Ghost in The Shell, la Donna segreta del secondo film

Nota del curatore

retrocult

Siamo tutti cyborg dice Donna Haraway nel saggio citato da Silvia Milani nell'articolo di oggi. Forse è vero già oggi, se accettiamo che smartphone, computer e altri aggeggi siano in qualche modo un'estensione o una modifica di ciò che siamo, concettuale se non altro. Alcuni di poi possono dire di essere gli stessi con o senza questi oggetti; altri invece sarebbero diversi.

Se è così, d'altra parte, siamo ancora in una fase primordiale, grezza. Un momento in cui l'umano e la macchina si toccano ma non sono ancora fusi in modo irreversibile. Se accadrà, quando accadrà, che cosa sarà di noi?

Cambierà il modo in cui ci guardiamo, ci misuriamo, parliamo gli uni degli altri? Certamente, ma il modo in cui avverranno questi cambiamenti è misterioso. Certo, possiamo dare per scontato che le differenze economiche continueranno a pesare, e che il postumano ricco sarà avvantaggiato rispetto al postumano povero.

Ma nell'essere tutti cyborg potremmo forse trovare una nuova onda parificatrice, qualcosa che ci aiuti a superare differenze che oggi ci sembrano insormontabili. Il progresso tecnologico, quando è anche culturale, può davvero renderci migliori da questo punto di vista, perché capaci di andare oltre i nostri attuali orizzonti.

Sempre che, nel diventare tutti cyborg, non nascano anche nuove caste e nuove categorie. E allora forse superare le dicotomie odierne sarà stato un balzo in avanti potente quanto inutile, perché ci avrà portato in una nuova stagnazione alimentata di differenze.

Un futuro alla Ghost in the Shell, appunto, che potremmo prevenire usando saggiamente le tecnologie che via via ci rendono effettivamente capaci si superare i nostri limiti. Ma, per ora, non c'è tecnologia che ci possa insegnare quanto sia superfluo, o persino dannoso, creare nuove differenze e nuove dicotomie per sostituire quelle che riusciamo a superare.

Valerio Porcu

 

Ghost in The Shell, filosofia vagamente dantesca

Sono una devota di Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, ammiro il modo in cui quest'opera di genio - e in particolare il secondo lungometraggio, Innocence - fa entrare in dialogo nel proprio universo narrativo, in un giocoso vortice d'animazione e di pensiero, le citazioni più sapienti, per restituire alle scene e alle ambientazioni un sapore non soltanto storico-descrittivo, ma anche un certo senso allegorico-finalistico, al limite del contrappasso.

Ghost in the Shell 2 - L'attacco dei cyborg  
Titolo originale Ghost in the Shell 2: Innocence
Anno 2004
Regista Mamoru Oshii
IMDB 7.6
Rotten Tomatoes - critici top 70
Rotten Tomatoes - tutti i critici 64
Rotten Tomatoes - Pubblico 80
Metascore (critica) 66
Metacritic (pubblico) 7.6

Molti potrebbero pensare a quest'affermazione come al frutto di un protratto fanatismo nei confronti di immaginari un po' troppo praticati in gioventù, come al risultato di quelle monomanie egoiche tanto frequenti intorno ai vent'anni - l'età in cui vidi per la prima volta Innocence.

Esperienze che talvolta certi adulti non più ventenni faticano a ridimensionare e che, per questo stesso motivo, si trasformano nel perno indiscusso di ogni loro argomentazione e l'ossessione madre di ogni loro discorso, anche il più banale.

Vorrei rassicurare i Molti che trovano esagerato paragonare Ghost in the Shell di Oshii ad un'opera d'impronta allegorica-finalistica dal vago sapore dantesco, che sono troppo intellettualmente pigra per coltivare qualsiasi fanatismo o qualsivoglia monomania ultrarazionale.

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Ghost in the Shell si può qualificare come opera allegorico-didascalica tendente più al genere del dialogo filosofico - alla maniera della Divina commedia di Dante e dell'Eva futura di Villiers de l'Isle-Adam, per intenderci - anziché al mero film d'animazione fantascientifico o al un nipponico blockbuster d'intrattenimento. Non potendo analizzare passo passo tutta quanta l'opera per dimostrarlo in modo sistematico, ho scelto di esporre un solo, efficace esempio.

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