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Supermicro: abbiamo controllato, nessuna traccia del chip cinese di spionaggio

Supermicro Computer ha dichiarato di non aver trovato tracce di hardware pericoloso nelle sue motherboard attuali né sui modelli precedenti. È questa la conclusione dell’indagine affidata a consulenti esterni, in risposta al reportage di Bloomberg che fece scalpore qualche settimana fa, secondo il quale i sistemi di Supermicro, Amazon ed Apple (e altri) sarebbero “infetti” da un microchip spia.

Supermicro ha scelto di informare i propri clienti e il mondo con un aggiornamento pubblico sulla vicenda, rinnovando le contestazioni già arrivate a suo tempo anche da parte di Apple ed Amazon, oltre che dalle autorità cinesi.

Un articolo di Reuters aggiunge che l’analisi indipendente sarebbe stata affidata a Nardello&Co, e che Supermicro ha attivato con i suoi clienti un canale per chi volesse ulteriori dettagli. “Nardello”, scrive Joseph Menn per Reuters, “ha testato campioni di motherboard in produzione e le versioni vendute ad Apple e Amazon […]. Ha esaminato anche il software e i progetti, senza trovare componenti non autorizzati o segnali inviati”.

Nessuna agenzia governativa“, aggiunge la lettera dell’AD Supermicro, Charles Liang, “ci ha mai informati riguardo il ritrovamento di hardware pericoloso nei nostri prodotti; nessun cliente ci ha mai informati riguardo il ritrovamento di hardware pericoloso nei nostri prodotti; e non abbiamo mai trovato prove di hardware pericoloso nei nostri prodotti”.

“L’annuncio di oggi”, continua Liang, “dovrebbe mettere a tacere le accuse infondate sulle motherboard Supermicro”. Un’affermazione che per il momento non ha smosso la situazione: Bloomberg Newsweek non ha ritirato l’articolo né ha ritrattato le accuse, e fino a poco tempo fa difendeva la propria posizione.

Non hanno tuttavia pubblicato ulteriori prove, e questo non significa che non le abbiano: un servizio investigativo come questo si intreccia necessariamente con le indagini ufficiali, se esistono, e in questi casi spesso la pubblicazione deve sottostare alle richieste degli inquirenti. Oppure potrebbe essere una scelta strategica – nel qual caso scopriremo presto se Bloomberg ha in mano qualcosa di concreto oppure no.

Altro dettaglio rilevante, le aziende coinvolte si sono limitate a dichiarazioni pubbliche, senza però procedere a denunce formali a due mesi dalla pubblicazione. Forse la ragione è che nessuno nessuno vuole innescare una vera e propria indagine pubblica, che insieme ai panni sporchi di uno metterebbe in piazza anche quelli dell’altro.

Al momento la situazione resta dunque in sospeso. Da una parte gli accusati hanno fatto fronte comune nel puntare il dito verso Bloomberg: dicono che sono i reporter ad aver preso una cantonata. Dall’altra Bloomberg pare inamovibile. Fino a nuovi e determinanti sviluppi ognuno dovrà scegliere autonomamente di chi fidarsi. Voi chi scegliete?

Spiare non è bello ma farlo in casa propria è legittimo. È anche semplice con una videocamera IP.