffigurati né tanto meno citati) che attraverso  i nostri edifici che mirano al cielo (come la Torre Eiffel che invece appare più volte).

#12 Musicus Fallantly si è rapidamente abituato alle conseguenze del Violent Unknown Event. Affetto da petagium fellitis e allow-fono, […] ha adattato le note di Leonardo sul volo come testo per un inno allVUE. Musicus ha anche scritto un pezzo per coro in gallese/allow in onore di 92 pionieri del volo. […] I personaggi sono piloti, piloti notturni, volteggiatori, volatori, aeronauti e aeronaute, uomini-uccello e guller. Guller è una parola allow che indica quelli che provano a volare sullacqua. Icaro era un guller. Musicus ha intitolato questo pezzo Sky Lists e lha dedicato a Van Riquardt, il patriota francese pioniere del volo che si è gettato dalla Torre Eiffel nel 1889.

La punizione mitologica si ricongiunge allora a quella biblica: come i costruttori della Torre di Babele (anche essi in sfida al cielo e al loro dio) vengono puniti privandoli della loro lingua comune e originando le varietà linguistiche della terra, così gli umani dopo il Violent Unknown event si ritrovano padroni di idiomi nuovi, spesso incomprensibili, dalle caratteristiche talvolta uniche, e perlopiù non interscambiabili. Uno dei 92 soggetti è fra le poche persone a riuscire a parlare ben 9 di questi linguaggi, e ci viene riferito essere l’autore del libro immaginario A View from Babel (Uno sguardo da Babele).

Quanto ancora si potrebbe indagare semplicemente analizzando questi singoli aspetti, è difficile da dire. È più facile rendersi conto che, anche coinvolgendo nell’interpretazione gli uccelli, la mitologia, la bibbia e la linguistica, stiamo comunque lasciando fuori ancora gran parte del film.

Conclusioni: perché vederlo e perché no

The Falls
Foto generiche

The Falls, è evidente, è un film particolare, che essenzialmente può suscitare solo due reazioni: o pensi che sia un capolavoro ingiustamente trascurato, dalle mille sfaccettature; oppure ritieni di aver perso tre ore dietro a una sequela di deliri perlopiù privi di senso.

È una pellicola che va quindi guardata aprendosi il più possibile alla sperimentazione, senza attendersi una narrazione lineare e preparandosi a dover fare un certo lavoro di interpretazione di quel che si andrà a vedere. Lo spettatore è chiamato a proseguire il documentario nella sua mente per unire tutti i tasselli e farsi una sua idea sul significato e il valore di quelle immagini che gli sono appena scorse davanti agli occhi.

The Falls richiede un certo impegno, un po’ di coraggio e tanta pazienza, ma ripaga il sacrificio con progressivo depositarsi a freddo nella memoria, e con un continuo riproporsi alla mente per offrire anche dopo mesi nuovi spunti, idee e collegamenti dapprima inaspettati.

Retrocult cover

Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C’è un’opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

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