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I nuovi hard disk potrebbero basarsi su silicio e idrogeno

Gli scienziati dell'università di Alberta hanno presentato un nuovo metodo di salvataggio dei dati che consiste nel salvare "zero" o "uno" in base alla presenza o assenza di atomi di idrogeno.  La densità dei dati risultante è un valore mai raggiunto prima: si parla di 1.2 petabits (circa 138 terabytes) per pollice quadrato, circa 1000 volte maggiore di quella degli attuali HDD e SSD e 100 volte quella dei blu-ray. Ciò è stato possibile anche grazie alle dimensioni dell'atomo di idrogeno, dotato di un diametro di soli 0.5 nanometri.

Esperimenti simili erano già stati tentati in passato, con le informazioni che venivano salvate in singole molecole o anche singoli atomi. Queste soluzioni erano però inadottabili in quanto necessitavano di sistemi operanti in condizioni di vuoto estremo e a temperature vicine allo zero assoluto.

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Il numero "150" e una foglia di acero salvati con questa tecnica. La barra nera, usata come scala, misura 5nm

Questa nuova tecnologia sembrerebbe invece pensata per funzionare anche a temperature normali e sarebbe in grado di conservare i dati per oltre 500 anni. Per ottenere questi risultati, i ricercatori avrebbero usato un microscopio a effetto tunnel per rimuovere o rimpiazzare i singoli atomi di idrogeno posizionati su un substrato di silicio.

Il team, guidato da Roshan Achal e Robert Wolkow, ha dimostrato questa tecnologia creando una cella di 192-bit e inserendovi una interpretazione della colonna sonora del celebre Super Mario Bros. Per dimostrare invece le capacità di riscrittura hanno creato una cella da 8-bit in cui hanno salvato, una per una, le lettere dell'alfabeto, rappresentate con i rispettivi codici ASCII.

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le memorie da 8-bit (A) e 192-bit (B) usate nei test. le barre nere misurano 3nm (A) e 4nm (B).

Secondo i ricercatori tuttavia la velocità di scrittura è bassa, si parla di un periodo compreso tra i 10 e i 120 secondi per ogni lettera. Il fatto però che questa tecnologia sia basata sul silicio e usi materiali facilmente interfacciabili con i semiconduttori esistenti fa ben sperare per quanto riguarda una futura automazione del processo. Secondo Wolkow infatti la produzione su scala atomica è sul punto di diventare commercialmente attuabile.

Se siete interessati allo studio completo, lo potete trovare su Nature.


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