Libri e Fumetti

Ubik: l’irrealtà della morte secondo Dick

Cosa è reale? In questo interrogativo filosofico si può identificare uno dei tratti essenziali della narrativa di Philip K. Dick, nome caro ai cultori della sci-fi letteraria. E non solo, considerato che il romanziere americano è stata anche fonte di ispirazione per la fantascienza del piccolo e grande schermo, da Blade Runner a Minority Report, senza dimenticare L’uomo nell’alto castello o Electric Dream. Non poteva esser diversamente, considerato come Dick abbia saputo interpretare al meglio i grandi interrogativi interiori dell’uomo, declinandoli all’interno della narrativa fantascientifica, spingendosi verso dimensioni spesso angosciose e surreali. Se questa tendenza ha portato alla nascita di piccoli tesori come Ma gli androidi sognano pecore elettriche? o Un oscuro scrutare, è in Ubik, romanzo del 1969, che si ravvedono in modo più completo queste sue visioni.

Philip Dick

Non si può dire di amare Dick se non si legge Ubik, quindi. In questo romanzo, infatti, Dick riesce a condensare non solamente la sua vena narrativa in termini di tematiche e concetti basilari, ma lascia emergere quelle caratteristiche tipicamente fantascientifiche che andranno a comporre il suo corpus letterario. Contrariamente ad altri autori suoi contemporanei che cercano di motivare e dare una spiegazione a certi elementi avveneristici, Dick tratta tecnologia e mutazioni come parte integrante del tessuto sociale, trasmettendo un senso di quotidiano al lettore, che assimila come normali questi dettagli fantasiosi con estrema facilità.

Ubik: l’irreale distopico secondo Dick

Eppure, per Dick facilità è un termine che difficilmente viene usato. I romanzi e i racconti del romanziere tendono a stimolare i lettori, si appellano a una realtà quotidiana percepita e vissuta per poi spingerla in altre direzioni, giocando con il concetto di anticipazione per puntare il dito sulle pecche, sociali e intime, del periodo. In questo senso, va riconosciuto a Dick di essere un interprete unico del suo momento storico, il secondo dopoguerra, le cui ansie e timori impattano in modo feroce sulla psiche dello scrittore, muovendone quindi anche la vena creativa. Che si tratti del pericolo atomico, della cultura beatnik o dell’evoluzione tecnologica, per Dick ogni stimolo diventa una fonte di dubbi e foriera di negatività future che l’autore cerca di esorcizzare tramite la sua narrativa. Suggestioni filtrate da una mente precaria, sottoposta a uno stress farmacologico per una presunta schizofrenia e piagata da un logorante senso di colpa nei confronti della defunta gemella, che accompagnò per tutta la vita lo scrittore

Ubik, nonostante appartenga a una fase produttiva piuttosto travagliata di Dick, offre una delle visioni più complete dell’immaginario dell’autore. Riscritta secondo i canoni della fantascienza, la somma delle angosce e delle manie persecutorie che accompagnavano Dick si incarna in uno dei suoi migliori pseudomondi, ovvero realtà simili alla nostra ma in cui sono presenti elementi distopici che si tramutano in strumenti narrativi potenti.

Philip Dick

Come accade a Joe Chill, impiegato della Runciter Associates, azienda leader nel contenimento psichico di esper e telepati, usati come armi di spionaggio industriale. Chill è un reclutatore di inerziali, esseri dotati di capacità in grado di interagire e fermare le azioni di telepati e precognitivi, ruolo che lo rende prezioso per Glenn Runciter, titolare della Runciter Associates, che per garantirsi i servizi di Chill sorvola su alcune sue piccole pecche personali. Soprattutto, dopo che scopre come sia finalmente possibile infliggere un duro colpo a un’agenzia rivale, dedita all’infiltrazione di spie telepati, in modo da garantirsi un lauto compenso.

Un’idea che viene proposta a Runciter dalla moglie Ella, socia della dita e valida compagna, che ha un solo difetto: è morta. Ella, infatti, è oramai una coscienza che vive in semivita, uno stato mentale poco oltre la morte che consente sporadici contatti con i vivi, grazie ad appositi centri, detti moratorium, in cui i defunti sono conservati in ibernazione. È dalla sua semivita che Ella riesce a dialogare con Glenn, mettendolo sulla pista di questo caso. Una tentazione troppo grossa per la Runciter Associates, che non esita a mandare tutti i suoi migliori agenti, guidati dallo stesso titolare e da Joe Chill, sulla Luna. Durante l’incarico, però, succede l’imprevedibile: un attentato ordito dalla concorrenza uccide Runciter, impedendone il salvataggio in semivita.

Chill deve guidare ora la società in uno dei suoi momenti peggiori, scoprendo come anche la sua stessa realtà stia mutando, regredendo nel tempo e mettendolo di fronte a una sconvolgente verità.

Oltre la morte, oltre la percezione

In Ubik, come detto, Dick ordisce una trama in cui emergono tutti i tratti specifici della sua narrativa, lasciando emergere anche uno specchio della sua vita reale. Scritto nel 1969, il romanzo integra la solita visione pessimistica del mondo che affligge lo scrittore, ma emerge anche la presenza prepotente dell’abuso di droghe, che in quegli anni toccò uno dei massimi picchi per Dick, influenzandone non poco la percezione del reale. Non è un caso che anche i protagonisti di Ubik abusino di sostanza psicotrope, o che il concetto di realtà venga più volte dilatato e attorcigliato attorno a un fulcro narrativo complesso e spesso contorto, ma che non allontana il lettore, anzi avvincendolo per sfidarlo a comprendere quale sia la verità dietro una storia che sembra muoversi su più piani esistenziali.

Philip DIck copertina

Una concezione che Dick sfrutta per ribadire la sua visione della morte come momento di transizione della coscienza, non come fine di tutto. Ubik incarna al meglio questa sua idea, una sorta di liberazione dalla trappola delle percezioni della carne, che nel romanzo viene esaltata dalla teoria che le percezioni possano essere alterate, ingannate nel creare nuove realtà in cui imprigionare una coscienza, in questo caso la semivita. Decenni prima dell’illusione di Matrix, le ansie di Dick lo portano a elaborare una visione inquietante, in cui reale e irreale si confondono, lasciando il dubbio eterno su cosa sia esperibile con certezza assolta.

Filosoficamente interessante, questo suo modus vivendi è figlio di una complessa personalità, che mossa da droghe e precarietà mentale lo guida per tutta l’esistenza, portandolo anche a modificare la sua concezione dei suoi stessi punti saldi, che in opere successive come La Trilogia di Valis, vengono anche ribaltati. Non cambia mai, invece, il suo modo netto e cinico nel descrivere le relazioni umane, mai mosse da autentico sentimento ma sempre utilitaristiche risposte a bisogni animali e mezzi di affermazione. Non potrebbe esser diversamente, visto i trascorsi personali di Dick, che anche in Ubik trasferisce la sua sfiducia nelle donne, valorizzando solamente figure femminili dai capelli neri, alter ego del suo amore immaginario mai incontrato.

Leggere Ubik è un’esperienza complessa ma appagante. La dialettica di Dick si fonda su una scrittura che interpreta al meglio i pensieri dei protagonisti, tanto nei dialoghi quanto nelle descrizioni, avvolge il lettore nel mondo immaginato dall’autore, a tratti soffocandolo con il carico di angoscia e disperazione dei personaggi, creando un torpore mentale che amplifica il senso di spaesamento provato dai protagonisti, preparando il lettore al finale esplosivo.

Philip Dick

Dopo anni, finalmente Ubik è stato riproposto in una nuova edizione da Mondadori, che lo ha meritatamente inserito nella collana Oscar Moderni Cult. Ubik è la prima proposta di una serie di volumi che riporta in libreria i grandi lavori del romanziere americano, pubblicati in un formato comodo da leggere e reso imperdibile da una grafica dal gusto retrò che incarna al meglio le sensazioni della narrativa di Dick, cui si unisce una prefazione di Emanuel Carrère, che contestualizza narrativamente e storicamente l’opera dello scrittore. L’occhio che campeggia sulla copertina di Ubik è un simbolo della percezione visiva dei protagonisti del romanzo, che diventeranno i tramiti emotivi del lettore in una delle rappresentazioni più potenti dell’immaginario di Dick.

Ubik


Ubik è il romanzo simbolo della narrativa di Philip K. Dick, una storia complessa e afffascinante in cui il romanziere americano ci attira, offrendoci uno dei suoi migliori pseudomondi, indagando nell'animo umano con spietato cinismo

Pro

  • Storia avvincente e ricca di spunti
  • Scrittura riflessiva e con dialoghi credibili
  • Introduzione di Carrere ottima per contestualizzare il romanzo
  • Grafica dell'edizione impeccabile

Contro

  • Alcuni passaggi possono risultare troppo cerebrali