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Donnie Darko e la teoria dei viaggi nel tempo

Donnie Darko è Fantascienza e anche cinema indipendente, un prodotto che seppe stupire quando arrivò nelle sale, che convinse la critica dei festival e che ha raccolto fan affezionati in tutto il mondo. Un'opera che può risultare difficile, ma che sa dare molto a chi sa superare i primi ostacoli.

Donnie Darko e la teoria dei viaggi nel tempo

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Nota del curatore. Vidi Donnie Darko quando era già diventato un film piuttosto chiacchierato, la sua trasformazione in cult indipendente già in atto e quasi completa. E mi avvicinai al film di Kelly con un buon carico di scetticismo.

Mi dicevo che sarebbe stata la solita sparata intellettualoide piena di ammiccamenti, di trabocchetti messi lì per farti pensare a qualcosa di profondo ma incapaci di resistere a un'analisi appena meno superficiale del solito.

Mi sbagliavo. Donnie Darko ha saputo segnare la sua epoca e Kelly ha mostrato di avere una sua nota autoriale, un personalismo che sa superare i facili cliché senza scivolare in complicazioni superflue. Il suo linguaggio, riproposto in The Box, funziona.

Grazie ad Elena Di Fazio, dunque, che ha trovato il tempo di scrivere l'articolo che state per leggere e che mette nella giusta luce quello che, in effetti, è stato un piccolo capolavoro del cinema indipendente e che rappresenta, quasi vent'anni dopo, ancora qualcosa che vale la pena di riguardare e di ridiscutere.

Elena che, ci tengo a sottolinearlo prima che iniziate a leggere, ha saputo raccontare le qualità di questo film, almeno alcune, senza togliere proprio nulla al piacere di una prima visione - per chi non lo avesse ancora visto.  Persino io, che amo e cerco gli spoiler, non posso che apprezzare l'incredibile delicatezza di questa autrice. Spero tanto che presto vorrà tornare a farci compagnia su Retrocult. Buona lettura!

Valerio Porcu

La notte del 2 ottobre 1988 il motore di un aereo apparso dal nulla precipita sulla casa della famiglia Darko, distruggendo la stanza del figlio Donnie. Il ragazzo però non è a letto: una voce allucinatoria lo ha condotto fuori dall'abitazione e gli ha dettato una sequenza di numeri che sembra un inquietante countdown. Il mondo finirà tra ventotto giorni, o Donnie è solo vittima della propria schizofrenia?

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Donnie Darko ha sempre avuto quell'allure un po' misteriosa, come un oggetto alieno precipitato da un'altra dimensione. E, in quanto tale, ha faticato non poco per essere capito e apprezzato per ciò che è: un cult coi fiocchi, un piccolo gioiello di scrittura e regia, che sfugge le classificazioni di genere e crea un piccolo "universo espanso" necessario a fornire le giuste chiavi interpretative.

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Correva l'anno 2000 quando il regista esordiente Richard Kelly (che firmò poi anche The Box) girò la pellicola in ventotto giorni: neanche a dirlo, gli stessi che trascorrono all'interno della storia. Presentato nel gennaio 2001 al Sundance Film Festival, rischiò di finire nel circuito direct-to-video, finché (grazie alla Flower Films di Drew Barrymore, tra i protagonisti dell'opera) non fu programmata la release cinematografica per il 26 ottobre dello stesso anno.

Ma la Storia e la Sfiga entrarono in gioco e la tragedia dell'11 settembre rese poco appetibile un film che parlava (anche) di disastri aerei: motivo per cui Donnie Darko ebbe promozione pressoché nulla e incassi scarsissimi. Malgrado ciò, fu acclamato dalla critica e inserito dall'Empire nella lista dei cinquanta migliori film indipendenti di tutti i tempi. Nel 2004 fu pubblicato un director's cut e l'opera fu presentata fuori concorso a Venezia: è così che, finalmente, nel novembre di quell'anno abbiamo potuto vederlo nelle sale cinematografiche italiane.

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Tutto in Donnie Darko concorre a farne un gioiellino. L'ambientazione anni '80, curatissima nei dettagli e lungi dall'essere un banale tocco di colore; le buone scelte di casting, dall'allora giovanissimo Jake Gyllenhaal a Patrick Swayze nel ruolo di un sinistro life coach motivazionale; il tocco visionario di Richard Kelly, che malgrado fosse un esordiente di venticinque anni riuscì a dare al film una regia sicura, intelligente e matura. Agli anni '80 si collega anche l'azzeccata colonna sonora, in particolare la cover di Mad World dei Tears for Fears eseguita da Gary Jules, che all'uscita del film ebbe ottimi riscontri nelle classifiche anglosassoni, contribuendo a dare un po' di visibilità all'opera.

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La particolarità principale di Donnie Darko è, forse, anche il suo neo. All'interno della storia viene citato un libro, La filosofia dei viaggi nel tempo di Roberta Sparrow: un testo che il protagonista riceve dal suo insegnante di scienze e sul quale di fatto si basa l'intera architettura del film. Il libro è un'opera fittizia che poi fu pubblicata sul sito ufficiale del film, ma senza averlo letto è praticamente impossibile comprendere alcuni meccanismi dell'intreccio.

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Ciò lascia lo spettatore ‒ almeno a una prima visione ‒ completamente spaesato. È solo dopo aver letto la teoria (anch'essa fittizia) su cui si basa che è possibile guardarlo di nuovo e capirne davvero il senso; e non parlo di sottotesti o altri livelli di significato, ma del puro e semplice susseguirsi degli eventi. Ciò implica un riferimento importante a un universo espanso che va oltre il film. Ai tempi non era un'operazione nuova (il primo esempio che mi viene in mente è The Blair Witch Project), ma neppure così chiara e immediata.

Per capire davvero Donnie Darko, insomma, occorre guardarlo, poi leggere "La teoria dei viaggi nel tempo", poi guardarlo di nuovo. Ne vale la pena? Neanche a dirlo, certo che sì. Perché è un film di cui ci si innamora, cesellato con cura, ricco di sfumature, unico nel suo genere, un cult a tutti gli effetti; che ha a sua volta ispirato altre opere interessanti, ultima fra le quali l'acclamata serie tedesca "Dark". E tu, perché indossi quello stupido costume da coniglio?

Elena di Fazio

Nata a Roma nel 1983 e laureata in Teorie della Comunicazione, lavora dal 2007 in campo editoriale con Studio83 - Servizi Letterari. Appassionata di fantascienza, cura (insieme a Giulia Abbate) la collana di social sci-fi "Futuro Presente" per Delos Digital. Nel 2017 ha vinto il Premio Odissea con il suo primo romanzo, Ucronia (Delos Books/Delos Digital).

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Retrocult è la rubrica di Tom's Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C'è un'opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

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