Il sistema innovativo italiano mostra evidenti segnali di affaticamento, nonostante il patrimonio di competenze e capacità che tradizionalmente caratterizza il tessuto produttivo nazionale. I numeri parlano chiaro e delineano uno scenario che richiede interventi strutturali urgenti. La posizione al 28° posto nel Global Innovation Index 2025 e il 14° posto nell'European Innovation Scoreboard 2025 collocano l'Italia nella categoria dei Moderate Innovators, con una performance che raggiunge appena il 93% della media europea.
Il paradosso è evidente quando si analizzano i punti di forza del Paese: infrastrutture digitali competitive, un comparto industriale solido e università di eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Tuttavia, questi asset non riescono a tradursi in un sistema innovativo efficiente. Il problema principale risiede nella frammentazione tra i diversi attori dell'ecosistema, con un collegamento insufficiente tra ricerca accademica e realtà produttiva, particolarmente critico nel mondo delle piccole e medie imprese.
L'evento organizzato dalla Fondazione Restart lo scorso 10 ottobre a Torino, in collaborazione con ANFoV e Il Quadrato della Radio, ha riunito oltre ottanta protagonisti dell'economia e dell'innovazione italiana. CEO di aziende, rappresentanti di startup e istituzioni si sono confrontati sulle strategie per costruire alleanze concrete, nell'ambito del programma RESTART finanziato dall'Unione Europea attraverso il NextGenerationEU-PNRR, specificamente sulla Missione 3 dedicata a "Innovazione e Trasferimento Tecnologico".
I dati sulla spesa in ricerca e sviluppo del 2023 rivelano tendenze contrastanti che spiegano il rallentamento sistemico. Pur registrando una crescita complessiva del 7,7% e raggiungendo i 29,4 miliardi di euro, la distribuzione degli investimenti mostra una polarizzazione preoccupante. Le università hanno incrementato la spesa del 14,5%, le istituzioni pubbliche del 9,9%, ma le piccole imprese hanno ridotto gli investimenti del 2,3%. Un dato particolarmente significativo emerge dall'analisi della spesa privata: oltre l'80% proviene da imprese appartenenti a gruppi multinazionali, e di questi la metà ha sede all'estero.
Roberto Sabella, Marco Baldi e Adele Del Bello hanno contribuito durante l'incontro torinese a delineare un percorso alternativo basato sulla cooperazione. La proposta di un Patto per lo sviluppo emerge come necessità imprescindibile per riconnettere in modo organico i tre pilastri dell'innovazione: mondo accademico, sistema produttivo e pubblica amministrazione. Solo attraverso questa sinergia sarà possibile colmare il divario che separa l'Italia dalle potenze globali come Stati Uniti e Cina.
La riflessione trova conferma nelle teorie economiche premiate di recente con il Nobel. Joel Mokyr, docente alla Northwestern University e alla Tel Aviv University, ha dimostrato come crescita economica e innovazione siano indissolubilmente legate quando la conoscenza scientifica e quella imprenditoriale si alimentano reciprocamente. Il modello italiano delle PMI, storicamente protagonista dello sviluppo economico nazionale, necessita oggi di una trasformazione che le renda capaci di assorbire e generare innovazione tecnologica.
La difficoltà delle piccole e medie imprese nell'investire in ricerca non deriva necessariamente da mancanza di visione, ma da ostacoli strutturali che impediscono l'accesso alle competenze, alle risorse e alle reti necessarie. La concentrazione degli investimenti in R&S all'interno di grandi gruppi multinazionali crea un circuito chiuso che esclude una parte significativa del tessuto produttivo nazionale. Costruire ponti tra questi mondi separati rappresenta la sfida principale per riattivare il motore dell'innovazione italiana.
L'incontro torinese ha posto le basi per trasformare analisi e proposte in azioni concrete, valorizzando gli strumenti già disponibili attraverso i fondi europei e il PNRR. La consapevolezza digitale del Paese passa necessariamente attraverso la capacità di fare rete, superando individualismi e logiche di breve termine. Le tecnologie emergenti offrono opportunità straordinarie, ma richiedono un approccio sistemico dove università, imprese e istituzioni lavorino con obiettivi condivisi e complementari, invertendo finalmente la tendenza al rallentamento che rischia di compromettere il futuro competitivo dell'Italia.