Cinema e Serie TV

The Old Guard, recensione: gli immortali di Netflix

Il connubio tra Netflix e il mondo del fumetto non è certo una novità. Sono oramai lontani i tempi del successo legato alla produzione dei serial Marvel, resi celebri dalla prima stagione di Daredevil, ma il servizio streaming di Reed Hastings si è lanciato su altri universi delle nuvole parlanti, da Snowpiercer al recente Warrior Nun. Nell’attesa che a fine luglio arrivi la seconda stagione di una delle serie ispirata al mondo delle nuvole parlanti più apprezzata, The Umbrella Academy, Netflix ha puntato ad un altro fumetto, The Old Guard, creato da Greg Rucka nel 2017.

Rucka non si è limitato a concedere i diritti, ma si è occupato anche di mettere mano alla propria creatura per trasformarla in sceneggiatura, ritagliandosi, come spesso accade in questi casi, anche il ruolo di produttore esecutivo. Scelta comprensibile, visto che The Old Guard ha tutti i presupposti per essere un capitolo iniziale di una saga cinematografica, che trae spunto da una storia interessante, per quanto non particolarmente originale.

Va da sé che se già si palesano problemi nel passaggio da fumetto a serie TV, la transizione a film è ancora più ostica, a causa di una compressione dei tempi narrativi che costringe a condensare, e spesso sacrificare, elementi essenziali del linguaggio del mondo dei fumetti. Eppure, Rucka e Netflix hanno voluto lavorare proprio su un film andando quindi a prendersi un rischio non indifferente.

Gimme the prize

Andy, Nick, Joe e Booker sono una squadra di mercenari, noti per esser capaci di portare missioni notoriamente impossibili. Un loro vecchio contatto, Copley, li assolda per liberare delle giovani studentesse tenute prigioniere in un paese del Medio Oriente, quando ufficialmente nessuno vuole intervenire. La squadra di mercenari decide di intervenire, ma al momento dell’irruzione scoprono di esser traditi dallo stesso Copley, che ha scoperto il loro incredibile segreto: sono immortali.

La scoperta di questa loro incredibile dote, trasforma questi quattro guerrieri in bersagli. Un magnate dell’industria farmaceutica, Merrick, assolda infatti Copley con lo scopo di catturare questi immortali, desideroso di mettere le mani sul loro patrimonio genetico e trasformarli nella sua gallina dalle uova d’oro, ricavando dai loro corpi medicinali con cui arricchirsi.

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Ma all’interno di questo piano non era prevista la comparsa di una nuova immortale, Nile, cambiando radicalmente questo scenario. Se da un lato questa nuova immortalità diventa una fonte di ulteriore studio per Merrick, per i quattro immortali rappresenta un vero evento, capace di colpire profondamente queste anime sofferenti che patiscono fortemente la condanna alla vita eterna. E la più antica di loro, Andy, deve affrontare un ulteriore problema: non è più immortale!

It’s a Kind of Magic

Siamo onesti, chi è cresciuto negli anni ’80 sentendo parlare di immortali, pensa immediatamente a Connor McLeod, lo scozzese dalla lunghissima vita interpretato da Christopher Lambert in Highlander. I cardini del mito con protagonista McLeod sono innegabilmente alla base della struttura narrativa di The Old Guard. Gli immortali, come Connor, non possiedono superpoteri, non hanno forza superiore o scagliano raggi energetici dagli occhi, si limitare a morire e tornare in vita. Come cantavano i Queen nella colonna sonora di Highlander, It’s a Kind of Magic.

Una magia, quella di The Old Guard, che paga un notevole tributo al film di Mulcahy datato 1986. Non è solo la particolarità dei protagonisti a scatenare questa sensazione di familiarità, ma anche il modo in cui i quattro immortali scoprono dell’esistenza di Nile. Una sensazione, un legame atavico che non può far a meno di farci ricordare la Reminiscenza vissuta così tante volte da Connor o Ramirez in Highlander. A questo, si unisce l’inevitabile esigenza di nascondersi in mezzo a noi semplici mortali.

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In questo, The Old Guard cerca di distinguersi. Andy e i suoi compagni hanno attraversato i secoli combattendo senza sosta, mercenari votati a combattere per cause nobili e meno nobili. Ma se in realtà le loro azioni avessero un fine più alto? Nel momento in cui The Old Guard vorrebbe riconoscere a questi quattro lottatori senza pace una sorta di missione divina, il film mostra invece uno degli aspetti fragili della trama. Il voler dare a queste anime in pena una sorta di ricompensa karmica per il loro soffrire non li rende più credibili o appassionanti, ma anzi ottiene l’effetto opposto, privando di una romantica tragicità le loro figure.

Complice una già carente caratterizzazione dei personaggi, che non riescono a trasmettere una delle caratteristiche essenziale di una simile vita senza fine: come si vive per sempre?

Who Wants to Live Forever?

Ancora una volta, i Queen solo la colonna sonora per questi temi. Vivere in eterno ha un costo, per Andy e i suoi compagni, costretti a vedere morire chi amano, a vivere di ricordi sino a che non sbiadiscono e si perdono nelle nebbie del tempo. The Old Guard aveva la possibilità di mostrare questa profondità, con una maggior cura nel trasmettere i dolori e la personalità di questi eterni. Peccato che salvo dei rapidi e insapori flashback non si crei un’empatia con gli spettatori, che accettano la loro immortalità senza comprendere il costo e il peso che una simile maledizione pone sull’anima.

Il solo ad avvicinarsi a questo ritratto di sofferenza è Booker, alias Sebastian Le Livre, soldato napoleonico interpretato da Matthias Schoenaerts. È questo disilluso e affranto immortale a incarnare il senso di disperazione e solitudine che causa la vita eterna. Le sue azioni, per quanto discutibili, sono una delle più autentiche e credibili emozioni che questo film riesce a veicolare.

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La sua sofferta solitudine sarebbe stata perfetta se si fosse contrapposta con maggior cura alla coppia composta da Nicky, alias il crociato Nicolò di Genova (interpretato da Luca Marinelli), e il soldato arabo Joe, alias Yusuf Al-Kaysani (Marwan Kenzari), una coppia innamorata dai tempi delle Crociate. Il loro amore viene condensato in una scena priva spessore e che avrebbe meritato maggior spazio. Ma mettici l’interpretazione asettica di Marinelli e un’assenza di sinergia tra persone che dovrebbero essere un’unica mente dopo secoli di vita condivisa, ed ecco che manca quel senso di famiglia e unione che ci si aspetterebbe.

Una relazione che l’arrivo della nuova immortale, Nile (KiKi Lane), avrebbe dovuto destabilizzare. Invece, la sua presenza di rivela quasi fuori luogo, per via di una sua apparente incongruenza. Il suo rifiuto ad accettare una vita di violenza mal si concilia con il suo avere scoperto la propria immortalità dopo un’azione di guerra, dove serviva come marine. Anziché rimane traumatizzata, Nile diventa la rigida moralista del gruppo, comprensibile nella dinamica complessiva della squadra di immortali, ma dissonante nel risultato finale.

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A salvare il tutto ci prova Charlize Theron, che sembra oramai diventata l’eroina degli action movie. Dopo Atomica Bionda o la sua Furiosa di Mad Max: Fury Road, la Theron intrepreta Andromaca di Scizia, detta Andy, leggendaria guerriera. La sua immortalità viene vissuta come una punizione, una sofferenza causata dalla perdita e dalla rassegnazione. Per quanto convincente, Charlize Theron non può reggere l’intero peso emotivo della pellicola e The Old Guard ne patisce le conseguenze.

La sua dinamicità nelle scene di lotta è encomiabile, e solo nei combattimenti riusciamo ad intravedere una convincente sinergia tra gli immortali, pallida ombra di una sensazione che avrebbe meritato maggior spazio.

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A cercare un recupero emotivo tardivo ci prova Coipel (Chiwetel Ejiofo), che con il perfido Merrick costituisce una diade di villain promettente ma mal bilanciata. Se Coipel è pronto a sfruttare gli immortali per i fini nobili a causa di ferite del suo passato, non riesce ad emergere pienamente perché Merrick è un personaggio macchiettistico, quasi estremizzato nel suo esser antipatico, per via della recitazione impersonale di Harry Melling, che sembra presentare solo una versione più ricca ed elegante di quel Dudley Dursey che lo ha reso celebre ai tempi di Harry Potter.

Ne resterà soltanto uno?

The Old Guard pecca nel dare spessore alla vicenda umana dietro le figure degli immortali. Un tema affascinante, già trattato con attenzione in passato, dal citato Highlander sino ad altra variazione sul tema della vita eterna, come Dracula o Immortal ad vitam. Invece, The Old Guard non riesce a portare su schermo degli immortali sofferti e appassionanti, ma si limita a focalizzarsi su pochi istanti di umana sofferenza, impalpabili e insufficienti a farci empatizzare con i protagonisti.

Nel vedere The Old Guard, specialmente il finale, sembra evidente l’intenzione di voler dar vita a un franchise. Quanto mostrato in questo film, però, non lascia una buona sensazione sul futuro, a patto di trovare un equilibrio tra trama e ambientazione, carente in questo primo capitolo di The Old Guard.

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