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Italiani iperconnessi, ma il digital divide non arretra

Dopo il severo confinamento fisico della primavera 2020 e con il proseguire delle aperture a singhiozzo di questi mesi, sono sempre di più le ricerche che analizzano come le nostre abitudini digitali si siano modificate – è il caso di un sondaggio condotto da Avira in Francia, Italia e Germania lo scorso autunno. Ma per comprendere appieno le nostre abitudini digitali, alla luce delle profonde differenze che intercorrono tra la fruizione da desktop a mobile, è anche necessario provare a delineare quali device adoperiamo e in che modo.

Toluna, principale piattaforma di consumer insight sul mercato italiano, in collaborazione con UPA, Utenti Pubblicità Associati, ha condotto un sondaggio per indagare l’esperienza quotidiana delle famiglie italiane nell’uso di device tecnologici. La ricerca ha coinvolto un campione di 1000 persone con età, stili di vita, competenze, aree geografiche di residenza, accesso alla rete differenti. Gli esiti confermano alcune ipotesi (e luoghi comuni) sulle nostre abitudini e fanno emergere altri dettagli interessanti.

Il device più usato dagli italiani è lo smartphone, marcato stretto dal computer. Secondo quanto riferito dai partecipanti, lo smartphone è anche il device più usato in ogni momento della giornata. Il “telefonino” è davvero onnipresente: il 57% degli intervistati racconta di guardarlo già al risveglio o dopocena, con il 39% che arriva a dare un ultimo sguardo pochi istanti prima di andare a dormire. I picchi di utilizzo si verificano però nel corso della mattinata e del pomeriggio, quando il 70% dei partecipanti riferisce di “buttare l’occhio” – anche quando si è al lavoro. Nel weekend l’uso tende a modificarsi leggermente, sebbene un intervistato su tre confessi di non riuscire a “staccarsi” del tutto neanche durante pranzo e cena.

Per quanto riguarda i computer, avrete notato che purtroppo il sondaggio racchiude desktop e laptop in un’unica categoria – come accade nel sondaggio mensile di Steam. In base all’analisi condotta da Digitime Research sulle vendite hardware internazionali, però, possiamo ipotizzare che anche in Italia il mercato dei notebook superi quello desktop. Interessante notare anche i numeri quantitativi di questi device: il 46% degli intervistati riferisce di avere più di sette device digitali in casa, mentre l’11% arriva fino a dodici device. Questa percentuale include una gran parte delle famiglie con figli che studiano, mostrando l’incisività della DAD sugli acquisti e le abitudini digitali dell’ultimo anno.

Continuano a resistere anche gli evergreen dell’industria dell’intrattenimento contemporanea: la radio è ascoltata dal 49% degli intervistati, mentre la televisione sfiora il 64%. Questi prodotti sono anche considerati delle tecnologie da usufruire “in condivisione”, sia di contenuti tradizionali che digitali. Per questo, tra le televisioni, il 57% dei partecipanti afferma di aver acquistato una smart-tv e di usarla per godere dei programmi on demand. Le piattaforme a pagamento predilette dagli italiani sono Amazon Prime (54%), Netflix (46%) e SKY (29%), con una media di 2,4 abbonamenti per famiglia. Ciò nonostante il 18% dei partecipanti non cede e dichiara di non aver sottoscritto alcun abbonamento on demand.

Non tramonta, invece, l’amore per lo zapping. Anche sui nuovi device gli intervistati riferiscono di “zompare” da una piattaforma all’altra. I contenuti on demand sono fruiti soprattutto da dispositivi digitali, piuttosto che dalla smart-TV o dallo smartphone: in testa ci sono i tablet (usati dal 66% degli intervistati, un dato su cui pesa anche il ruolo delle famiglie), seguiti da PC e laptop (64%). Si riconferma anche il tradizionale gap generazionale nell’uso delle tecnologie: tra under e over 55 si delinea un notevole scarto rispetto all’uso dei device e alla loro condivisione. I giovani sono “più smart”, cioè più avvezzi all’uso, e anche più “individualisti”. I secondi, d’altro canto, seguono abitudini più note: 1 intervistato su 3 dichiara di accendere la radio di mattina e 1 su 2 la TV di sera, soprattutto durante la cena o in prime-time. In coda compaiono anche gli e-book e gli smart speaker, usati frequentemente solo dal 30% degli intervistati. Nessuna informazione riguardo le tipologie di abbonamento a internet sottoscritte, ma crediamo che – per sostenere questo carico di consumi virtuali – sia necessario dotarsi di un modem di alta qualità, considerando anche di sostituire quello fornito dal provider. Se cercate suggerimenti, vi consigliamo di leggere la nostra guida all’acquisto del router.

Il sondaggio, però, non tiene in considerazione altri aspetti del vivere digitale. La fruizione di contenuti e l’uso di questi apparecchi, con l’eccezione dei tradizionali radio e televisione, dipende fortemente dalla qualità della propria rete casalinga. Secondo il Digital Quality of Life Index 2020, report annuale stilato dal provider di servizi VPN e di anonimato SurfShark (servizi per qualsiasi piattaforma, compreso l’immortale Windows 95), la qualità della vita in Italia dal punto di vista dei servizi digitali, il livello delle infrastrutture a banda larga e della cybersicurezza, dei servizi internet erogati dagli enti pubblici non è elevato: il nostro paese è infatti ventesimo in classifica, con un trend negativo che l’ha vista perdere ben undici posizioni rispetto al 2019. Quali sono le cause di questo scivolone?

Le cause sono dovute a una media, non matematica, di punti a favore e di gravi mancanze. Tra le prime citiamo la sostenibilità economica della connessione a internet, superando gran parte degli stati europei occidentali e settentrionali, e il livello di sicurezza elettronica garantito al cittadino. Le principali debolezze, invece, sono la qualità delle infrastrutture elettroniche e la qualità delle connessioni (posizioni 54 e 41, rispettivamente). Questi dati confermano il grave digital divide che caratterizza il nostro paese.

Una situazione “a macchia di leopardo”, che presenta squilibri notevoli. Secondo dati Istat riferiti al bienno 2018-2019, in attesa di aggiornamenti per il 2020, il 76,1% delle famiglie italiane dispone di un accesso a Internet. Di queste la maggioranza (74,7%) dispone anche di una connessione a banda larga. La qualità della connessione di queste famiglie, secondo un’analisi di SosTariffe.it, è aumentata notevolmente nell’ultimo anno: la velocità media di download nelle regioni ha subito un incremento medio del 22,68%.

Questi dati, però, non riescono a delineare correttamente il quadro del rimanente 23,6% della popolazione, che non solo non è detto abbia un accesso di qualità alla rete ma che potrebbe essere sprovvista dei device necessari per usufruire (o averne in numeri esigui e non bastati per un uso contemporaneo, come verificato in numerose scuola primarie con la DAD). Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e dell’AGCom per il 2020, elaborati e pubblicati da IlSole24Ore in occasione del primo decreto Ristori, sono più di 330.000 gli studenti italiani senza alcun device per la formazione. Un’ulteriore incognita è rappresentata dagli abitanti di quei piccoli comuni, situati sulle isole o in aree impervie come la riviera ligure, che rischiano di non poter accedere a tutti i servizi telematici della Pubblica Amministrazione.

La PA rappresenta un caso lampante dell’aggiornamento “scomposto” adottato dall’Italia. La pandemia ha certamente accelerato alcune transizioni digitali, in particolare nell’adozione del sistema unico di accesso con identità digitale (Spid) e del sistema di pagamenti elettronici per i servizi della Pubblica amministrazione (Pago PA), che ora contano rispettivamente poco meno di 20 milioni di utenti e un tasso di crescita delle transazioni del +87% – entrambi i dati, però, sono anche influenzati dall’essere obbligatori per iscriversi ai concorsi pubblici banditi negli ultimi anni. Al contempo, i dati Eurostat sono scoraggiati: l’Italia è penultima nella classifica d’utilizzo dei servizi dell’eGovernment, laddove solo il 19% dei cittadini afferma di ritenerli utili e di facile accesso.

Questi dati sono confermati anche dal DESI 2020. L’analisi di livello regionale tenuta annualmente dall’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano in collaborazione con Agcom, Cisis, regione Emilia-Romagna, regione Piemonte e le in-house ART-ER e CSI Piemonte conferma che, al netto dei miglioramenti determinati dalla straordinarietà del momento, il gap del digital divide tra regioni sia ancora forte e anche le regioni più avanzate siano connotate da una qualità dei servizi inferiori ad altre aree europee.

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