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Tim Cook (Apple) tiene alla privacy ma anche ai soldi di Google

Il dirigente dell'azienda californiana prevede regole più rigide anche negli Stati Uniti, ma fatica a difendere le scelte dell'azienda.

Le autorità statunitensi finiranno per varare leggi più rigide in materia di dati personali, e a farne le spese saranno i grandi colossi hi-tech come Google o Microsoft. A dirlo è l’AD di Apple Tim Cook, società che da anni promuove sé stessa come quella che più di tutti tutela la privacy dei propri utenti. Cook ha però risposto con difficoltà a chi gli ha domandato perché continuino a usare Google come motore di ricerca predefinito su Safari per iOS e MacOS.

“In genere non sono a favore delle regolamentazioni”, ha affermato Cook, “Credo fermamente nel libero mercato. Ma dobbiamo ammettere quando il libero mercato non funziona. E non ha funzionato in questo caso. Credo che sia inevitabile in futuro un qualche tipo di regola”.

Cook parla degli Stati Uniti, dove le normative in fatto di tutela dei dati personali lasciano molta più libertà di azione rispetto all’Unione Europa, dove dal maggio 2018 è in vigore il GDPR (General Data Protection Regulation). L’AD di Apple aggiunge poi che “non è questione di privacy contro profitto, o privacy contro innovazione tecnica. È una falsa scelta”.

Difficile non vedere nelle parole di Cook un attacco indiretto ai concorrenti, che spesso e volentieri hanno ostacolato le norme sulla privacy citando proprio il profitto e l’innovazione come ragioni per avere le mani libere. Concorrenti come Google, ma anche altre aziende non in diretto contrasto con Apple come per esempio Facebook. Il mese scorso il dirigente aveva parlato della raccolta dati come “sorveglianza” e “arma usata contro di noi”.

Tim Cook (immagine: Apple)

Cook predica bene, forse benissimo, ma razzola così così. Sta di fatto, per esempio, che il motore di ricerca predefinito su iPhone è proprio Google. E sull’App Store si trovano decine di applicazioni che in un modo o nell’altro espongono i dati personali, a partire proprio da Facebook. Un’incoerenza che Cook ha saputo difendere solo parzialmente. Se Apple è davvero migliore per chi vuole la privacy, perché permette ai propri utenti di usare questi servizi e applicazioni?

La risposta ovvia sarebbe che togliere Google o Facebook significherebbe vendere meno iPhone, ma non è la risposta scelta da Tim Cook. L’erede di Steve Jobs infatti ha detto che “credo che il loro motore di ricerca sia il migliore”, ma ha anche ammesso che la collaborazione con Google non è perfetta. Una collaborazione che, vale la pena ricordarlo, per Apple vale parecchio: Google versa miliardi di dollari ogni anno nelle casse di Cupertino affinché il proprio motore sia quello predefinito su Safari.

Cook ricorda poi che Safari, il browser sviluppato da Apple, integra alcune funzioni specifiche pensate proprio per evitare la “fuga” di dati personali. Funzioni che, a onor del vero, sono presenti anche su altri browser. “Non è una cosa perfetta, sono il primo a dirlo. Ma aiuta molto”, conclude il dirigente Apple.

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