Ma il PC è nato in un garage oppure no? Ecco la storia vera

Lo ammetto, prima di leggere "Non è nato in un garage" anche io ero tra quanti credevano nella mitologia del PC - come lo conosciamo oggi - nato sostanzialmente grazie all'ingegno e alla lungimiranza di un gruppo di hobbisti appassionati della Bay Area, raccolti nel famoso Homebrew Computer Club. Il libro di Fabio Carletti invece

ci propone un altro punto di vista. Non una storia diversa, ma più ampia e perciò più completa e vera.

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Chiariamoci subito: nessuno nega il ruolo svolto da gente come Bob Marsh, Adam Osborne, Lee Felsenstein o John Draper/Captain Crunch, o da prodotti seminali come Sol-20 e Altair 8800. Negli anni però molti storiografi del movimento ne hanno enfatizzato forse troppo le figure, in una sorta di agiografia laica. In questo modo si è un po' falsata la corretta percezione di come realmente si è sviluppato il PC. Che non è nato semplicemente da un gruppo di appassionati ma è stato invece espressione di un movimento molto più complesso e di sperimentazioni industriali iniziate già negli anni '60.

"Il computer stava arrivando alla gente spinto da due direzioni: dall'alto, grazie alle aziende che puntavano sui minicomputer [...] e dal basso, con le macchine personali degli hobbisti basate sulle ultime innovazioni portate dall'industria dei semiconduttori".

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Xerox Alto, 1973

Il libro di Carletti ha l'indubbio merito di tentare di rimettere tutto nella giusta prospettiva, farci conoscere le storie e le gesta di alcune aziende seminali e le persone che vi lavoravano e che contribuirono a definire il Personal Computer che conosciamo oggi.

"Non è nato in un garage" fa più che rovesciare la prospettiva consueta per portare in primo piano il lavoro svolto da aziende come Xerox, DEC, HP, Olivetti, Wang, Viatron e CTC. In questa prospettiva diventa anche più chiaro il ruolo svolto dal microprocessore. La sua adozione infatti accelerò sicuramente lo sviluppo di soluzioni personali abbattendone il costo e semplificandone l'assemblaggio, ma portò anche a uno sviluppo disordinato in cui la mancanza di standardizzazione fece perdere ai primi PC una caratteristica fondamentale: la possibilità di comunicare in rete.

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Olivetti P6060, 1975

Fabio Carletti infine ha anche un altro merito, almeno dal mio punto di vista: averci offerto un libro scorrevole e appassionante assieme, che non si presenta come il classico saggio asettico bensì come un racconto i cui protagonisti sono vivi e palpitanti. Lo stile scelto da Carletti infatti è quello tipico della saggistica statunitense, in cui la narrazione ha un tono romanzesco. Nel senso che non si limita ad esporre una lunga sequela di fatti, ma ce li narra, consentendoci un maggior livello di empatia non solo con i personaggi ma anche con la storia stessa, che risulta più interessante, almeno per me.

"Non è nato in un garage" dunque è un libro davvero ben scritto e interessante. È perfetto sia per il neofita che voglia conoscere la storia del dispositivo hi-tech più popolare e diffuso di sempre, sia per chi ha già fatto altre letture sull'argomento e voglia completare la sua conoscenza dell'argomento ampliandone la prospettiva e la cornice storica.

Non è nato in un garage: La storia vera del personal computer Non è nato in un garage: La storia vera del personal computer
  

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