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Facebook e Polizia: guai in Brasile, collabora in Italia

Facebook ha aperto un server agli investigatori dell'antimafia, ma in Brasile rifiuta di concedere dei dati e viene arrestato il Vice President dell'area.

Facebook e Polizia: guai in Brasile, collabora in Italia

Quando si parla di privacy, il dibattito è sempre molto caldo, ma ci sono dei paletti che non si devono oltrepassare.

Inizia a capirlo in queste ore, probabilmente, il vice president di Facebook in America Latina, Diego Dzodan, arrestato a San Paolo con l'accusa di coinvolgimento in attività criminale.

Il reato contestato deriva dal fatto che l'azienda ha rifiutato di fornire dei dati alla corte brasiliana relativamente ad alcuni profili di Whatsapp coinvolti in una indagine sul narcotraffico.

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Il vice presidente di Facebook in America Latina potrebbe esser stato arrestato per non aver consegnato dei dati che non ha. Un caso che apre uno scenario nuovo e tutto da analizzare.

Già nel dicembre del 2015 un ordine della stessa corte aveva causato l'interruzione in Brasile del servizio di Whatsapp per 48 ore, sempre perché la società si era rifiutata di concedere dei dati alla Polizia locale, e stavolta il giudice si è spinto oltre, probabilmente considerando "recidivo" il comportamento dell'azienda.

Un portavoce di Facebook ha definito "sproporzionata" la misura presa nei confronti del manager di Facebook, soprattutto se si considera che Whatsapp è una entità che opera in maniera autonoma da Facebook, nonostante sia stata acquisita dal famoso social network nel 2014.

La linea di difesa di Facebook, comunque, punta sul fatto che i dati richiesti dalla corte brasiliana non siano in realtà in possesso dell'azienda e questo potrebbe aprire un nuovo fronte dal punto di vista della legislatura perché in futuro il social network potrebbe esser costretto a richiedere una registrazione meno "facilona" di quella necessaria al momento per usare la piattaforma.

Inoltre, Facebook ribadisce che ha sempre pienamente collaborato con la giustizia, cosa che trova conferma anche nella recente vicenda che ha visto il social network aprire un server agli investigatori italiani dell'antimafia impegnati nella incessante caccia a Matteo Messina Denaro, il super latitante.

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Matteo Messina Denaro è latitante da così tanto tempo che le foto sono ormai anacronistiche e si usano come riferimenti dei possibili ritratti "invecchiati".

La settimana scorsa, infatti, a seguito di una richiesta internazionale e di un lungo iter burocratico, Facebook ha acconsentito a installare un server nell'ambasciata americana in Italia per consentire agli investigatori di recuperare i dati delle chat eventualmente ancora disponibili legati ai profili aperti dalla sorella del super boss.

Tramite queste identità fasulle, la donna adesso agli arresti si teneva in contatto con il fratello, dal quale riceveva istruzioni da passare ad altri esponenti della malavita siciliana e si spera che recuperare quelle conversazioni possa fornire qualche indizio alla procura di Palermo.

Tutta questa abbondanza di casi giudiziari incentrati sul recupero di dati e informazioni rischia di creare confusione su quali aziende collaborino con la giustizia e quali no.

In particolare, il caso dei dati sui server non va confuso con quelli relativi ai dati presenti invece su dispositivi privati.

Anche Apple, alla ribalta della cronaca in questi giorni perché si è rifiutata di craccare l'iPhone di proprietà del terrorista americano Syed Farook, è solita collaborare con la giustizia per quello che riguarda i dati che ha in casa.

Il contenuto del backup dell'iPhone, infatti, è stato consegnato già da tempo agli investigatori dell'FBI, mentre l'opposizione riguarda solo i dati contenuti nel telefono e ancora non sincronizzati.

Una operazione che, tra l'altro, è negata da Apple ma venduta come servizio da altre società, come quella che ha recuperato una parte dei dati presenti nell'iPhone di Alexander Boettcher, il famigerato aggressore che ha tentato di sfigurare con l'acido l'ex compagno della sua amante Marina Levato.

In quel caso, però, l'iPhone 5 craccato montava ancora la versione 8 di iOS, per la quale sono disponibili dei software in grado di aggirare le protezioni, mentre per la versione 9 presente sull'iPhone del terrorista americano non sono disponibili software analoghi.

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