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Tutto quello che (forse) non sapete su Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re

Il Ritorno del Re torna al cinema per la prima volta in 4K dal 31 luglio  al 4 agosto. Chiunque abbia vissuto gli anni Duemila se lo ricorda bene: a cavallo tra il 2003 e il 2004 la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli ebbe la sua chiusura con Il Ritorno del Re. Una conclusione coerente e non artificiosa, premiata con un enorme successo di pubblico. A quasi quindici anni da quel momento, vogliamo tornare proprio a questa grande chiusura, per indagarne le curiosità e i significati più nascosti.

Il titolo troppo rivelatore

Esattamente come successo con Le Due Torri, anche Il Ritorno del Re ha avuto la sua piccola controversia riguardo il titolo. Per indagarla dobbiamo tornare ancora una volta alla pagina, ovvero alla parola dello stesso J.R.R. Tolkien. Parlando proprio de Le Due Torri, abbiamo visto come il Professore avesse diviso la sua opera in sei “libri”. Le tre “parti” oggi considerate canoniche (La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re) furono un’invenzione dell’editore Allen & Unwin. Tale divisione fu dettata dalla lunghezza del romanzo, dall’incertezza del suo successo e dalle ristrettezze del secondo dopoguerra.

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Chiaramente una volta appurato il successo dell’opera si tornò a considerare Il Signore degli Anelli come un unicum, in una prospettiva fedele a quanto pensato da Tolkien. Ma per uno strano scherzo del destino, queste “tre parti per necessità” sono entrate nell’immaginario collettivo. Tanto che ancora oggi non solo è diffusa la denominazione trilogia de Il Signore degli Anelli, ma anche l’adattamento cinematografico è stato appunto diviso in tre pellicole. Il curatore Quirino Principe ha poi raccontato che la prima stampa dell’edizione italiana de Il Signore degli Anelli è stata conclusa il 18 ottobre 1970, ovvero esattamente cinquant’anni fa.

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Il Ritorno del Re contiene quindi gli ultimi due “libri” della storia. Ufficialmente semplicemente chiamati Libro Quinto e Libro Sesto, ufficiosamente Tolkien li aveva titolati rispettivamente La Guerra dell’Anello e Il Ritorno del Re. La decisione di chiamare tutta la terza parte con quest’ultimo titolo fu mal accolta da Tolkien stesso. E il motivo è ovvio: pur se epico, “il ritorno del re” è un titolo che effettivamente svela troppo. Solo la particolare impostazione narrativa adottata da Tolkien riesce a mantenere la giusta tensione prima del finale.

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Sul destino di Saruman

Torniamo al film de Il Ritorno del Re. Senza dubbio una delle scelte narrative più famose (e volendo anche controverse) è stata l’uscita di scena del personaggio di Saruman. Lo stregone bianco infatti ha una fine praticamente uguale sia nel libro che ne film, ma a cambiare è il contesto. Nel film muore infatti sulla cima della Torre di Orthanc dopo un breve dialogo con Theoden e Gandalf, nel libro invece riesce a fuggire e ad assoggettare la Contea. Sulla pagina le parole amare dello stregone un tempo potente non sono rivolte a Théoden, bensì a Frodo stesso. Ed è ugualmente Frodo a rivolgersi a Grima Vermiliguo e a proporgli di rimanere nella Contea, promettendogli che non gli sarebbe stato fatto alcun male.

Vermilinguo si fermò e si volse a guardarlo, già tentato a restare. Samuran si voltò. « Nessun male? », ghignò. « Oh no! Anche quando striscia fuori di notte è soltanto per guardare le stelle. Ma non ho forse udito qualcuno chiedere dove si nasconde il povero Lotho? Tu lo sai, vero, Verme? Perché non glielo dici? »

Vermiliguo si accasciò e gemette. « No, no! »

«Allora lo dirò io», disse Saruman. « Verme ha ucciso il vostro Capo, povero piccolo, il vostro caro Capo. Non è vero, Vermilinguo? Credo che l’abbia pugnalato nel sonno. Spero che l’abbia seppellito, benché Verme sia stato molto affamato di recente. No, Verme non è proprio carino. È meglio che lo lasciate a me ».

Uno sguardo di odio selvaggio apparve negli occhi rossi di Vermilinguo. « Tu mi hai detto di farlo; tu mi hai costretto a farlo », sibilò.

Saruman rise. « Tu fai quello che ti dice Sharkey, vero, Verme? Ebbene ora ti dice: seguimi! ». Gli sferrò un calcio in pieno viso e Vermilinguo si voltò e lo seguì. Ma improvvisamente qualcosa scattò in lui; si rizzò a un tratto, estraendo un pugnale nascosto e ringhiando come un cane saltò sulla schiena di Saruman, gli tirò indietro la resta, gli tagliò la gola e corse giù per il viale con un grido. Prima che Frodo potesse riprendersi e pronunciare una parola, tre frecce hobbit sibilarono e Vermilinguo cadde morto.

(Il Ritorno del Re, edizione Bompiani, 2001, pp.1213-1214)

Anche la fine di Vermilinguo è analoga tra pellicola e libro, solo che nel film la freccia è di Legolas. La particolarità è che nel libro effettivamente esiste una conversazione tra Gandalf e Saruman dopo la caduta di Isengard. Il dialogo è pressappoco uguale (compresa la distruzione del bastone), ma lo stregone bianco semplicemente viene lasciato andare dopo aver ritenuto che non fosse più pericoloso. Nel film, la scena viene arricchita dal gesto di Saruman di tirar fuori il suo Palantìr, che successivamente gli cade quando viene pugnalato. Nel libro questo pericoloso artefatto cade da Orthanc dopo l’esilio di Saruman, evento spiegato da Gandalf come un “tiro d’addio da parte di Vermilinguo”.

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La Bocca e la spada

Queste “licenze poetiche” e “assemblaggi scenici” furono dettati probabilmente dalla necessità di mantenere la Contea simbolicamente “intoccata” dalla Guerra dell’Anello. Tuttavia proprio la scena della morte di Saruman rappresenta simbolicamente tutto il materiale addizionale della trilogia cinematografica. Il Ritorno del Re è se possibile il film che più ne ha risentito: qui le scene in più non sono solo di retroterra o “di contorno”. Anzi, non solo chiariscono dettagli e destini, ma presentano addirittura ruoli parlanti inediti.

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Un esempio è proprio Saruman: nella versione cinematografica de Il Ritorno del Re viene nominato ma non compare mai. Eppure il personaggio di Christopher Lee era così importante che nella versione estesa furono modificati i titoli di coda onde includerne il ritratto nel cast principale. Un altro personaggio importante è la Bocca di Sauron, il messaggero mandato a trattare contro l’esercito degli Uomini dell’Ovest. In questo viscido parlamentare, l’araldo di Sauron mostra degli oggetti appartenuti a Sam e Frodo. Egli non sa chi siano gli Hobbit (nel libro li apostrofa come “folletti”) ma approfitta della reazione incontrollata di Pipino per mentire spudoratamente su di loro. La Bocca di Sauron ha due fati differenti: nel libro viene scacciato dopo aver letto le condizioni del suo padrone; nel film viene decapitato di netto da un Aragorn disgustato dalle sue bugie.

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La valenza narrativa delle scene aggiunte ne Il Ritorno del Re giustifica persino dettagli che nella versione cinematografica erano stati bollati come errori di continuità. Ad esempio, in sala non si capiva come mai sulla spada di Aragorn vi fosse sangue nero: l’edizione estesa lo spiega perché appunto egli ha appena decapitato la Bocca di Sauron. Ugualmente, il ritrovamento del Palantìr da parte di Pipino nella versione cinematografica appare un po’ forzato (l’Hobbit rimesta nell’acqua). Nella versione estesa l’evento è reso in maniera più logica, in quanto Pipino nota chiaramente la pietra quando questa cade dalla veste di Saruman morente.

Tutti piccoli dettagli che già lasciavano presagire come in origine praticamente tutte le scene del film erano state pensate come ben più estese di quanto pensato. Nell’accorciarle per il cinema, Peter Jackson e i suoi colleghi si dovettero probabilmente “accontentare”.

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Il Ritorno del Re e gli Orchetti dimenticati

C’è un altro dettaglio abbastanza importante che potrebbe essere sfuggito a coloro che hanno visto Il Ritorno del Re solo al cinema: gli Orchetti. Tanto il libro, quanto le versioni estese delle pellicole infatti cercano, per quanto possibile, di dare qualche informazione in più sulla loro etnia. Una società chiaramente grezza, permeata da cattiveria e dove vige la legge del più forte. Qualcosa di ovviamente necessario per giustificare il loro odio scellerato verso tutto il resto della Terra di Mezzo, ma che comunque li distanzia dal solo ruolo di “nera carne da macello del Male”.

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Tolkien comunque nei ruoli parlanti accenna pure a qualche loro nome, partendo proprio da Le Due Torri. Tra i carcerieri di Merry e Pipino vi sono infatti gli Orchetti Grishnàk e Uglùk; durante la Battaglia del Fosso di Helm, Aragorn stesso parla con la massa di Uruk-hai, che gli si rivolge con tono sprezzante.

Gli Orchetti urlarono e sghignazzarono. « Scendi! Scendi! », gridavano. « Se vuoi parlarci, scendi. Porta fuori il tuo re! Siamo gli imbattibili Uruk-hai. Lo scoveremo nella sua tana se non si decide a venire fuori. Mostraci il tuo re scontroso! ».

« Il re resta all’interno, o esce quando più gli aggrada », disse Aragorn.

« E allora tu che fai lassù? », ribatterono quelli. « Perché guardi fuori? Desideri vedere quanto è grande il nostro esercito? Noi siamo gli imbattibili Uruk-hai ».

« Guardavo fuori per mirare l’alba », disse Aragorn.

« Che t’importa dell’alba? », sghignazzarono. « Noi siamo gli imbattibili Uruk-Hai: non interrompiamo la battaglia né di notte né di giorno, né col sole né con la tempesta. Noi uccidiamo, col sole e con la luna. Che t’importa dell’alba? »

« Nessuno sa che cosa gli porterà il nuovo giorno », disse Aragorn. « Andatevene, prima che le cose si mettano male per voi. »

« Scendi o ti abbatteremo con le nostre frecce », urlarono. « Questa non è una discussione: non hai nulla da dire. »

(Le Due Torri, edizione Bompiani, 2001, p. 656)

Questa concezione continua anche ne Il Ritorno del Re, in parte trasposta anche nelle scene dell’edizione estesa. Quando Frodo viene catturato e portato a Cirith Ungol, due Orchetti iniziano a litigare per la sua cotta di mithril nanico. Si chiamano rispettivamente Shagrat e Gorbag, e il loro litigio degenera in una rissa, che da la possibilità a Sam di infiltrarsi nella torre. Tra Shagrat e Gorbag la lotta finisce con il primo che pugnala il secondo. Curiosamente, Gorbag compare come boss del livello di Cirith Ungol del videogioco tie-in de Il Ritorno del Re, dove va affrontato impersonando Sam Gamgee.

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Tolkien poi non manca di descrivere accuratamente l’ultima tappa del viaggio di Frodo e Sam dentro Mordor. Per il Professore è occasione perfetta per continuare a indagare sugli atteggiamenti degli Orchetti. Comune denominatore di tutti i dialoghi è come la voce di quanto fatto da Sam a Cirith Ungol si sia sparsa in fretta. Buona parte degli abitanti di Mordor adesso crede che tra di loro si aggiri una sorta di “grande guerriero del bene” (Nano o Elfo, a seconda di chi ne parla) che sta seminando il panico. Gli Orchetti stessi non conoscono gli Hobbit come razza, e li apostrofano semplicemente come “spie” per via appunto delle loro dimensioni minute.

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Frodo e Sam si imbattono in diversi “esempi orcheschi”, tra compari litigiosi e un Uruk-hai che manda avanti a frustate un plotone di Orchetti. In quest’ultimo vengono addirittura coinvolti, riuscendo a scappare poco dopo. Nel film (esteso) de Il Ritorno del Re tutto ciò è reso quando i due Hobbit, ancora travestiti da Orchi, vengono scambiati per disertori da un Orchetto armato di frusta e costretti a mettersi in riga con gli altri. In questo caso riescono a defilarsi dopo aver simulato una rissa.

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L’unico Orco che effettivamente compare in entrambe le versioni del film è Gothmog, luogotenente e comandante in seconda delle armate di Mordor che assediano Minas Tirith. Sulla pagina questo antagonista non ha una razza definita, quindi il suo essere Orchetto nei film è un’altra “licenza poetica” di Peter Jackson. Dopo essere comparso molte volte mentre dava ordini, il suo ruolo si estingue all’arrivo dei Cavalieri di Rohan e conseguente battaglia dei Campi del Pelennor. Al cinema, i fan hanno speculato che sia stato travolto nella carica, e del resto il film stesso lo lascia intendere. Nella versione estesa se ne chiarisce la fine: viene ucciso da Aragorn e Gimli mentre sta cercando di colpire una Eowyn ferita dal combattimento con il Re Stregone.

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Macbeth e la Corona di Angmar

Un’altra scena eliminata ma poi inserita nella versione estesa riguarda il confronto tra Gandalf e il Re Stregone di Angmar. Si tratta di una breve sequenza ambientata tra il momento in cui Pipino informa Gandalf del folle gesto di Denethor e il loro fermarlo. In tale occasione stregone e Nazgûl hanno un piccolo confronto, e quest’ultimo riesce addirittura a infrangere il bastone di Gandalf. Prima che possa far peggio, comunque, il Re Stregone è distratto dall’arrivo dei Rohirrim.

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Probabilmente, di tutti i tagli alla versione cinematografica questo è il più controverso. In sé si tratta di un riferimento al libro: qui il signore degli spettri avanza sul cancello ormai sfondato e fa per affrontare Gandalf, ma i due non hanno tempo per nessuna ostilità in quanto arriva Théoden e i suoi cavalieri. Il motivo per cui a molti fan non piace è proprio il fatto che il Re Stregone distrugga il bastone di Gandalf.

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Molti hanno trovato l’avvenimento come incoerente con il retroterra dei personaggi: Gandalf è un Maiar, ovvero della medesima essenza dei Valar (ovvero le entità create dal grande demiurgo di Arda, Eru Iluvatar). Il Re Stregone invece è uno degli Uomini cui fu dato uno dei nove Anelli creati per la loro razza. Hanno entrambi potenza sovrannaturale, ma in teoria Gandalf dovrebbe essere ben più potente.

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In ogni caso, proprio dal Re Stregone di Angmar proviene la citazione se vogliamo più “raffinata” della trilogia. Quando Eowyn, ancora travestita da uomo sotto il nome Dernhelm, si frappone tra il Re Stregone di Angmar e il morente re Théoden, il re di Angmar dice che nessun uomo vivente può impedirgli nulla. Dunque, Eowyn si rivela dicendo di non essere uomo, ma donna. Molti hanno visto in questo dialogo una citazione al Macbeth di Shakespeare, dove appunto Macbeth si sente al sicuro perché non avrebbe potuto ucciderlo “nessun uomo nato da donna”.

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I tre camei di Peter il Rosa

Chiudiamo con una curiosità che attraversa tutta la trilogia: i camei del regista. Peter Jackson, oltre a dirigere e scrivere (non da solo) i film, ha voluto simbolicamente farne parte. Non a caso fa una comparsata in tutti e tre i film, anche se a volte tali scene hanno visto la luce solo nelle versioni estese.

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In La Compagnia dell’Anello, il regista compare nei panni di un abitante del villaggio di Brea. Qui egli squadra gli Hobbit giunti dalla Contea con sguardo torvo mentre mangiucchia una carota. È un cameo non molto facile da cogliere, in quanto compare per davvero pochi secondi e oltretutto sotto la pioggia battente. Curiosamente riprenderà tale ruolo durante La Desolazione di Smaug, secondo capitolo della trilogia di Lo Hobbit. In merito a quest’ultimo film Jackson ha poi detto che lo considerava come un ruolo un po’ “riciclato”, visto che non c’erano personaggi umani, nessuna parte hobbit era libera e non si sarebbe sentito credibile nei panni di un Elfo.

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Ne Le Due Torri ha un ruolo (si fa per dire) leggermente più esteso: è uno dei difensori di Rohan durante la Battaglia del Fosso di Helm. Lo si vede scagliare un giavellotto contro gli Uruk-hai dalle barricate in legno, finendo addirittura inquadrato in primo piano. Qui è più riconoscibile, anche se il cappuccio di cotta di maglia ne nasconde la capigliatura.

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Infine, la sua apparizione ne Il Ritorno del Re può essere vista solo nella versione estesa. Quando Aragorn, Legolas e Gimli affrontano e sconfiggono i pirati Umbar, Legolas lancia una freccia d’avvertimento. Gimli però gli tocca l’arco, e la freccia così sporcata finisce con il colpire non il nostromo ma uno dei suoi uomini: a interpretarlo è Peter Jackson, stavolta alla luce del sole ma con il volto tatuato e una parrucca con le trecce.

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In tempi recenti è poi diventata famosa su Internet la foto del dietro le quinte che ritrae Peter Jackson insieme a Christopher Lee e Ian McKellen. Una foto che suscita ilarità per il contrasto di abbigliamento: dove i due attori hanno i costumi di scena, Jackson è in abiti informali, con i pantaloni corti e una maglietta polo rosa. Subito Internet si è scatenato: dopo Gandalf il Grigio e Saruman il Bianco, ecco che nasce lo stregone Peter il Rosa.

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Conclusione: il coraggio del giardiniere

Del resto, tutta la produzione de Il Signore degli Anelli è piena di strani aneddoti e atti goliardici. Uno degli ultimi è stato durante la ripresa della scena dell’incoronazione di Aragorn. In questo caso, siccome l’accessorio della corona non era più utilizzabile, Viggo Mortensen ne indossò una di carta. Si cominciarono ad aggiungere ritagli e altre cose alla coroncina, finché non divenne sempre più grande e bizzarra. Ugualmente, la scena in cui tutta la corte di Aragorn si inchina rispettosamente ai quattro Hobbit ha richiesto ben più di una ripresa perché i quattro non riuscivano a smettere di ridere.

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E in effetti, ancor più che nelle pellicole precedenti, Il Ritorno del Re è la rappresentazione plastica di quanto siano in realtà i piccoli a fare la differenza. Da Pipino che salva Faramir a Merry che colpisce il Re Stregone rendendolo vulnerabile, a Frodo che non si libererà mai del tutto del suo fardello. Per finire con Sam Gamgee, il giardiniere che non vuole la guerra ma vi viene trascinato dentro. In questo senso il personaggio di Sean Astin trova l’apoteosi quando, con le ultime forze, si carica sulle spalle il suo padron Frodo. Nel grido “Non posso portare l’Anello per voi… Ma posso portare voi!” c’è forse il momento più alto dell’impresa, l’ultima scintilla di forza in una terra di morte.

Tolkien infatti non ha mai nascosto che il tema principale del libro è proprio la morte. Eppure se Il Signore degli Anelli si chiude con una vittoria epica, con il Male scacciato per sempre, ciò è stato possibile solo grazie all’operato della piccola gente. E anche se tutti ricorderanno soprattutto Frodo Baggins, in realtà la chiusura trionfale della Terza era si deve a un Hobbit giardiniere che voleva solo vedere gli Elfi.

Recentemente è stata resa disponibile la nuova traduzione de Il Ritorno del Re. Se volete fare un confronto diretto, qui trovate l’intera trilogia cinematografica, sia da sola che insieme a Lo Hobbit!