Independence Day, radiografia di un bel brutto film

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Nota del curatore. Non posso dire che questo film non mi piaccia, e allo stesso tempo non posso negarne tutti i difetti. Che sarebbero pochi anche limitandosi all'incompleta lista compilata spietatamente dal Retronauta nelle pagine che seguono.

Eppure questo film ha segnato il suo tempo e si è trovato la sua nicchia nella storia del Cinema. Una nicchia piccola, fredda, umida e probabilmente piena di muffa. Ma c'è chi si venderebbe l'anima per poterla subaffittare a un prezzo maggiorato.

Mi chiedevo che cos'abbia Indipendence Day già cinque anni fa, quando lo inclusi in una lista delle 40 migliori astronavi del mondo del cinema. Oggi come allora, posso solo supporre che l'uso sfacciato degli stereotipi, il parlare alla pancia dello spettatore con eroi semplici e cattivi ovvi, alla fine in qualche modo funziona sempre. È una ricetta facile ma rischiosa, un po' come fare un soufflé. Un errorino da niente e fai uno schifo, vedi il sequel.

Introduzione

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Indipendence Day uscì nel 1996 e fece innamorare moltissimi spettatori, tant'è che, a torto o ragione, è diventato un cult e può entrare a buon diritto in questa nostra rubrica. Normale, dunque, che in molto abbiano sognato un sequel, che è uscito dopo circa quindici anni. Quando nessuno ci sperava più, ma soprattutto pare anche che nessuno glielo avesse chiesto.

Nessuno lo aveva chiesto, certo, ma sarebbe stato ingenuo pensare che non il sequel non sarebbe arrivato, considerato appunto il successo commerciale del primo film  - quasi un miliardo di dollari. Tutto normale, dunque, ritrovare Emmerich alla testa di questa nuova, costosissima baracconata. Un sequel di cui non si è parlato granché bene ma poco importa, oggi ci occupiamo del primo. Quello bello. Quello del 1996. Indipendence Day.

Trama e ambientazione

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Independence Day comincia con la Terra vista dallo spazio esterno. Immagine sempre suggestiva, persino bucolica volendo. All'improvviso inizia a mostrarsi un'astronave aliena di proporzioni colossali che s'appropinqua verso il nostro pianeta. Un'astronave dal design saucer, che il sottoscritto ha sempre trovato simile a un vassoio per torte.

Nel frattempo, al S.E.T.I., gli addetti al monitoraggio spaziale sono distratti. Si prendono il tempo necessario ma a un certo punto si accorgono che un oggetto del diametro, attenzione, di oltre cinquecento km si sta avvicinando alla Terra. Con tutto l'impegno del mondo, accorgersi di un affare grande quanto un quarto della Luna, solo quando ce l'hai praticamente in bocca... Insomma, non è proprio il massimo.

Mentre gli alieni si accomodano con nonchalance, mandando tante belle navicelle che si posizionano tranquillamente sulle varie città del mondo, ci viene introdotto il personaggio de "Il Presidente". Emmerich pesca senza esitazioni dagli archetipi più noti e scontati: è il presidente classico, fantasioso, di ogni film americano di questo genere. E infatti la sconvolgente notizia lo raggiunge a casa, bello sbracato in vestaglia, e lui mantiene tutto l'aplomb che solo un uomo di potere in vestaglia può avere. Il nostro secondo protagonista in vestaglia preferito dopo Arthur Dent.

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Dopodiché, in un tripudio di stacchi sfumati con flash da attacco epilettico, il film c'introduce il resto dei personaggi. Tra cui il dottor David Levinson, Jeff Goldblum: pare che di mestiere faccia l'antennista ma in realtà è un super-genio in incognito. Preferibile, senza dubbio, l'altro dottore di Jeff, vale a dire Ian Malcolm di Jurassic Park. Anche gli altri personaggi aderiscono a quello o all'altro stereotipo: Randy Quaid (Fuga di Mezzanotte), per esempio, nella parte del redneck zoticone spostato, ché è un veterano del Vietnam. E naturalmente, subissato di sputi e pernacchie da amici e parenti perché, come se non bastasse, va in giro a dire a tutti di essere stato rapito dagli alieni.

Il cerchio si chiude con l'ultimo protagonista, Will Smith (Io Robot, Men in Black, Sei Gradi di Separazione). Pilota di caccia, integerrimo e impeccabile, che viene richiamato nonostante sia in ferie. Tremendi questi alieni che vengono proprio quando sei in vacanza.

[Spoiler] Una brutta cosa dopo l'altra

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Messi in scena tutti i personaggi, si passa a tentare di costruire un abbozzo d'intreccio. Primo punto in agenda: farli incontrare, e qui si arriva a una delle scene migliori: Goldblum e il padre (Judd Hirsch) si recano alla Casa Bianca per parlare con il presidente. Surreale come minimo, un perché uno che fa l'antennista tv dovrebbe voler parlare col presidente degli Stati Uniti in una situazione del genere?

Semplice: fra tutti gli scienziati, di tutti i laboratori super attrezzati di tutti i paesi del mondo, l'unico che s'è reso conto del fatto che gli alieni siano in realtà ostili è lui. Come se non bastasse, c'è arrivato accorgendosi che stanno usando i satelliti Terrestri come segnale per dar via all'attacco. Tutto ciò da solo e armato giusto con un computer portatile. Se non è un salto dello squalo questo.

Resta comunque il problema di come fare per entrare a parlare col presidente, no? I casi della vita, si sa, sono sempre di grande aiuto. Del dott. David Levinson non sappiamo nulla fino a questo punto, a parte quelle scarne informazioni necessaria a creare la l'idea di una bozza di personaggio. Scopriamo, ecco la bellezza delle coincidenze, che la sua ex fa parte dell'entourage presidenziale che si sta occupando di monitorare la situazione con gli alieni. Allora che si fa? Niente di che; basta un colpo di telefono: "oh sto qua fuori, mi apri?" et voilà! Goldblum e il padre sono alla Casa Bianca. Se si fossero fatti strada a mani nude contro le guardie armate, probabilmente, sarebbe stato più credibile.

Come se non bastasse, il cane e il virus

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Rapido salto in avanti e arriviamo a metà film, con le navicelle aliene che sparano dappertutto. Finale che contiene un'altra delle scene più interessanti, la giocata facile col cane. La moglie del soldato è in fuga con figlio e cane, e si trovano bloccati in un tunnel intasato di auto. Sta per esplodere tutto, la morte è quasi certa. Attenzione perché qui c'è una cosa fantastica.

La sequenza mostra praticamente una carneficina, con centinaia di morti carbonizzati nel tunnel, ma tant'è. A nessuno frega qualcosa più di zero. Il film si concentra su un solo dettaglio: il cane. Dramma, pathos, realismo? Non pervenuti. È in scena una catastrofe, con la morte di centinaia di persone ma possiamo solo chiederci, con il fiato sospeso, se il cane si salverà. Che è un po' come rimettere in scena la TV spazzatura della peggior specie, ma elevandola a notizia da prima serata ... ma non divaghiamo e vi togliamo il dubbio: sì, il cane si salva. Gli altri no e bene così.

Dopo l'attacco alieno gli esseri umani provano il primo, debole contrattacco fallimentare - non poteva essere altrimenti. Tutto nella norma, quasi quanto le tre diagnosi sbagliate del Dottor House prima di quella corretta. Nella fattispecie le comuni armi sono inutili - naturalmente - per via di un non meglio precisato scudo energetico. Perdoniamo Emmerich e soci perché La Fisica di Star Trek era uscito solo l'anno prima, e forse ancora non sapevano che lo scudo energetico è un concetto almeno discutibile.

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Arrivati a questo punto forse saltare lo squalo non è più l'espressione corretta. Forse dovremmo dire raschiare il fondo, ma non è ancora finita. Dopo l'ex moglie che lavora alla Casa Bianca, salta fuori anche che l'Ara 51 (la si poteva mai lasciare fuori?) non solo esiste, ma è anche il parcheggio (abusivo probabilmente) di una navicella aliena. Proprio uguale a una di quelle che stanno usando gli extraterrestri per attaccare. Che coincidenza.

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Non serviva altro per mettere in piedi il piano perfetto, a opera del geniale dott. Levinson. L'idea è usare quella navicella, parcheggiata da qualche decennio per infiltrarsi nella nave madre e infettarne i computer con un virus informatico. Il virus disattiverà gli scudi rendendo le altre navi vulnerabili. L'ovvietà ci impone di sottolineare che un virus per i computer terrestri del 1996, avrà sicuramente, ma sicuramente effetto, sulle avveniristiche e ipertecnologiche navi extraterrestri. Manco bisogno di chiederselo.

Insomma com'è Indipendence Day?

Di difetti non c'è carenza, di assurdità ce n'è in abbondanza. Ma allora è un film da cestinare, una robaccia da buttare? Allora questo articolo lo abbiamo scritto solo per avvisare chi ancora non lo ha visto, una cosa del tipo fuggite, sciocchi?

Probabilmente nel caso di Independence Day vale il concetto della catena, forte quanto il suo anello più debole. La sospensione del dubbio in un film è praticamente la stessa cosa: funziona quando ogni cosa, ogni dettaglio, per quanto fantasiosamente assurdo possa mai essere, è coerente e s'integra nella storia. Così avviene la magia. Così t'immedesimi e ti cali nel contesto narrativo.

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Independence Day tira troppo la corda da questo punto di vista, almeno per la maggior parte degli spettatori. A noi che guardiamo, viene chiesto di accettare che certe situazioni si risolvano più o meno per magia. E per la maggior parte di noi è troppo.

Perché appunto manca la coerenza interna. Prendiamo Superman contro l'Uomo K (ce lo siamo appena inventato, non cercatelo in casa DC Comics). I poteri di Superman sono stabiliti, li conosciamo, ma sta perdendo lo scontro. Però vince, non perché lo sceneggiatore ha tirato fuori un'idea geniale, ma perché scopre un nuovo potere nascosto nei peli delle ascelle. Qualcuno magari può anche accettarlo, ma saranno in pochi.

Di fronte a storture simili lo spettatore si blocca, si risveglia dal sogno che dovremmo, o vorremmo vivere quando ci raccontano una storia. E comincia a farsi delle domande, sentendosi strattonato, brutalmente ributtato nella realtà che sperava di dimenticare per un paio d'ore.

Il brutto di Independence Day è la sommaria faciloneria con cui molti punti della storia vengono trattati. Se fosse stata solo una cosa, diciamo il facile incontro tra Levinson e il presidente, sarebbe stato accettabile. O anche un paio. L'intero film, però, è  fatto di personaggi stereotipati che annegano in un mare di buchi logici.

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C'è anche del buono? Certo che c'è, altrimenti non sarebbe diventato un cult. Tanto per cominciare Independence Day resta ancora oggi uno dei film dal maggior impatto visivo del suo tempo e probabilmente degli ultimi trent'anni. Gli effetti speciali sono ancora un capolavoro, e di certo pesarono molto sul successo del film.

Successo che sicuramente deve molto proprio all'uso sfacciato di archetipi. Emmerich, soprattutto come sceneggiatore insieme a Dean Devlin, riusciva a "toccare la pancia" del grande pubblico. L'eroe sofferente, il leader abnegato, la donzella in pericolo che trova la forza, il cane. Tutti elementi classici che funzionano sempre. Emmerich ci ha riprovato diverse volte negli anni successivi, ma solo con Stargate, forse, riuscì a comporre il puzzle con gli stessi risultati. Segno che forse anche "vincere facile" non è poi tanto facile.

Resta un film vuoto, senza nulla da offrire a parte l'estetica e appunto la riproposizione di modelli già visti. È un po' come una kitcar: potrai pure avere la replica della carrozzeria di una supercar del valore di milioni, certo. Il telaio su cui la monti però resterà sempre quello di una Panda scrausa.

Retronauta

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Retrocult è la rubrica di Tom's Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C'è un'opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it. 

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