Cinema e Serie TV

The Stand, recensione – L’alba della nostra estinzione

La prima puntata di The Stand ha debuttato lo scorso 3 gennaio su StarzPlay, canale a pagamento di Amazon Prime Video. Carico di tante aspettative da parte dei fan di Stephen King, lo show aveva il difficile compito di condensare una storia piuttosto articolata in una singola stagione, con tutto ciò che questo comporta in termini di fedeltà al testo originale.

Tratta dall’omonimo romanzo, conosciuto in Italia col titolo L’ombra dello Scorpione, la serie composta da nove puntate è stata supervisionata proprio dal “Re del Brivido” in persona, che per l’occasione si è cimentato nella scrittura di un nuovo finale adattato alla trasposizione televisiva. Nonostante le buone premesse, vi spieghiamo perché non tutto in The Stand è andato per il verso giusto.

The Stand, ciò che resta di noi

Considerando che The Stand è ancora oggi ritenuto tra i migliori romanzi di King, è chiaro quanto l’intera operazione sia apparsa sin da subito rischiosa e potenzialmente in grado di attirare su di sé diverse critiche. D’altra parte, lo fece già la miniserie del ’94, che nonostante il pieno coinvolgimento dell’autore non riuscì a rendere omaggio al romanzo come avrebbe dovuto. Riportare oggi sul piccolo schermo The Stand ha a ben vedere una duplice funzione: quella più ovvia dell’omaggio a un’opera di grande importanza, e quella di farci osservare con occhi diversi il periodo tragico che stiamo vivendo.

Dati i temi trattati, lo scritto del ’78 fu in qualche modo anticipatore dei tempi moderni, calcando ancora di più la mano sul senso del catastrofismo e sul rischio di fine imminente per l’umanità. The Stand narra la storia di un manipolo di sopravvissuti a un’arma biologica sfuggita da un laboratorio militare statunitense. Si tratta di un virus dal tasso di infettività elevatissimo, che causa mortalità in tutti i casi esistenti. Oltretutto, è stato creato per consentire un costante mutamento-antigene, il quale non consente lo sviluppo di un vaccino efficace.

Da questa premessa che tratteggia un’umanità ormai sull’orlo dell’estinzione, The Stand anima il racconto ponendo al centro dell’attenzione le storie dei pochi rimasti vivi. In un intreccio di rapporti dove prevalgono risentimenti, sete di rivalsa e doppiogiochismi, la prima parte della serie segue pedissequamente il romanzo, risultando avvincente. Nella seconda parte, complice la preparazione per il finale strampalato e davvero deludente, si notano diversi cambi di rotta che difficilmente verranno accettati dagli estimatori del romanzo.

In particolare, controverso è il modo in cui personaggi di fondamentale importanza vengono liquidati in un solo attimo, nella scena probabilmente più assurda dello sceneggiato. Sebbene anche nel libro i destini di alcuni antagonisti vengano delineati in maniera sbrigativa, nella serie si ha la netta impressione che le vicende manchino di un approfondito sviluppo. Va decisamente meglio invece con i protagonisti, che nell’opporsi al malevolo Randall Flagg (Alexander Skarsgård) hanno l’aiuto salvifico di Madre Abagail (Whoopi Goldberg), figura mistica che appare in sogno e suggerisce al gruppo di prepararsi a un esodo che può cambiare le sorti del mondo.

Lotta per la sopravvivenza

The Stand basa la sua narrazione sulla contrapposizione di due gruppi di profughi, in lotta per la sopravvivenza mentre sono guidati da forze con intenti opposti. In una visione del mondo dove gli umani sono semplici pedine nelle mani di chi può decidere le sorti del pianeta, il tipico tema della poetica kinghiana legato all’eterna lotta tra bene e male brilla anche nella serie. Se da una parte personaggi come Frannie Goldsmith (Odessa Young) e Stu Redman (James Marsden) riescono a incarnare alla perfezione il ruolo di oppositori delle forze del male, dall’altra non sono da meno figure chiave come la malvagia Nadine Cross (Amber Heard) e l’ambiguo Harold Lauder (Owen Teague).

Ci sono tuttavia alcune scelte del cast che fanno storcere non poco il naso, come Larry Underwood (Jovan Adepo), che appare distante anni luce dall’ex rockstar maledetta ormai vinta dalla droga. Persino Randall Flagg, nonostante le preziose doti attoriali di Skarsgård, appare fuori fuoco rispetto alla rappresentazione classica che ne è sempre stata fatta. Flagg è una sorta di mandriano lungocrinito e dal riso sardonico, di fatto distante dall’immagine ricreata dall’attore svedese. Al di là di questi doverosi appunti, The Stand riesce a rendere credibili tutti gli altri personaggi del romanzo, interpretati con sbavature davvero minime.

Discorso diverso invece per quanto riguarda la rappresentazione della disabilità, su cui permangono alcuni stereotipi. Tom Cullen (Brad William Henke) è affetto da gravi ritardi mentali che lo fanno comportare come un bimbo innocente, e dunque non può che essere buono; Trashcan Man (Ezra Miller) è deforme e capace solo di articolare suoni grotteschi, quindi è “cattivo”. Se King ha dimostrato di essere ancora schiavo di queste semplificazioni, ha comunque fornito ai lettori diverse chiavi di lettura sulle sfumature caratteriali dei personaggi, che nella serie sono invece del tutto assenti. Oltretutto, vanno segnalate alcune scene in cui si denota una rappresentazione caricaturale e con qualche forzatura di troppo.

Ne esce fuori in definitiva un lavoro che convince a metà e che assume i contorni di un’occasione parzialmente sprecata. Se nelle prime cinque puntate di The Stand si nota chiaramente una cura per i dettagli soddisfacente per gli estimatori del capolavoro letterario di King, nella coda della serie ci sono dei cali qualitativi inspiegabili. Emblematico è il finale davvero imbarazzante, distante anni luce dalla natura enigmatica che l’autore volle dargli nel romanzo.

In The Stand viene infatti trovata una soluzione narrativa di chiusura piuttosto infelice, con un’invenzione letteralmente sbucata dal nulla e priva di legami con quanto raccontato fino a quel momento. A scanso di equivoci, The Stand rimane una serie assolutamente consigliata, ma considerata l’importanza del materiale originale, e di alcuni elementi di spicco del cast, era doveroso fare decisamente meglio di così.

Se avete apprezzato la serie e volete approfondire la storia originale scritta da Stephen King, vi consigliamo di acquistare L’ombra dello Scorpione, pubblicato da Bompiani in una corposa edizione integrale.