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Coinhive addio. Permetteva ai siti di minare criptovalute usando la vostra CPU

L'hard fork e il crollo del valore del Monero portano Coinhive, il servizio che usa la CPU dei visitatori dei siti per minare, alla chiusura.

Nell’ultima parte del 2017 emerse il fenomeno dei siti che minavano criptovalute usando la potenza di calcolo delle CPU dei visitatori, tramite il caricamento di alcuni script nella pagina visualizzata dal browser. Gran parte dei siti si avvaleva di un servizio in particolare, Coinhive. Ebbene, Coinhive si prepara a chiudere i battenti.

Sul proprio blog il team di Coinhive ha annunciato che il servizio sarà chiuso l’8 marzo. “Alcuni di voi potrebbero averlo capito in anticipo, altri potrebbero rimanerne sorpresi. È stata presa una decisione. Interromperemo il nostro servizio l’8 marzo. Nel corso corso degli ultimi 18 mesi abbiamo lavorato a questo progetto ma, a essere totalmente onesti, non è più economicamente redditizio“.

Il calo nell’hash rate (oltre il 50%) dopo l’ultimo hard fork di Monero ci ha colpito duramente. E così anche il crollo del mercato delle criptovalute con il valore di XMR sceso di oltre l’85% in un anno. Questo, insieme all’annunciato hard fork e all’aggiornamento dell’algoritmo della rete Monero il 9 marzo ci ha portato alla conclusione che dobbiamo interrompere Coinhive”.

Un Monero sta ora a 49 dollari circa, rispetto al massimo di 425 dollari raggiunto nel gennaio 2018. L’idea dietro a Coinhive era quella di consentire ai siti di monetizzare le visite dei propri utenti, in un’era storica in cui molti lettori usano strumenti per il blocco delle pubblicità. Poteva trattarsi anche di una soluzione interessante, ma da molti siti non fu ben implementata, perché il mining occupava una capacità di calcolo quasi sempre eccessiva delle CPU, bloccando il PC degli utenti. Quest’ultimi, peraltro, erano ignari della cosa e non potevano nemmeno controllarla.

Vi fu poi il problema degli hacker, che iniziarono a inserire gli script per il mining di Monero nei siti che bucavano, facendo così ulteriore cattiva pubblicità a Coinhive. Una situazione che però non fu affrontata veramente da quest’ultima, in quanto guadagnava il 30% su quanto minato (lasciando il resto a chi aveva implementato lo script).

La chiusura di Coinhive non significa che il mining di criptovalute via browser sia definitivamente morto, ma oggi è diventato più raro imbattersi in sistemi simili, anche se nel 2018 c’è stato un vero e proprio boom secondo rapporti come l’IBM X-Force Threat Intelligence Index.

Coinhive controllava oltre il 60% del mercato totale del “cryptojacking”, quindi la sua chiusura avrà un impatto. Il calo del mercato delle criptovalute scoraggia comunque iniziative di questo genere, ma sul futuro non vi è certezza. D’altronde per gli hacker inserire uno script nei siti che bucano non è un problema, e un guadagno, seppur minimo, fa sempre gola.