Meshes of the Afternoon, le radici del cinema surrealista

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Nota del curatore. Il surrealismo ha poco meno di un secolo, ma se chiedete in giro non saranno molti quelli in grado di raccontarvi qualcosa di sensato, che vada oltre a "quelli che dipingevano roba strana".

Ed è un vero peccato, perché senza i surrealisti tutta l'arte moderna, compresi blockbusters come Infinity War, o non esisterebbero o sarebbero molto diversi da quello che sono. Ancora più importante, sarebbe diverso il nostro modo di guardare l'arte.

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André Breton

Sono stati i surrealisti a scuotere il mondo, a mostrarci che esiste un modo diverso di interpretare la realtà. Il che, curiosamente, accadeva proprio mentre i fisici con il loro rigore scientifico ci mostravano che la realtà come la conosciamo è una cosa piuttosto assurda secondo il nostro modo di pensare comune. Così assurda da aver spinto il più illustre degli scienziati a dire che Dio non gioca a dadi.

Ma se nemmeno la realtà è ciò che crediamo che sia, ciò che crediamo di vedere e toccare, allora una lettura surrealista potrebbe essere l'unica possibile via alla comprensione di noi stessi. Se esperimenti incomprensibili ai più sono il modo che abbiamo di capire l'universo, infatti, solo guardare dentro noi stessi con uno specchio distorto - forse - è il modo per capire chi siamo. Almeno in un certo momento, considerato in quali maniere capricciose l'essere umano cambia nel tempo.

Valerio Porcu

Meshes of the Afternoon

Dei labili confini tra realtà e fantasia, veglia e sogno, si sono occupati da sempre artisti, scrittori, filosofi e registi. Di questa ultima categoria fa parte Maya Deren, autrice del cortometraggio surrealista Meshes of the Afternoon (1943). La sua prima e migliore opera è anche uno dei film più influenti del cinema statunitense e mondiale, tant'è che il regista Stan Brakhage la riconobbe come sua principale influenza poetica.
Una lezione di surrealismo che, a proposito di sogni, non ha nulla da invidiare al miglior Lynch.  

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Già dalla prima immagine del cortometraggio sembra di essere catapultati in una dimensione onirica, grazie anche all'ipnotica colonna sonora composta qualche anno più tardi da Teiji Ito, terzo marito della regista. Da allora tanti altri compositori hanno fatto versioni alternative, e tra questi spicca quella dei Two Whole Quails, più inquietante e psichedelica, senza nulla togliere alla versione originale.

Il senso di onirismo è dato anche dai sapienti movimenti di macchina (una cinepresa Bolex 16mm) e dagli effetti speciali artigianali, che nella loro semplicità servono alla perfezione il loro scopo.

Il film

Una donna rientra a casa, trova un fiore sul viale e alcuni oggetti domestici fuori posto. Poco dopo si addormenta sulla poltrona e inizia a sognare. Il sogno si trasforma immediatamente in incubo: vede sé stessa rincorrere una figura incappucciata con uno specchio al posto del viso, e in mano lo stesso fiore. Non la raggiunge, quindi rinuncia e rientra casa.

La situazione si ripete altre due volte, ma gli oggetti sono in posizioni diverse della casa. A un certo punto i tre doppi della protagonista interagiscono attorno al tavolo della cucina prendendo, a turno, la chiave che si trova al centro e che in mano del terzo doppio si trasforma in coltello.

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Sembra un rituale per tirare a sorte e decidere chi debba svolgere un compito che nessuna vuole portare a termine. Questo è presto svelato: uccidere la versione originale, quella che dorme sulla poltrona.

Mentre la mano del doppio "prescelto" sta per colpire la gola della protagonista originale, all'improvviso questa apre gli occhi e chi si trova veramente davanti è il marito tornato a casa, che le si è avvicinato per svegliarla e condurla in camera da letto.

Tuttavia, le sue intenzioni sono chiare, sottolineate simbolicamente dalla presenza dello stesso fiore bianco che troviamo all'inizio del corto. La donna quindi lo colpisce e la sua figura va in frantumi come uno specchio, i cui frammenti sono gettati poi su una spiaggia e si disperdono nelle onde del mare - una scena che inevitabilmente rimanda al surrealista Un chien andalou" di Luis Buñuel e Salvador DalÍ. Ci troviamo ancora dentro l'incubo!

Dopo questa scena sembra di tornare alla realtà: l'uomo rientra veramente a casa e trova la protagonista morta sulla stessa poltrona dove si era addormentata.

Surrealismo e femminismo

Il corto ripropone una scena che molti di noi hanno sognato, quella in cui inseguiamo qualcosa o qualcuno senza mai riuscire a raggiungerlo. Per i primi quattro minuti e mezzo (ne dura 14), il filmato mostra solo dettagli della protagonista: ombre evocative, riprese in soggettiva, mani e piedi. Tutto contribuisce a creare il senso di mistero e inquietudine già dall'inizio.

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L'insieme è teso a dare un messaggio che, secondo molte interpretazioni, è di natura femminista: l'urlo straziante di un "angelo del focolare" stanco di tutto quello che la società impone al ruolo della donna: soddisfare - quasi a comando - il proprio uomo e rinunciare alla realizzazione personale per badare all'ambiente domestico.

Stanca di essere il riflesso dell'uomo, di inseguirlo sperando di smettere di essergli inferiore ma non riuscendoci mai. Non le resta che compiere il gesto estremo: il suicidio.  È forse un caso che il coltello si trasformi più volte in chiave, come a rappresentare che il suicidio sia la chiave di libertà?

Uno dei primi elementi che saltano all'occhio è infatti l'abbigliamento del personaggio: una donna degli anni '40 che indossa pantaloni, primo segno dell'interpretazione a favore della lettura femminista. Possiamo dunque parlare a ragion veduta di surrealismo al servizio del femminismo, di arte nella sua dimensione sociale.

Ma cosa rappresenta la figura con lo specchio al posto del volto? Dipende dall'interpretazione che si dà all'intero cortometraggio. Potrebbe rappresentare il costante peso di una società sempre più critica (a partire proprio da Hollywood) che grava sull'immagine delle donne. Alla fine la protagonista rompe lo specchio, in un tentativo di liberarsi dalla falsa immagine che la società patriarcale le ha assegnato.

Un'altra interpretazione potrebbe essere quella di una donna tormentata dallo stalking: qui entra in gioco la carica simbolica di oggetti come il telefono. In quest'ottica la figura con la faccia da specchio potrebbe essere usata per rappresentare l'identità sconosciuta degli stalker, ma forse sarebbe stata più convincente una figura senza volto piuttosto che la classica metafora dello specchio.

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Come con ogni opera surrealista, d'altra parte, è molto difficile o persino impossibile arrivare a definire senso e logicità in modo assoluto - come ci si aspetta da un tipo d'arte che cerca esplicitamente di sfuggire a questo tipo di lettura.

Come ogni opera surrealista, nemmeno questa ha una chiave di lettura definita. Lo spettatore è chiamato a contribuire attivamente alla creazione di un senso, a seconda della propria cultura e sensibilità artistica. Questo è sicuramente uno dei punti di forza di questo capolavoro che supera i limiti del mezzo filmico e, da semplice visione, diventa flusso di coscienza per la regista e vera e propria esperienza per lo spettatore.

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Retrocult è la rubrica di Tom's Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C'è un'opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

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